FOTO: Sports,Inquirer.Net

Il mondo dello sport, soprattutto quello NBA, è davvero crudele. La settimana prima si celebra un’impresa storica nella storia della franchigia, in quella successiva il castello di certezze appena eretto viene inesorabilmente scosso fino al punto di crollare, e sembra non esista via di mezzo per tifosi, media e chiunque guardi dall’esterno. Per fortuna, i Minnesota Timberwolves più di chiunque altro sono consapevoli di quale sia la loro posizione, e devono restare tali senza entrare in panic mode dopo una brutta serie Playoffs contro un matchup rivelatosi infernale e persa senza alcun dubbio per manifesta inferiorità, ma anche per inesperienza, deconcentrazione, calo di adrenalina o quello che è stato (probabilmente una combinazione di questi fattori, ci torneremo dopo). L’ultima cosa che serve a questo progetto, in poche parole, è una memoria “da pesce rosso”. Anche perché, sebbene per molti possa sembrare ridicolo, questa stagione è stata sia un successo per Minnesota, da anni fuori dai radar NBA e fra le franchigie più perdenti nella storia degli sport americani, sia la primissima tappa di quella che è una finestra ancora spalancata e che spera di affacciarsi nei prossimi anni almeno alle NBA Finals. Perché? Partendo dal primo punto, quello del “successo”, in primis si parla di una run fino alle Conference Finals, tutt’altro che scontata e non favorita da infortuni, anzi, anche piuttosto complicata. Poi, non tutte le realtà hanno i mezzi o l’appeal dei big market, la maggior parte di esse ha bisogno di un progetto solido e duraturo che permetta, quantomeno, di attirare l’attenzione mediatica e di rivitalizzare un ambiente altrimenti morto dal punto di vista competitivo. Le apparizioni consecutive ai Playoffs, pur passando dal Play-In, sono state un passo avanti nelle passate stagioni – si pensi a un traguardo come lo è stato per i Sacramento Kings nel 2023 – sotto questo punto di vista, ma il 2023/24 è imbattibile:

  • stagione da 56 vittorie, 2° miglior record nella storia della franchigia da quella 2003/04 (58)
  • prima serie Playoffs vinta dopo 20 anni e la 2° apparizione alle Conference Finals nella storia della franchigia, sempre da quel 2003/04
  • 1° defensive rating assoluto in NBA, con un sistema difensivo che ha agito alla perfezione nei primi due turni difficilissimi e che si è dimostrato versatile, per quanto meno efficace, anche nelle Conference Finals
  • sopravvivenza a 3 elimination game, di cui 2 contro i campioni in carica, indice di una solidità (soprattutto mentale) non propria di squadre che si trovano lì per caso
  • premi stagionali a bizzeffe, fra cui: il DPOY a Rudy Gobert, quello di Sixth Man of the Year a Naz Reid, la presenza di Anthony Edwards nell’All-NBA Second Team e all’All-Star Game insieme a Karl-Anthony Towns, l’inserimento nell’All-Defensive Second Team di Jaden McDaniels
  • e altri ancora più “mediatici”, che implicano una considerazione totale della squadra nella cartina NBA, tutt’altro che scontata: Teammate of the Year a Mike Conley Jr., Karl-Anthony Towns eletto Social Justice Champion

E soprattutto tanta considerazione mediatica. Anthony Edwards ha vinto tutto il possibile e immaginabile per quanto riguarda le giocate spettacolari scelte dai fan (schiacciata, stoppata, foto) ed è stato il giocatore con il maggior numero di views generate nel corso dei Playoffs sulle piattaforme NBA, volto di una squadra che in Gara 7 contro i Denver Nuggets ha generato 8.41 milioni di spettatori sui canali TNT, record per una partita di secondo turno. Non si dà certo un premio alle interazioni, non viene dato il “faccia della Lega award” a Ant o il “trofeo delle visualizzazioni” ai Minnesota Timberwolves, ma sono tutti aspetti importanti da tenere a mente quando si parla di una squadra che – di nuovo – si ripresenterà su palcoscenici di questo tipo nei prossimi anni.

Questioni di questo tipo sono importanti: punto uno, l’appeal di un giocatore come Anthony Edwards, indipendentemente dai risultati di questo nucleo, sarà importante in un futuro più remoto per costruire contesti competitivi anche tramite il mercato, non proprio punto di forza di Timberwolves; punto due, non va dimenticato, sono la conseguenza e il riconoscimento di quello che è stato un enorme risultato sul campo. Dopo la trade per Rudy Gobert, infatti, Minnesota era passata da una delle rivelazioni della stagione 2021/22, fra le squadre in assoluto più giovani ai Playoffs, a un contesto necessariamente in modalità “win now”, non certo da anello a partire dal primo anno, ma dal quale – anche a causa di salary cap occupato e asset spesi – ci aspettava quantomeno una buonissima regular season e un tentativo di superare lo scoglio del primo turno, arenato lì da 20 anni, ai Playoffs. Il primo impatto è stato disastroso, ha lasciato più dubbi che certezze, in post-season McDaniels è stato assente rompendosi la mano per fare a botte con un muro, Naz Reid si è frantumato il polso schiacciando direttamente sul ferro, Rudy Gobert non si è rotto nulla ma ha comunque deciso di provarci scagliando un pugno verso Kyle Anderson a fine regular season; KAT ha saltato la prima stagione del doppio lungo per infortunio, ritardando un anno del processo e, di conseguenza, impattando in maniera disastrosa nella serie contro i Denver Nuggets, combattuta ma finita con un netto 4 a 1 pur sotto l’astro nascente di Edwards. Poi, si è passati da questo a tutto quello di cui si è parlato in stagione e ai Playoffs, ma soprattutto ai primi due turni di altissimo livello. Lo sweep su Phoenix è stato netto, Ant ha brillato, Towns ha messo a tacere momentaneamente molte narrative sulle sue performance ai Playoffs e su uno scambio imminente con una Gara 7 mostruosa contro i Nuggets (e partite efficienti da seconda opzione), Gobert si è rivelato fondamentale nella strategia per fermare i campioni in carica, nonché un fattore molto positivo in post-season (una sua “apologia” QUI). Insomma, il best case scenario in assoluto, al punto da sentirsi già alle Finals, già sul tetto del mondo. Ecco, forse troppo.

Cosa è andato storto?

La delusione di come è stata approcciata la serie contro i Mavericks lascia un amaro in bocca davvero difficile da buttare giù, l’intensità difensiva che aveva guidato la squadra fin lì è sembrata scomparire, lo stesso Edwards ha ammesso di essersi sentito “stanco” sul finale di Gara 1 e anche nel corso di Gara 5, con tutti in ballo, Dallas è sempre arrivata prima su ogni rimbalzo o pallone “sporco”, solitamente quella spazzatura propria dei Timberwolves nei primi due turni. Un calo, però, prima ancora che fisico, quasi psicologico, come una sorta di “rilassamento”, con molta più superficialità nell’esecuzione soprattutto nella metà campo offensiva e inaspettata confusione in quella difensiva. Sia chiaro, Luka Doncic e Kyrie Irving hanno fronteggiato qualunque tipo di coverage proposta disintegrandola, ma sono state davvero troppe le distrazioni, come quelle di Towns e Edwards in aiuto dal lato debole nei blitz sullo sloveno, una sorta di regressione nemmeno all’anno precedente, ma alle rispettive stagioni da rookie.

A questo non ci sono scuse, non alle Conference Finals, così come non ce ne sono per la povertà di esecuzione nella metà campo offensiva. L’idea di far avere tanto palla in mano a Edwards nelle prime due serie ha pagato perché le difese avversarie o non avevano sufficiente rim protection (anche secondaria) per arginarlo, come nel caso di Denver, o erano prive di difesa PoA, come nel caso di Phoenix, collassando nel pitturato ma lasciando aperte linee di passaggio (e di penetrazione) ben più ampie. Già con i Nuggets si è visto un calo di produzione notevole per Ant-Man, all’incirca da Gara 5, dove la difesa ha cominciato a raddoppiarlo più aggressivamente o a collassare su di lui, costringendolo a letture più rapide e avanzate in termini di playmaking e riducendone l’efficienza dello scoring, solitamente il piatto forte:

  • da Gara 1 contro i Suns a Gara 4 contro Denver: 32.1 PTS, 5.6 AST, 3.6 TOV, 67.3 True Shooting%
  • da Gara 5 contro Denver a Gara 3 contro Dallas: 21.2 PTS, 7.3 AST, 2.7 TOV, 49.3 True Shooting%

Un crollo disastroso nella produzione e nell’efficienza, ritrovando un po’ di ritmo in Gara 4 contro i Mavs e non considerando la Gara 5 già finita nel primo quarto, arrivato per un svariate ragioni riassumibili in una frase fatta: Anthony Edwards non è ancora pronto. E non è detto che lo sarà mai: deve migliorare moltissimo nel palleggio e nella creazione di vantaggio palla in mano senza ricezioni attive, le sue letture sono state talvolta anche corrette ma eseguite o con tempi errati, togliendo moltissimo ritmo all’attacco, o semplicemente male, sparando qualche passaggio verso l’angolo in seconda fila, qualcuno troppo basso o direttamente schiacciato a terra. Per questo, anche dal punto di vista del coaching, non è stata una gran serie, chiedendo a Edwards di attaccare una difesa schierata troppo spesso senza nemmeno un set, o senza sfruttarne la gravity per action apposito sul lato debole: quando lo ha fatto, come nel primo tempo di Gara 2 (o in Gara 4), Minnesota ha toccato anche il +18; quando si è fermata a isolamenti o post-up sterili, come in Gara 5, sono arrivati i parziali. Non è una sorpresa che siano stati persi tutti i finali punto a punto, eccetto quelli in Gara 4 (con moltissime uscite o blocchi per i tiratori sul lato debole): già di per sé, lo shot making di Doncic e Irving è qualcosa di non pareggiabile, realizzano benissimo anche in situazioni di gioco rotto, ma a maggior ragione hanno completamente surclassato la produzione delle due stelle offensive di Minnesota, chiamate troppo spesso ad attaccare la difesa schierata senza un’impostazione precisa. Non è un caso che la serie di Towns, che fatica a creare vantaggio dal post e va spesso fuori controllo se costretto a mettere palla per terra passivamente fronte a canestro, sia stata disastrosa fin dall’inizio (e Edwards, con tutti quei corpi davanti, non ha fatto meglio):

Alla fragilità delle due stelle in fase di creation/efficienza e alla mancanza generale di organizzazione, aggiungete inesperienza diffusa, errori inaspettati e episodi non favorevoli – non frutto di decisioni o esecuzioni errate, insomma, come il goaltending di KAT in Gara 1 o il fallo su McDaniels non visto in Gara 2 “sistemato” con la rimessa assegnata a Minnesota, poi riassegnata a Dallas con il challenge (challenge che non può correggere la chiamata, riconosciuta poi nel L2M report: i Wolves erano sopra 2 e possesso a 47 secondi dalla fine) – e la frittata è fatta. Ma tornando alle decisioni errate e all’inesperienza, abbiamo parlato QUI del disastro nel finale di Gara 2, con la palla persa sanguinosa di Anthony Edwards sopra di 2 a 12 secondi dalla fine e la cattiva gestione da parte di Gobert sull’isolamento di Doncic – la soluzione era mandarlo dentro, come fatto bene un istante prima, non lasciare uno step back comodo da tre punti, ma Gara 1 non è stata da meno. Negli ultimi due minuti, ci sono state:

  • palla persa di McDaniels dopo un recupero di Towns per la tripla in contropiede di PJ Washington, una scarto di 5 punti potenziali
  • sfortuna, con il goaltending millimetrico di Towns
  • cattiva lettura di Mike Conley, andato per il lob anziché per il floater, e conseguenti 2 punti di Doncic dall’altro lato, altro scarto di 4 punti potenziali

Oltre all’inferiorità nello shot making e nell’esecuzione, anche errori che non ti aspetti dai veterani, episodi nel momento sbagliato, tanta fretta da chi non è abituato a palcoscenici simili. Insomma, quando piove, diluvia. Non è una giustificazione, sia chiaro, nessuno qua è avvocato di multimilionari che giocano a pallacanestro di mestiere e soprattutto anche Dallas è molto giovane, ma è solo un dato di fatto che: McDaniels, prima di questa run, aveva giocato una sola serie Playoffs in carriera, così come Naz Reid e Nickeil Alexander-Walker (5 minuti totali con Utah nel 2022); quota 2 per Anthony Edwards, quota 3 per Karl-Anthony Towns. Di questi, i primi 4 sono under-25, abbondantemente. Sono tutti passaggi necessari per maturare e che è necessario attraversare, ma che non cancellano quanto fatto nelle due serie precedenti, anzi, deve essere uno stimolo e una lezione per capire cosa non abbia funzionato, a partire dalla condizione fisica, come dichiarato anche da Anthony Edwards in conferenza stampa. Soprattutto perché, è bene chiarirlo, questo è solo l’inizio per Minnesota.

Questo è solo l’inizio

Non è una frase detta “tanto per”. In primis, la dirigenza non è stupida: anche mettendosi un minimo nei panni dei tifosi di una franchigia disastrata, che negli anni non ha accumulato altro che delusioni su delusioni, pescato male al Draft, visto prime scelte su prime scelte rivelarsi non all’altezza delle aspettative, fare scambi folli, è ovvio che sia necessario cavalcare un nucleo mediaticamente interessante e che ha riportato un po’ di gioia di vivere (lo sport) in quel di Minneapolis. I biglietti si vendono, il Target Center era sempre pieno e attivo, sono tutti elementi potenzialmente remunerativi – indipendentemente da chi sarà proprietario della franchigia, questione ancora in sospeso e che dovrà essere decisa nei prossimi mesi – e che spingono verso la conferma del roster, anche a costo dell’ingente quantitativo di luxury tax da spendere.

Inoltre, guardando al payroll, appare abbastanza nitido come ci sia già stabilità per la prossima stagione e anche per quella successiva, con le estensioni di Edwards, McDaniels, Naz Reid e Mike Conley già fatto (le ultime due vanno nella direzione della finestra biennale). Rudy Gobert avrà una player option nel 2025/26, che potrebbe rifiutare, accettando cifre minori, nel caso migliore per la squadra, o rifiutare e andarsene, nel caso peggiore – ma liberando così oltre 46 milioni di dollari in termini di cap. La free agency di Kyle Anderson sarà sicuramente l’aspetto più intrigante da gestire: ai Playoffs, anche per un infortunio patito al primo turno, ha reso poco e male fino alla serie contro Dallas, dove però è stato l’equilibratore; ri-firmarlo a cifre simili a quelle attuali (circa $9 milioni) vorrebbe però dire altri $40 milioni in termini di luxury tax, superando i $115 milioni di penalità. Una scelta che difficilmente il front office sarà disposto a prendere, così come l’utilizzo risicato di Monte Morris sembra indirizzare verso una non conferma. Già senza questi due, e aggiungendo le pick al Draft (27, 37), si parla di cifre sui 75/80 milioni di dollari in tasse. E, in ogni caso, bisognerà decidere in fretta, perché Minnesota nella prossima stagione eccederà comunque il “second apron” introdotto dal nuovo CBA e, a quel punto, sarà più difficile fare movimenti anche via trade (impossibilità nell’aggregare salari, limitazioni nell’assorbire contratti più pesanti di quelli in uscita e via dicendo). La scadenza, dunque, sarà quella dell’1 luglio per ogni movimento maggiore – e probabilmente anche minore:

FONTE: Spotrac.com

La condizione necessaria e imprescindibile per restare competitivi è accettare di spendere in questa finestra, in modo da valorizzarla. Squadre come Celtics, Nuggets, Suns, Bucks, Heat e simili hanno scelto questo percorso, e tutte hanno apparizioni alle Finals, anche multiple, negli ultimi 5 anni. Considerando quanto visto nei Playoffs, l’approdo alle Conference Finals battendo Denver e giocando una stagione del genere, nonostante il tracollo, deve suonare assolutamente rassicurante sotto questo punto di vista. La finestra per vincere è ora e, alterandola, si ricadrebbe solo in ulteriori stagioni di incertezza. Lo hanno capito i tifosi, lo ha capito il capo delle Basketball Operations Tim Connelly, che ha creato i Nuggets prima e questi Timberwolves poi, e che – nonostante non sia ancora certo che resterà a Minneapolis – sembra abbastanza consapevole di quale sia il percorso da seguire:

“Penso che, date le due opzioni, dovremmo sempre scegliere quella della pazienza e della continuità. E siamo stati fortunati che la proprietà lo abbia permesso. Dopo la fine della passata stagione, ci ha permesso di capire cosa avessimo in mano quest’anno, e quindi abbiamo fatto una run abbastanza di successo. Abbiamo tutti questi piani, ma scompaiono con una chiamata, perciò sarebbe abbastanza ipocrita dire che abbiamo un progetto già ben stabilito. Abbiamo piani teoricamente prestabiliti, ma la fluidità del mercato cambia le cose rapidamente, e saremo aggressivi e veloci. Ma, di nuovo, penso che essere pazienti ripaghi la maggior parte delle volte, se viene permesso esserlo.”

– Tim Connelly

Conferma di Connelly sulla squadra e su Karl-Anthony Towns, sempre inserito nelle trade conversation in questi anni e sempre rimasto a Minneapolis, al quale l’executive (e coach Finch) ha riconosciuto molti meriti, sia di questi anni, sia di questa run Playoffs, nonostante le difficoltà nella serie contro i Mavs. E anche il giocatore sembra, come sempre, intenzionato a restare. Questo aspetto è rilevante – al di là dell’attaccamento, importante solo per i tifosi – perché si tratta dell’unico dei tre max player potenzialmente scambiabile, visto che Anthony Edwards non è in vendita e che Rudy Gobert diventerebbe un investimento “a perdere”, dal momento che non sarebbe possibile recuperare adesso gli asset spesi al tempo. La permanenza di KAT significherebbe molto la conferma per intero di questo nucleo e, a meno di svolte entro luglio, questa sembrerebbe essere la strada. Giusta, aggiungeremmo, perché i Timberwolves hanno tutto il tempo del mondo, hanno avuto conferme importanti sul campo e fuori hanno apparecchiato tutto per conservare intatta la finestra per almeno altri due anni. Non è detto che possano ripetersi, non è detto che possano migliorarsi, soprattutto nella NBA odierna, ma l’astro nascente di Ant-Man e l'(in)esperienza del resto del roster indirizzano molto di più verso la seconda possibilità. Fa strano pensarlo, in primis a una franchigia che ha accumulato solo fallimenti nel corso della sua storia e ricca di disturbi da stress post-traumatico, ma, per una volta, i Minnesota Timberwolves potrebbero davvero trovarsi nella situazione di competere per l’anello. Anthony Edwards ne è convinto, non c’è motivo per cui non debbano esserlo tutti gli altri.