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Nell’ultimo episodio di ‘All The Smoke’, show gestito da Matt Barnes e Stephen Jackson, Dejounte Murray ha parlato senza filtri della propria carriera NBA e non solo. Dalle origini di strada del figlio di Seattle all’arrivo ai San Antonio Spurs, per poi essere ceduto agli Hawks, il percorso di Murray non è stato semplice.

Anzi, proprio l’approdo in Texas è stato particolarmente difficoltoso. Dejounte Murray ha rivelato vari retroscena sul trattamento riservatogli da coach Gregg Popovich e dall’ambiente Spurs in generale, spiegando come non si sia sentito troppo il benvenuto in un primo momento:

“In allenamento stavo facendo il culo a Tony [Parker], a Patty [Mills], non gli stavo dando respiro, e sono tipo: ‘Datemi 5 minuti, datemene 7’ – ma poi mi hanno mandato in G League. A un certo punto prendono una point guard argentina [Nicolas Laprovittola, ndr], un amico di Manu, e gioca al posto mio. Sono dietro a Tony, Patty, e fanno questi trucchetti mentali, vogliono vedere se riescono a spezzarti mentalmente.


Non so perché lo abbiano fatto. Sono stato lì per 6 anni, ho affrontato un sacco di cose. Loro mi hanno scelto al Draft, ma l’aria che si respirava era che pensassero che non ce l’avrei fatta, che venivo dalla strada e che avevo una certa reputazione di cui si preoccupavano in quanto Spurs. Così ho iniziato ad andare in palestra e a farmi il culo ogni singolo giorno, sapevo che non avrei giocato. E, quindi, ho iniziato a crescere.”

A destare più “scandalo” fra le sue dichiarazioni sono certamente le parole riservate a Tony Parker, la leggenda degli Spurs partita per gli Charlotte Hornets giusto al secondo anno di Dejounte. E, secondo quest’ultimo, non è stato un caso:

“Il primo anno sono stato buttato dentro la giungla dei Playoffs contro i Rockets. Al secondo anno mi vedono tornare migliore, più forte, e lì ho preso il posto di Tony. Pop ci ha chiamati in ufficio, lo ha detto a Tony e non gli è piaciuto per niente, e io lo sapevo. Se gli fosse piaciuto, non sarebbe andato a Charlotte, sarebbe rimasto a farmi da mentore.”

A rincarare la dose di parole al veleno sul francese e Stephen Jackson, suo ex compagno agli Spurs, che ne ha rivelato alcuni tratti “egoistici” in maniera anche abbastanza accesa:

“So che tipo di persona sia Tony. Gran giocatore, da hall of fame, ma è un egoista. Se non fosse stato per questo suo egoismo avremmo avuto più titoli. In Francia gli è stato detto a 16 o 17 anni di essere al top, quando è venuto in NBA a 19 anni non è stato facile. Ai Playoffs c’erano Stephon Marbury, Jason Kidd e non poteva tenerli.

Conosco il vero Tony: può ingannare chiunque, ma è uno dei più egoisti con cui abbia mai giocato, tutto gira intorno a lui. E come abbia fatto a restare così a lungo in quel sistema, che è collettivo, per tutti, è un mistero.

Dejounte Murray e Jackson condividono, con un sentimento del tutto contrario, l’amore per Manu Ginobili, contrapposto a Parker come attitudine:

“Manu era diverso, uno dei migliori compagni mai incontrai in carriera”, dice Jackson.

“Amo Manu”, risponde Murray.

Il giocatore degli Atlanta Hawks ha anche parlato dei tornei Pro-Am giocati a Seattle e della relazione con Jamal Crawford. Tutte cose già sentite (tradotte QUI) da un altro figlio di Seattle, Paolo Banchero. I due si conoscevano già da prima, e Murray si è anche dichiarato un grande fan del rookie dei Magic, se non fosse per la lite estiva che li ha visto contrapporsi proprio in una partita Pro-Am:

“Io amo Paolo, lui è davvero speciale. Per me era solo competizione. Ma in quella partita, c’erano molti suoi amici e stavano parlando tanto, tutti sui 19 o 20 anni. Io esco con gente di 28 o 30, così quando loro iniziano a superare il limite, a dirci cose “di strada”, trash talking del tipo “fai schifo”, etc., dico a me stesso: ‘Ok, è il momento di fare seriamente’. Anche mia mamma a bordo campo mi guarda e mi dice di aprire le danze, ed è la sola cosa che ho fatto.

Non mi è piaciuto quello che ha detto su Internet, perché quando davanti a me ti mostri in un certo modo, non ho tempo di diventare di nuovo tuo amico. Hai superato il limite, io voglio che lo rispetti.

Questo è quello che è successo. Adesso non parliamo, lui la sente ancora in un certo modo. Ma, da parte mia, sono sempre disponibile. Non voglio parlare al telefono, né su Internet: incontriamoci nella vita di tutti i giorni, parliamone, perché io ti adoro, ti ho fatto venire nelle mie palestre, mi prendevi i rimbalzi quando eri più giovane. Ti ho detto prima di tutti che saresti diventato qualcuno.”

Infine, parole al miele per Kawhi Leonard, il vero mentore di Dejounte Murray ai San Antonio Spurs:

“Kawhi è una delle ragioni per cui sono stato nell’All Defensive Team al mio secondo anno. Mi ha detto dritto in faccia: ‘Non preoccuparti di fare 15 o 20 punti, prenditi l’All Defensive Team’. La difesa ti fa giocare, soprattutto a San Antonio.
Lui si allenava sempre, nei giorni di gara, nei giorni off. E io ero tipo: ‘Questo stronzo ha già vinto praticamente tutto, ma è sempre in palestra. Non ho scuse’. Non che servisse a motivarmi, amo già giocare, ma mi ha ispirato.”


Di seguito l’episodio completo.