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Con che rapidità muta il tempo in NBA: un giorno sei al timone di una squadra, poi ti svegli zavorra, fino a naufragare in quello che è un faticoso arrancare a pelo d’acqua. Russell Westbrook ha vissuto tante vite cestistiche quante il più redivivo dei felini, eppure -anche rifiutando di arrendersi – sembra ormai trovarsi nel proprio ultimo ciclo.

E, per quanto possa sembrare cinico, il primo indice di decadimento riguarda il valore di mercato. Partendo da una premessa, il Russell Westbrook visto ai Lakers negli ultimi due anni non ha valore positivo, e questo infierisce sulle valutazioni. Qualora qualcuno volesse usare la trade con Utah e Minnesota per controbattere, no, i Jazz hanno accettato solo in cambio di una prima e di un qualcosa di molto più prezioso di Russ in sé: spazio salariale.

Westbrook ha infatti ricevuto un buyout immediato, firmando poi al minimo con i Clippers, il che significa che a Salt Lake City non si è voluta vedere nemmeno l’ombra di Brodie. L’utile risiede nel fatto che i Jazz si siano liberati di contratti in aria di rinnovo (Beasley, Vanderbilt) e di uno più pesante (Conley, $24.4 milioni nel 2023/24) per un anno di salario morto dell’ex Lakers e una prima futura, aprendo a una flessibilità con pochi eguali – sia in termini di cap space, sia di asset – in vista della prossima stagione.


Ciò significa che, con l’estate del 2023, Russell Westbrook entrerà ufficialmente nella sua ultima fase di vita cestistica anche a livello contrattuale, scadendo definitivamente il quinquennale da $206.8 milioni firmato nel 2017 con OKC. Cosa aspettarsi, dunque? Minimi salariali o, al massimo, cifre nel range della MLE per i più capaci di spendere.

Qualora dovesse decidere di rimanere ai Clippers, come desiderano tutti, da coach Lue a Paul George, non potrà accettare altro che il minimo salariale, essendo la franchigia limitata nell’offerta della taxpayer-MLE dalle regole del nuovo CBA. Altrove, invece, come detto, gli si aprirebbe un ventaglio più ampio di possibilità, alla ricerca di una qualche squadra che possa essere ancora invaghita di lui dopo questi Playoffs.

Ecco, i Playoffs. Se c’è stato qualcuno che ha beneficiato degli infortuni di Kawhi Leonard e Paul George, quello è proprio Russell Westbrook, che ha potuto così fare quello che sa fare meglio: la guida di una squadra discretamente spaziata e senza un altro main creator che richieda palla in mano per più possessi di lui.

In un contesto davvero competitivo, invece, come potrebbero essere nuovamente i Clippers, quello che gli verrà chiesto sarà di comportarsi sporadicamente come difensore PoA – e qui il fit con un sistema ricco di cambi quale quello di coach Lue è buono – ma di non guidare l’attacco a metà campo, se non in quintetti con la second unit. Altrove, se qualche GM ne avesse ancora una considerazione più alta, potrebbe invece essere adottato come portatore principale da coadiuvare a un lungo più dominante e in lineup ben spaziate, ma l’evoluzione del gioco non consente di immaginare uno scenario in cui potrà essere qualcosa di più di un giocatore di energia in uscita dalla panchina, o poco più, in un contesto che ambisca a qualcosa.

I difetti di Russ sono legati prevalentemente al fatto che la shot selection non sia fra le migliori, per usare un eufemismo, e lo shot making ancora meno, consentendo così alle difese di “accontentarsi” dei suoi tiri aperti, convivendo con le conseguenze. Poco importa che abbia tirato con il 50% da fuori in Gara 2, 3 e 4, il suo storico ai Playoffs si avvicina più al 2 su 12 sommato di Gara 1 e 5, che non altro.

Il volere del giocatore sembra comunque quello di restare ai Clippers, come si evince dalle ultime dichiarazioni, nelle quali ammette anche però di non sapere cosa gli possa riservare la free agency. Questa sponda di LA è stata una “better place” mentalmente, aiutando lui (e i front office NBA) a riscoprirsi utile su un campo da basket in svariati frangenti, nonostante la conferma dei già evidenti difetti esposti negli ultimi anni in termini di cattive spaziature, assenza off ball (su entrambe le metà), calo di esplosività sulle gambe – nonostante alcuni ottimi flash – e un decision making non troppo compatibile con determinate star.

Tutto ciò lo rende – tornando al valore di mercato per chiudere il discorso – un giocatore da minimo salariale, massimo taxpayer-MLE – o MLE, per chi avesse soldi da spendere e non troppa urgenza di vincere qualcosa. Ecco, ovviamente quest’ultimo punto conterà, e non poco, in free agency.

Russell Westbrook va per i 35 anni e, dopo la recente esperienza in giallo-viola, la possibilità di vincere avrà un determinato peso specifico. Chi scrive adora l’intensità messa sul parquet da Brodie, ma ne comprende bene i limiti e i dubbi che ne conseguono per le altre franchigie, senza bisogno di dividere la conversazione fra “o lo ami, o non ne capisci nulla di pallacanestro”, come detto da Chris Paul e Kevin Durant in sua difesa QUI.

La realtà dei fatti è che un archetipo come questo non è versatile e, di conseguenza, nemmeno adattabile alla maggior parte dei contesti vincenti contemporanei, non essendo più sostenibile – dopo un normalissimo calo fisico – usarlo come prima opzione o anche solo primary ball handler, ma nemmeno capace di adeguarsi a un ruolo diverso da questo.

I dubbi sono tanti, inversamente proporzionali al numero di squadre che lo cercheranno per qualcosa di più del minimo. Ma se c’è una cosa di cui stare certi, quella è che – ovunque andrà a finire – vedremo ancora per un po’ Russell Westbrook, nel bene e nel male.