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Questo articolo, scritto da Kris Amundsen per Premium Hoops e tradotto in italiano da Emilio Trombini per Around the Game, è stato pubblicato in data 12 ottobre 2021.


Nell’era di Twitter e delle statistiche avanzate, i Front Office NBA sono sotto esame più che mai.

Gli accordi per i free agent e le trade sono spesso annunciati prima ancora che i documenti raggiungano i piani alti dell’NBA, e gli scambi vengono analizzati e discussi dalla maggior parte dei principali media sportivi entro un’ora o due. Gli opinionisti fissati con le statistiche avanzate usano un insieme di parametri per capire come un giocatore ha performato nella sua carriera fino ad ora, e per capire cosa potrebbe fare nei prossimi anni; cercano di fare il loro meglio per cogliere il valore “globale” di un giocatore, eliminando il più possibile i rischi e le circostanze.

In questo modo, i giocatori sono convertiti in valore monetario per la durata delle trattative, o vengono comunque sempre messi in relazione ai giocatori per cui sono stati scambiati. Quando il valore stimato di un giocatore che fa parte di una trade è più alto del prezzo pagato, viene considerato “un furto”, e il Front Office che ha architettato tutto viene glorificato; d’altra parte, quando il prezzo supera il valore previsto in campo, gli opinionisti sportivi quasi si divertono a scrivere di come la squadra sia stata poco lungimirante, o di come l’agente del giocatore o il dirigente avversario abbia “spennato” l’organizzazione.

Niente di tutto ciò è una sorpresa, né dovrebbe esserlo. Il salary cap e le problematiche del contratto collettivo contribuiscono a spingere le squadre a trovare e sfruttare le inefficienze del mercato, a massimizzare il guadagno, giocando duro per fare l’affare. Dopo tutto, ogni contratto firmato per una squadra diventa una fetta importante della torta, e di torta non ce n’è per tutti in questa lega. Ogni scambio è inevitabilmente interconnesso con gli altri contratti della squadra, e averci perso o guadagnato in una trade può avere ripercussioni a lungo termine sul roster.

Ci sono alcuni casi, tuttavia, in cui la comunità NBA nel suo intero diventa troppo attenta ai dettagli di uno scambio e perde di vista il quadro generale.

Il discorso a volte può diventare troppo focalizzato, come se ogni dollaro in più che un giocatore guadagna abbassasse le sue prestazioni sul campo. I giocatori non sono semplicemente pezzi di una scacchiera o di un puzzle, e il miglior accordo monetario non sempre equivale alla mossa migliore che una squadra avrebbe potuto fare. In questi casi, la squadra che “perde” l’affare dal punto di vista del valore atteso del giocatore o della gestione delle risorse, può ancora essere il grande vincitore alla fine dei giochi.

Quindi la domanda diventa una: quando ha senso perdere in un affare, in NBA? E come potremmo noi, come analisti e tifosi, essere più consapevoli del suo valore intrinseco?

Ci sono tre fattori che i Front Office devono considerare quando si impegnano in uno scambio apparentemente “sconveniente”:

  1. Tempistica dell’affare
  2. Alternative disponibili
  3. Possibili scenari

Utilizzando questi parametri possiamo esaminare un deal dell’ultima offseason, con un contratto considerato da molti troppo costoso: si tratta della sign-and-trade dei Chicago Bulls (con gli Spurs) per portare DeMar DeRozan nell’Illinois, con un triennale da 82 milioni di dollari. In cambio: Thaddeus Young, Al-Farouq Aminu, una scelta al primo giro al Draft e due scelte al secondo.

È stata la mossa giusta per i Bulls? Carchiamo di capire perché l’hanno fatto.

Tempismo

Il primo fattore da considerare nella valutazione di un affare che sembra, a prima vista, troppo oneroso, è se la tempistica dell’affare ha senso.

Uno degli esempi positivi più importanti è stato quando, meno di un anno fa, i Milwaukee Bucks hanno scambiato per Jrue Holiday di New Orleans in cambio di tre scelte al primo round non protette, due pick swap, Eric Bledsoe e George Hill. L’affare è stato universalmente considerato un esborso eccessivo. Vero che Jrue è un ottimo giocatore su entrambe le metà del campo, ma il genere di asset scambiati per lui era commisurato a un giocatore di maggior valore.

Eppure, quasi tutti erano d’accordo che, date le circostanze in cui si trovavano i Bucks, l’affare avesse molto senso.

La squadra era stata appena eliminata dai Miami Heat in sole quattro partite pochi mesi prima, e Milwaukee si trovava in una posizione precaria. Per l’MVP in carica, Giannis Antetokounmpo, era infatti arrivato il momento di scegliere se firmare o meno un’estensione con i Bucks, che sarebbero così riusciti a tenerlo a lungo termine. Se Giannis non avesse firmato qel contratto, gli anni di lavoro di Milwaukee per costruire una squadra da titolo attorno a lui sarebbero stati resi vani. Date le circostanze, una mossa del genere per dimostrare a Giannis che i Bucks volevano costruire una squadra super-competitiva era fondamentale.

Come sappiamo, Giannis ha firmato il supermax poco dopo che l’affare è stato portato a termine, e i Bucks hanno vinto il titolo nella stagione 2020/21. Anche grazie al contributo sul campo dello strapagato Jrue.

Allo stesso modo, possiamo esaminare l’affare DeRozan. I Bulls, in un certo senso, si trovano anche loro ad un bivio cruciale come squadra. La loro stella emergente, Zach LaVine, sarà un free agent molto ricercato dopo questa stagione e, a soli 26 anni, i suoi giorni migliori sembrano essere ancora davanti a lui. Dopo anni di fallimenti nell’assemblare una parvenza di talento attorno a LaVine, e nel tentativo di far crescere altre potenziali stelle in squadra, i Bulls hanno rinnovato la loro organizzazione e fatto grandi cambiamenti al roster quest’estate. Il loro obiettivo è chiaro: affiancare più talento possibile a LaVine per convincerlo ad impegnarsi con Chicago a lungo termine.

E se anche Chicago non è certamente una contendente al titolo questa stagione, è stato chiaro l’intento di mantenere il loro miglior giocatore e di dare alla città una squadra per cui tifare. E per ottenere ciò, l’aggiunta di giocatori di talento che si adattano alle esigenze della squadra diventa obbligatoria: perdere LaVine a zero in free agency sarebbe disastroso per Chicago.

In questo senso, è facile capire come l’inserimento di un giocatore del calibro di DeMar in questo momento abbia senso. DeMar è un veterano con talento, esperienza ai Playoffs ed è stato un leader in squadre di successo: proprio ciò che ai Bulls manca da anni a questa parte.

Ci sono pochi dubbi che la tempistica di questo scambio ha senso per ciò che la squadra vuole raggiungere questa stagione.

Alternative

Un altro dei concetti che spesso non riusciamo a cogliere è che il mercato dei free agent è limitato.

È facile fare congetture e dire che una squadra dovrebbe firmare un giocatore di un certo tipo, capace di costruirsi dei tiri, che sappia tirare e difendere, o trovare un’ala 3&D, o un grande rim protector. Ma la verità è che quei giocatori molto spesso, semplicemente, non sono sul mercato.

Con la tendenza recente relativa al “player empowerment”, stiamo vedendo sempre più giocatori di alto livello che scelgono di firmare estensioni contrattuali, rinunciando del tutto alla free agency, perché hanno comunque una buona possibilità di essere scambiati se e quando lo desiderano. E non è detto che una volta diventati free agent ci sia comunque la garanzia che una squadra avrà la strada spianata per prendere uno di questi giocatori.

Abbiamo visto esempi in questa stessa offseason con Kyle Lowry, che ha firmato con i Miami Heat pochi minuti prima dell’inizio della free agency e ha lasciato diverse squadre che lo volevano a mani vuote. Oppure, tornando al caso di Jrue Holiday, i Bucks sono stati costretti a dare via un sacco di asset perché non c’era nessun altro giocatore disponibile sul mercato che avrebbe potuto replicare ciò che Jrue ha fatto per coach Budenholzer. O ancora i Clippers, quando hanno strappato Paul George dai Thunder dando via di tutto, perché l’opportunità di prendere Kawhi Leonard dipendeva da questo.

È molto raro che una squadra riesca ad ottenere il suo obiettivo principale al prezzo che vuole. Strapagare i giocatori è molto comune durante la free agency, al di là di quei pochi casi in cui il valore monetario di un giocatore viene ridimensionato (si pensi a Dennis Schröder) per circostanze particolari.

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Nel caso di DeRozan, i Bulls avevano disperato bisogno proprio di un giocatore con shot creation e playmaking a difesa schierata. Nonostante la crescita di LaVine come creatore di gioco la scorsa stagione, il suo talento nel tiro e nelle chiusure al ferro in passato non è stato pienamente sfruttato perché i Bulls gli hanno affidato troppe responsabilità con la palla in mano, soprattutto nelle situazioni decisive. Inoltre, i Bulls si erano classificati all’ultimo posto per tiri liberi tirati e 27esimi in palle perse. Chicago, per cominciare ad essere una squadra rispettabile (e tenersi stretto Zach), aveva bisogno di giocatori di livello in grado di attaccare il ferro, di creare facili opportunità per i compagni di squadra, e che si dividessero con Zach la responsabilità di segnare nei minuti finali delle partite. Considerato che non avrebbero probabilmente avuto spazio salariale per la free agency, i Bulls avevano poche chance di prendere free agent.

In DeRozan i Bulls hanno trovato qualcuno che potrebbe fare tutte e tre le cose di cui avevano bisogno. DeMar la scorsa stagione ha attaccato il ferro, subendo fallo sul tiro, con grande consistenza (nel 99esimo percentile per la sua posizione, secondo quanto riportato da Cleaning the Glass). Era al “100esimo percentile” in assist, 96esimo nel rapporto assist/usage, e 90esimo in palle perse per la sua posizione, con una media di 21.6 punti, 6.9 assist, 2.0 turnover ed il 59.1% di True Shooting. Inoltre, DeRozan è stato uno dei realizzatori più efficienti della Lega nelle ultime due stagioni in situazioni di isolamento.

Appena compiuti 32 anni, DeMar si adatterà bene al suo compito di dare un aiuto a breve termine mentre i giocatori più giovani di Chicago si sviluppano. Purtroppo per loro, un giocatore di questo calibro non solo non è economico, ma è anche molto ricercato sul mercato. E come abbiamo potuto notare, i Bulls erano una delle tante squadre (un paio di loro con tanto spazio salariale) interessate a DeMar, e hanno quindi dovuto pagare un prezzo importante per acquisirlo.

Tra le tante critiche a questo deal, poche presentavano una buona alternativa alla mossa dei Bulls. Il mantra principale era semplicemente che i Bulls non avrebbero dovuto pagarlo così tanto, rinunciare a così tanto per ottenerlo – come se i Bulls avessero deciso il prezzo da bendati. Gran parte delle decisioni dei Front Office in queste situazioni rimangono sconosciute (un po’ anche a causa della tempistica necessaria per le trattative), ma credo si possa affermare tranquillamente che Chicago ha pagato semplicemente quello che si sentiva di dover pagare per portarsi a casa DeRozan.

La preoccupazione maggiore era questa: quali altre opzioni aveva Chicago?

Con Lonzo Ball chiaramente nel mirino dei Bulls come playmaker, il loro punto debole da coprire maggiormente era nel ruolo di ala, e non c’era nessuno sul mercato in quella posizione che si avvicinava alle caratteristiche di DeRozan. Qualcuno suggeriva semplicemente di non firmare l’ex Spurs e Raptors, ma così facendo i Bulls avrebbero mantenuto le loro debolezze nel gioco offensivo, mettendo al contempo indebita pressione su LaVine, che avrebbe dovuto giocare ancora in un ruolo per cui non è adatto, così come su Lonzo Ball e Coby White.

Con il resto della Eastern Conference migliorato, il rischio di non superare il Play-in e di perdere LaVine sarebbe stato troppo elevato per stare a guardare.

Confrontare i risultati

I dirigenti (e gli opinionisti) devono anche guardare ai possibili scenari dopo la chiusura di uno scambio, e decidere se vale la pena il rischio. Il caso peggiore è abbastanza semplice: se tutto dovesse andare male, quanto sarebbe difficile riprendersi?

Torniamo ancora sull’affare-Holiday. Se, per esempio, Jrue avesse subito un infortunio grave da tenerlo fuori tutta la stagione, sarebbe stato difficile “compensare” tutte le scelte al primo giro cedute. Giannis avrebbe probabilmente chiesto di andarsene da Milwaukee e tutto sarebbe andato a rotoli. I Bucks hanno dovuto decidere se questo era uno scenario peggiore di non fare lo scambio, con il serio rischio che Giannis non avrebbe firmato l’estensione contrattuale, o che la squadra sarebbe uscita di nuovo al primo o secondo turno dei Playoffs, perdendo l’opportunità di migliorare ulteriormente il roster. Alla fine hanno lanciato i dadi e sono andati all-in. Direi che è andata abbastanza bene per loro, fino a questo punto. Ma se non fosse stato così?

Nel 2013, i Brooklyn Nets hanno deciso di sfidare questa teoria dell’immaginare il peggiore scenario, scambiando diverse scelte non protette al primo round e diversi giocatori ai Boston Celtics, in cambio di alcuni top player che avevano già passato il loro prime. Fu un disastro. A tal punto che i Nets furono condannati per tanti anni a pagarne dazio. Posto che, comunque, sono tornati ai Playoffs di nuovo nel 2019, erano probabilmente ad un passo (precisamente un alluce, quello di Durant) dal titolo nel 2021, e ora sono (tra) i favoriti per il titolo nel 2022 (in attesa di capire come si evolverà al situazione di Kyrie Irving).

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Forse questa è una lezione sul fatto che nulla è certo nella NBA, e che anche la peggiore trade o il peggior contratto potrebbero finire per non essere necessariamente un grosso problema a lungo termine, e che anche il peggior contratto nella NBA ha ancora possibilità di essere scambiato.

Certo ci sono stati alcuni errori piuttosto costosi nella storia dell’NBA per quanto riguarda le scelte sbagliate al Draft, ma le conseguenze negative della scelta di una sola squadra sono di breve durata. Il vero problema è quando si hanno dirigenti che prendono costantemente cattive decisioni, ma questo è un argomento per la prossima volta.

Quindi, supponiamo che l’affare-DeRozan finisca malamente, che i Bulls perdano al Play-In e che Zach LaVine decida di uscire dal contratto a fine anno. DeRozan guadagnerà 26 milioni di dollari in questa stagione, 27 milioni nel 2022/23 e 28 milioni nel 2023/24. Se il gioco di DeRozan è ancora quello delle ultime stagioni (quando, tra l’altro, guadagnava quasi la stessa cifra), credete che non sarebbe abbastanza facile cedere il suo contratto? Se invece il contratto diventasse completamente incedibile a causa di un infortunio, ci sono comunque squadre che, come i Thunder, potrebbero assorbirlo nel loro salary cap in cambio di qualche scelta al Draft.

Bisogna però anche considerare i possibili scenari positivi. Molti hanno deriso quello che potrebbe essere uno degli scenari papabili migliori per Chicago; cioè i Bulls che vanno ai Playoffs e perdono al secondo turno, giocandosi la possibilità di ottenere una buona scelta al primo giro del Draft a causa di DeRozan. A questi risponderei: provate ad andare a chiedere ai Kings o ai Timberwolves quanto sarebbero entusiasti di perdere al secondo turno dei Playoffs al costo di una scelta al primo turno e di un contratto da 27.5 milioni di dollari all’anno.

La realtà è che la maggior parte delle squadre farebbe quello scambio, e per una franchigia in un big market come Chicago – che dopo il ritiro di Michael Jordan, però, è stato per lo più nell’ombra – rendere i Bulls una destinazione a lungo termine intrigante per i free agent è probabilmente un obiettivo importante quanto quello di portare la squadra ai Playoffs. Ma Chicago non può riuscirci a meno che non dimostri di essere competitiva.

Strapagare un free agent di qualità potrebbe essere la miglior mossa nell’ultimo decennio per tornare ad essere rilevanti in NBA. E se, infine, la mossa dovesse rivelarsi una via di mezzo tra il successo e il fallimento, dubito che i tifosi di Chicago si lamenteranno del fatto che questa squadra sia più competitiva e bella da guardare rispetto alle versioni degli anni precedenti. Al costo di una scelta del primo giro del Draft, c’è poco di cui lamentarsi.

Conclusione

La sign-and-trade per DeMar DeRozan è costata eccessivamente in termini di asset e dollari? Probabilmente sì. Ma era la mossa giusta? Solo il tempo lo dirà. 

Il bello di questa discussione è che la risposta ad entrambe le domande potrebbero essere un clamoroso sì. Ci saranno altri scambi che rientreranno in questa fattispecie andando avanti, e sono sicuro che media e tifosi continueranno a dichiarare vincitori e vinti rapidamente come hanno fatto con questo. Ma nulla è sicuro in NBA.

Riguardando indietro a quello che ora è considerato uno dei peggiori scambi nella storia dell’NBA, quello del 2013 tra i Celtics e i Nets, erano in tanti al momento che credevano che i Nets ne fossero usciti vincenti. Si può dire lo stesso per molte altre trade e scelte al Draft che alla fine si sono rivelate tutto il contrario.

A volte anche i migliori accordi sulla carta si rivelano essere terribili nella pratica, e l’elemento umano nello sport è sempre un fattore importante – un paio di esempi? Le attuali situazioni di Ben Simmons e Kyrie Irving.

A volte, strapagare un giocatore può essere la mossa giusta.