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The Process compie 10 anni e la difficile vittoria contro Miami garantisce la settima partecipazione consecutiva ai Playoffs. È così che comincia il giorno della marmotta dei Philadelphia 76ers, i quali si presentano alla fase finale della finestra utile per arrivare alla terra promessa rischiando di far passare il proprio giocatore più rappresentativo e MVP in carica, Joel Embiid, come uno dei più grandi sprechi di un talento generazione che la storia del gioco abbia mai visto.

Quella che doveva essere una gloriosa dinastia ha all’attivo zero Eastern Conference Finals e, di conseguenza 0 Finals disputate, a seguito di un numero enorme di proclami e di spiegazioni sul perché i trionfi attesi non siano mai maturati. Per Philadelphia, gattopardescamente, è necessario che tutto cambi perché nulla cambi. Attorno al centro di rivoluzione di tutto l’universo 76ers, Joel Embiid, è più volte cambiato tutto. Sono cambiati gli allenatori, i compagni, gli avversari, i comprimari e il “Robin” che dovrebbe accompagnare Batman nel compiere le gloriose imprese al quale l’eroe è destinato, costume indossato per la prima volta da Ben Simmons per arrivare fino a Tyrese Maxey, passando per Jimmy Butler e James Harden. Le uniche cose che non sono mai cambiate sono l’Alfred della storia, Tobias Harris, e la delusione per il finale.

I 76ers ci hanno abituati a poter vincere e perdere contro chiunque e in qualsiasi modo possibile: tirando fuori una prestazione di squadra che fa diventare Georges Niang il cosplay del Kevin Love del 2016 un giorno e quello dopo guardando impotenti i due migliori giocatori della squadra mangiarsi ogni possesso tirando con percentuali degne della migliore hero ball, tritati da avversari modesti in un no show in 5 gare come battuti all’ultimo tiro di una gara 7, impallinati da un role player posseduto per 7 giorni dallo Spirito del Gioco o sezionati dalla più annunciata delle star avversarie. Nel vasto campionario degli psicodrammi, i Sixers non si sono fatti mancare nulla. Sette anni sono tanti, però, e qualche certezza se la portano dietro entrando in questa prima serie di Playoffs contro i Knicks.


La più granitica delle certezze è Joel Embiid. I Sixers dipendo quasi interamente da salute e prestazioni dell’MVP in carica che però, fino ad ora, non ha mai concluso una run di Playoffs da sano, e nonostante questo la franchigia non ha mai avuto un vero piano B. La collezione di teorici backup è ormai un museo degli orrori ma la realtà è che non si è mai andati nemmeno vicini a trovare un modo sostenibile di ovviare alla nefasta e tradizionale assenza del sole di questo sistema eliocentrico. Va detto, a onor del vero, che in questa NBA è quasi impossibile per tutte le squadre sopravvivere ai Playoffs senza il proprio miglior giocatore, ma non c’è dubbio che la salute zoppicante di Embiid è un avversario che bisogna essere pronti ad affrontare – anche quest’anno, come le sole 39 gare di regular season disputate ammoniscono. Altra certezza importante per i 76ers è Tyrese Maxey, già una stella di prima grandezza e forse anche pronto a diventare il go-to-guy di questa squadra. Realizzatore incredibile e istintivo, è diventato un attaccante di alto livello che sa scegliere la giocata giusta. Probabilmente non sarà mai un passatore elitario ma la solidità raggiunta nel playmaking, unita alla sua pericolosità da fuori come in penetrazione, ne fanno un elemento irrinunciabile e dalle cui percentuali dipenderanno molte delle fortune dei Sixers.

Chi invece c’è sempre, ed è spesso di troppo, è Tobias Harris. Anche nella partita contro Miami la sorniona ala con la maglia numero 12 ha vissuto da spettatore non pagante nel rispetto della tradizione. Questa è la terza certezza dei Sixers: 35 minuti a sera di clinic su come le decisioni strategiche errate possano irrimediabilmente affliggere il destino – e il salary cap, avendo argomenti per essere intestatario di uno fra i peggiori massimi salariali mai elargiti in NBA – di un’organizzazione. Quarta e ultima certezza dei 76ers è quella, dolorosa, di avere una panchina drammaticamente corta e poco incisiva a livello Playoffs. La perdita di Covington ha tolto ulteriore profondità a un roster che, a parte Oubre/Batum (a seconda di chi partirà) e Reed, sembra poter tirar fuori davvero poco dal secondo quintetto. Cam Payne è stata una buona aggiunta e sarebbe una discreta backup point guard pura ma probabilmente servirà più per amministrare i preziosi minuti di Lowry, che avrà in consegna Brunson, mentre i limiti in questo contesto di Melton sono ormai evidenti a tutti, soprattutto nella metà campo offensiva, dove è un giocatore poco sostenibile – ulteriormente limitato dalla condizione fisica, dopo il recente rientro. Buddy Hield sembrava il tiratore puro che mancava a questa squadra ma si è smarrito durante la Regular Season e giocherà i primi Playoffs della sua vita, trovandosi esposto al rischio di sbattere, ovviamente, su un minutaggio ridotto (e non propriamente positivo).

I Sixers alle certezze affiancano naturalmente anche delle novità e quella più sorprendente è ambientale. Questa stagione, figlia della pessima gestione della vicenda Harden da parte di Morey, è diventata subito un anno di transizione. Un anno che, sulla carta, deve solo tenere la franchigia nel giro dei Playoffs, puntando però le fiches sulla prossima stagione, quando la flessibilità salariale dovrebbe permettere alla dirigenza di assemblare un “superteam destinato a riportare a Philadelphia l’anello 42 anni dopo Doctor J. Per la prima volta da quando The Process è cominciato, la squadra giocherà senza il peso evidentemente opprimente del risultato da raggiungere, e la speranza è che si riveli un vantaggio decisivo. La seconda notevole novità è Nick Nurse in panchina. Liberarsi del fardello e dell’incapacità di comprendere e gestire il basket contemporaneo da parte di Doc Rivers è già di per sé un upgrade, mettere al timone un bravissimo coach come l’ex Raptors lo è ancora di più. La sensazione è che non senta ancora totalmente suo questo roster ma l’impiego per lunghi minuti di un giocatore stellare tra i role player come Batum e le sperimentazioni attorno a Oubre sono i segnali di vita di cui questa squadra aveva un disperato bisogno.

Rispetto all’esito finale di questa serie, nonostante un decennio di delusioni, sono ottimista e penso che i 76ers avranno la meglio. Da lì in poi è tutto territorio inesplorato e forse l’ennesima uscita al secondo turno sarebbe nell’ordine naturale delle cose, essendo netta la sensazione che i sogni di gloria siano stati rimandati al prossimo anno. Non stupitevi se, fra un paio di settimane, The Process dovesse trovarsi comodamente sdraiato sotto il sole di Cancun.