Una riflessione sull’ambientamento del nuovo coach di Boston dopo le alte aspettative e un inizio tormentato.

FOTO: NBA.com

Questo contenuto è tratto da un articolo di Adam Taylor per Celtics Blog, tradotto in italiano da Alessandro Di Marzo per Around the Game.


Subito dopo la notizia dell’ingaggio di Ime Udoka come successore di Brad Stevens, c’era grande fermento tra i tifosi dei Boston Celtics. Si trattava di uno dei migliori giovani assistant coach in NBA, tra l’altro anche ex giocatore, pronto ad esordire come head coach per portare idee moderne al TD Garden.

Perlomeno… questo è ciò che si pensava. Udoka ha infatti trascorso ben 7 anni alla corte di Gregg Popovich a San Antonio, per poi lavorare con Brett Brown ed infine assieme a Steve Nash e Mike D’Antoni a Brooklyn. Insomma, è stato spesso accanto a grandi nomi negli ultimi anni. E così, una nuova narrativa è venuta a crearsi, alimentata anche dallo stesso Pop dopo il primo allenamento estivo di Team USA: 

“È un grande. La gente dà troppa importanza agli schemi e alle tattiche. È pallacanestro, non geometria analitica, non sono cose difficili. Le chiavi sono altre: bisogna sapere come tirare fuori il massimo dalle persone, come sviluppare al meglio i rapporti con i giocatori, come renderli responsabili e vogliosi di giocare. E Udoka sa fare tutto questo.”

(Gregg Popovich)

La sua più grande forza, secondo Pop, è quella di comunicare ed indirizzare tutti verso un unico obiettivo. Musica per le orecchie dei tifosi Celtics! Dopo mesi di retorica attorno a Brad Stevens, incolpato per essere stato troppo passivo, ecco un allenatore che fa suoi i concetti di responsabilità ed altruismo, arrivando – è sempre bene sottolinearlo – con il benestare di coach Popovich.

Quando Udoka ha parlato per la prima volta da Celtic in conferenza stampa, ha scherzato parlando di Stevens, promettendo un miglior movimento di palla:

“27esimi per assist a partita l’anno scorso… vogliamo giocare un basket migliore qui, comprendendo in ogni caso le caratteristiche dei singoli.”

A ciò è seguita una totale ricostruzione del coaching staff, con i nuovi arrivati pronti a portare con sé altre conoscenze; tutto, insomma, sembrava promettere bene. A volte, tuttavia, tra dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Boston è parzialmente migliorata nel movimento di palla, restando però 19esima per assist e con problemi di fluidità offensiva ancora nitidi, evidenziati soprattutto nelle ultime partite. Il record, ad oggi, recita 11 vittorie e 10 sconfitte: piena zona Play-In. Cosa sta andando storto, quindi?

Marcus Smart, in conferenza stampa dopo l’ultima sofferta vittoria contro i Raptors, ha risposto splendidamente a questa domanda. Ecco le sue parole:

“Immaginate di fare un determinato lavoro per anni, per poi ottenere un posto per cui ti sei preparato per tutta la carriera. Poi, dal nulla, qualcosa di totalmente nuovo ti fa cambiare il modo di lavorare da un giorno all’altro; anzi, ci prova, ma senza successo. Bisogna prendersi il tempo necessario, fare aggiustamenti e capire come migliorare rapidamente per lavorare meglio.

Questo è ciò che sta succedendo a noi. Coach Udoka lavora in modo diverso rispetto a Stevens: ha portato un metodo differente ed una nuova mentalità qui a Boston, e noi sapevamo che cambiare tutto non sarebbe stato semplice, soprattutto per quanto riguarda l’adottare un nuovo sistema, il capire come lui voglia giocare e il familiarizzare con tutto lo staff.

Ad ora, comunque, stiamo lavorando molto bene. Come ho detto non è facile, ma la pazienza reciproca che giocatori e allenatori stanno avendo è già un simbolo di grande crescita e maturità da parte della squadra.”

In tutto questo, ma specialmente in attacco, quali sono le “colpe” di Udoka? Uno sguardo ai numeri suggerisce che la squadra riesca a generare tiri aperti in modo eccellente… ma senza segnare:

“Non dovremmo aver bisogno di due o tre tiri per entrare in ritmo all’inizio delle partite. Nel primo quarto, a volte, mi sembra che i ragazzi si concentrino di più a trovare il proprio ritmo che a giocare per la squadra”, ha detto Udoka dopo l’ultima sconfitta in trasferta a San Antonio. “Ognuno si preoccupa di sé anziché della squadra. Quando giochiamo insieme in attacco, si nota.”

Con 21 partite già concluse, tre aspetti sono chiari:

  1. In primo luogo la difesa sta funzionando (i Celtics sono quinti per Defensive Rating nella lega, concedendo 104.9 punti ogni 100 possessi), e sembra che gli accorgimenti di Udoka siano stati recepiti molto rapidamente;
  2. Offensivamente manca ancora molto, e qui il coach dovrà trovare il modo di cambiare qualcosa;
  3. Il mindset offensivo di alcuni giocatori-chiave (in primis Jayson Tatum e Jaylen Brown, di cui si è parlato QUI) sono profondamente radicati al passato, e ci vorrà tempo per cambiare le cose. 

Udoka sarà anche un eccezionale oratore, ma, come già spiegato, le abitudini non potranno mai essere stravolte da un giorno all’altro. Bisogna lavorare, essere pazienti e aspettare i miglioramenti nel tempo. Anche se negli iperbolici mondi di media, fandom e social, spesso si tende a dimenticare tutto ciò.

In casa Boston Celtics questo processo era forse previsto, ma la contentezza per l’arrivo di Udoka ha fatto sì che molti tifosi abbiano perso di vista i problemi che il roster bianco-verde avrebbe dovuto inevitabilmente affrontare.

Diamo a coach Udoka il tempo di respirare e lavorare, più di quanto pensiamo sia necessario. Sarà o non sarà l’uomo giusto per questi Celtics? Solo in futuro lo scopriremo. Non dopo 21 partite.