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Questo contenuto è tratto da un articolo di Rich Jensen per Celtics Blog, tradotto in italiano da Marco Marchese per Around the Game.


I Boston Celtics hanno raggiunto le NBA Finals. Per farlo hanno sconfitto gli Indiana Pacers, e nel farlo hanno messo a segno ben 3 vittorie ottenute nel clutch time, dopo essersi assicurati nella stessa maniera la vittoria in Gara 4 contro i Cleveland Cavaliers. Si sono trovati per 4 volte col risultato ancora in bilico nel finale di gara, vincendo in ognuna di queste occasioni. Fino alle Conference Semi-Finals, uno dei presunti difetti dei Celtics era quello di non avere molta esperienza in partite combattute fino all’ultimo. A causa di ciò, per chiunque sostenesse quest’ipotesi, i C’s avrebbero spinto fin dove gli sarebbe stato possibile, poiché, apparentemente, la poca esperienza nei finali combattuti era intesa come sinonimo di eliminazione in arrivo, presto o tardi. Finora, nessuna franchigia negli ultimi 25 anni era mai riuscita a rimontare e vincere 2 volte di fila partite con divario di 5 punti negli ultimi 2 minuti di gara. I bianco-verdi non ci sono riusciti 2, ma ben 3 volte di fila. In 3 delle 4 sfide totali contro i Pacers i C’s hanno dovuto mettersi alla prova con l’essere in svantaggio nel finale di gara: questo significa giocare nel clutch time. E, quindi, è ormai chiaro che l’assunto circa la carenza di esperienza in queste situazioni appartenga alla categoria delle ipotesi smentite: i Celtics sono un clutch team. Ma si può tranquillamente affermare che non sia sempre stato così. Ad inizio stagione, infatti, gli uomini allenati da coach Joe Mazzulla hanno dimostrato vari problemi nelle strategie di gioco intraprese nei finali combattuti. Allora i C’s erano paragonabili a dei gattini appena partoriti su un giaciglio dalla madre. Adesso quei gattini hanno più di 6 mesi, i loro occhi sono ben aperti e si sono fatti le ossa nel cercare un modo rapido per salire sul divano di casa, passando da 3 ad un balzo solo. Sono gli stessi cuccioli – poiché nessuno è scappato e non è arrivato nessun “trovatello” dal trade market – ma sono anche cresciuti. Il roster dei Boston Celtics è rimasto praticamente invariato dal periodo di quei problemi nel clutch time, che per tanto tempo hanno invaso i salotti sportivi essendo tra i principali temi di discussione. 


Per i Boston Celtics giocare in isolamento era una terribile idea. Sarebbe stato un modo pessimo di portare avanti le cose, ottenendo migliori risultati di almeno altre 26 franchigie su 30 totali in NBA, ma giocando effettivamente peggio delle altrettante 26 squadre su 30. Non migliora la situazione il fatto che gli scivoloni nei finali di gara siano stati subiti per mano di squadre da cui sarebbe stato comunque prevedibile, ad esempio i Denver Nuggets, o dopo aver sprecato un vantaggio di 30 punti contro i Cleveland Cavs. Le migliori performance ottenute nel finale di gara sono avvenute in sfide dall’esito scontato in partenza. Ma a prescindere dall’esatta ragione, i Celtics hanno avuto accesso ai Playoffs essendo considerati una squadra “poco seria” poiché incapace di “chiudere le partite”, principalmente per via di alcune scelte scorrette riguardo le giocate in isolamento nel finale. Ma qui sorge un problema: frasi affermative come “i Celtics non sono un clutch team” danno per scontato che nulla possa cambiare. Certe affermazioni, per sopravvivere, devono sempre essere vere. Ma la verità è che il cambiamento è inevitabile. Quante volte si può attraversare un fiume? La risposta più ovvia è che si può fare per quante volte si voglia. Ma è davvero lo stesso fiume ogni volta? Eraclito per primo affermò che non si può passare per due volte nello stesso fiume. Certamente è molto simile, ma di fatto non è mai lo stesso. Anche non tenendo conto del continuo fluire delle acque di sorgente fino al mare, e del rifornimento di quelle in arrivo dal suolo, dalla pioggia e da altre fonti, il fondale del fiume è sempre in continuo, seppur minimo cambiamento. Insenature si aprono su un’ansa, la corrente modella una parte del fondale e il fiume è in continuo, impercettibile ma costante mutamento. Tutto cambia. La gente cambia e lo fa anche il gioco del basket.

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Circa 10 anni fa, quando la Western Conference era infoltita di giovani squadre dal talento incredibile in Regular Season, ma che poi cedevano regolarmente il passo a team dotati di uomini più esperti ai Playoffs, un giovane roster dei Golden State Warriors non godeva ancora di enorme fiducia dall’esterno. Commettevano spesso molti turnover, o almeno così risultava a primo impatto. Erano tra i peggiori team ai Playoffs nella Stagione 2013/14 per quanto riguarda la media di palloni persi a partita. Anche andando al massimo dei giri, rimanevano una squadra mediocre nel far circolare il pallone. Commenti come “non saranno mai una contender” oppure “non sanno far circolare il pallone, e farlo è molto importante ai Playoffs”, uniti ai dubbi sulla tenuta fisica di Stephen Curry e sulla terza presunta stella del roster, ovvero Harrison Barnes, erano all’ordine del giorno. Pochi erano impressionati dalle triple di Steph, per quanto da lontano esse provenissero. 10 anni e 4 Titoli NBA dopo, certe affermazioni sono state smentite del tutto. I Golden State Warriors erano una squadra giovane, e nel tempo sono riusciti a trovare il modo di vincere – nonostante fossero il peggior team nei Playoffs del 2015 per quanto riguarda i palloni persi. Ci si sbagliava sia su di loro che sul gioco del basket. I turnover hanno smesso di essere un problema, anche se i Dubs hanno continuato a commetterli con estrema regolarità. Curry si è rivelato un giocatore capace di trasformare gli avversari in degli spettatori increduli con posto privilegiato. I Golden State Warriors sono cambiati nel tempo, e hanno riscritto le regole del gioco senza che molti se ne accorgessero. 

Tornando ai Boston Celtics e a Gara 4 contro i Pacers: i C’s erano in svantaggio di 5 punti con meno di 2 minuti allo scadere del 4° Quarto. Jayson Tatum d’un tratto ha deciso di puntare un affollato pitturato, provando quel tipo di giocata in isolamento che da anni è stata la piaga dei tifosi bianco-verdi. Dopo aver fatto collassare la difesa, JT si è trovato nella posizione di dover scegliere: provare un difficile tiro con ardue possibilità di subire fallo e tentare la 3-point-play, oppure servire Al Horford semi libero nell’angolo. Il tempismo del passaggio suggerisce che Tatum sapesse cosa stesse facendo con netto anticipo. Ha provato a servire Big Al finché è stato nel suo campo visivo, ben prima di essere accerchiato dai lunghi dei Pacers. Inoltre, ha eseguito un passaggio possibile solo ai migliori giocatori. Chiunque può provare ad attaccare in palleggio un’area sovraffollata e desistere a metà percorso contro una difesa ben schierata. Si tratta di una giocata frequente in NBA. Ma proseguire su quella scelta sapendo che si passerà il pallone, lasciando presagire fino all’ultimo il tiro per poi passare il pallone dietro la schiena e trovare il compagno semi libero, non è per niente facile. Sono pochi i giocatori nell’universo NBA a poterlo eseguire con successo. Quella giocata, come sottolineato da Jaylen Brown, potrebbe essere esposta al Louvre o in qualsiasi altro posto in cui si possa apprezzare il duro lavoro eseguito da persone davvero eccezionali a svolgerlo. 

In generale, i Boston Celtics hanno parecchi finali eroici nel loro storico. La situazione presentatasi lunedì era ancor più spaventosa. I Celtics erano in svantaggio di 8 punti a metà dell’ultimo Quarto di gioco. Avevano necessario bisogno di due cose: fare punti ed evitare che i Pacers continuassero a farne. Perciò, i C’s si sono arroccati difensivamente, concedendo soltanto 2 punti dal campo agli avversari negli ultimi 4 minuti e mezzo, mantenendo di fatto i Pacers lontani dal ferro per gli ultimi 3 minuti e mezzo. 

Poi, con soli 45 secondi rimasti sul cronometro, Jaylen Brown si è trovato sul perimetro in possesso palla, con lo sguardo di chi ha in mente la giocata da Io contro il Mondo – che spesso non funziona, specie quando si concede tempo agli avversari per assestarsi in difesa. Va sottolineata la buona scelta difensiva eseguita da Andrew Nembhard che, consapevole di non poter rimanere davanti a JB, ha optato per mandarlo sulla sinistra, non la migliore opzione per Brown. Tuttavia, Jaylen è riuscito a superare Nembhard e a proseguire la sua corsa al ferro, lenta abbastanza per permettere a ben 4 avversari di lanciarsi su di lui. Solo Pascal Siakam ha mantenuto la sua posizione, in marcatura su Al Horford nell’angolo – probabilmente memore della giocata avvenuta 2 sere prima. Brown ha proseguito la sua corsa fin quando è stato accerchiato dai difensori, dopodiché ha servito saltando il liberissimo Derrick White nell’altro angolo opposto rispetto a Horford. Il suo canestro ha permesso ai Celtics di andare in vantaggio di 3 punti con soli 45 secondi rimasti da giocare. Si tratta comunque di un enorme lasso di tempo, poiché l’intera stagione degli Indiana Pacers era in ballo ma, nonostante ciò, i bianco-verdi sono riusciti a mantenere gli avversari senza punti a segno prima del fischio finale. Osservando i replay della giocata di Brown, è chiaro che JB l’abbia iniziata con in mente l’intento di buttarsi tra le grinfie dei difensori avversari per poi saltare via e servire D-White, nonostante la visuale fosse stata occultata dai giocatori dei Pacers. Brown sapeva già esattamente dove avrebbe trovato White, e che il compagno sarebbe stato in grado di colpire i Pacers per via della sua efficienza al tiro. I Celtics, come i gattini di cui si parlava, sono cresciuti. E non hanno ancora smesso di farlo.