FOTO: Boston.com

Questo contenuto è tratto da un articolo di Sam La France per Celtics Blog, tradotto in italiano da Edoardo Viglione per Around the Game.


Prima di Gara 5 Al Horford era a 185 partite di Playoffs disputate senza aver mai vinto un anello, sopra di lui c’era solamente Karl Malone con 193. La 186esima, però, è valsa il primo titolo per il centro dominicano, che ha messo la parola “fine” al suo primato non troppo positivo. Alla sua diciassettesima stagione Horford si è laureato per la prima volta campione NBA:


”È passato molto tempo, è stata dura, ma sono orgoglioso di far parte di questa squadra. Non ci posso credere, ancora non riesco a farlo. È proprio come lo avevo immaginato, al TD Garden davanti ai nostri tifosi, è proprio come lo avevo immaginato otto anni fa.”

Al Horford

In questa run non ha avuto molto tempo per rilassarsi e per guardare le partite dalla panchina come molti giocatori della sua età farebbero, anzi. Horford ha giocato un ruolo fondamentale e l’infortunio al soleo di Kristaps Porzingis in Gara 4 del primo round l’ha costretto ancora di più agli straordinari. È stato importantissimo specialmente in Gara 3 contro i Pacers o nel closeout game contro i Cavaliers quando ha segnato 22 punti, raccolto 15 rimbalzi e si è distinto con la sua solita ottima difesa. Ha ricevuto anche tutto l’amore dell’arena quando ha salvato la palla saltando e lanciandola addosso a Dean Wade.

Le sue capacità two-way illuminano sempre il TD Garden, ma il momento più rumoroso e affascinante della partita è stato quando ha segnato la sua sesta tripla che è valsa anche il +17 in favore dei Celtics. Dopo la vittoria che ha permesso a Boston di strappare il pass per le Eastern Conference Finals, lo stesso Horford ha sottolineato il suo legame con il pubblico biancoverde.

”È speciale quando sei al Garden. È semplicemente qualcosa che non dò mai per scontato, sia l’energia che l’amore dei nostri tifosi. Vogliono che lottiamo e mi sentivo davvero legato a loro questa notte.”

Al Horford

Nel round successivo i Celtics si sono trovati con l’acqua alla gola in Gara 3 a Indianapolis quando erano sotto di 18 punti. L’attacco faticava a girare, ma Horford è rimasto concentrato e ha segnato le sue triple aperte che hanno permesso a Boston di recuperare lo svantaggio. Ha contribuito poi a dare il via alla rimonta con una grandissima stoppata su Obi Toppin e da lì si è visto concretamente che è cambiato qualcosa nell’atteggiamento dei suoi compagni, specie in difesa. Boston ha usato ciò a suo vantaggio e piano piano ha annullato lo svantaggio. Tutti e gli otto punti di Horford nell’ultimo periodo sono stati di una pesantezza unica, specie la tripla su assist di Jayson Tatum che ha portato i Celtics al -2 con un solo minuto rimasto da giocare.

Successivamente non si può trascurare l’impatto difensivo che ha avuto alle Finals, specie considerando che ha difeso tantissimo su un certo Luka Doncic. I Mavericks cercavano sempre di farlo accoppiare con Horford, ma i risultati non sono stati quelli sperati dato che la size, la disciplina e la mobilità del dominicano gli hanno permesso di non perdere terreno.

Quando tutto sarà finito la legacy di Horford potrebbe superare questa championship’s run e il suo 42 potrebbe essere appeso per sempre sul soffitto del TD Garden. Torniamo brevemente al 2016, quando Horford fu uno dei primi grandi nomi a firmare a Boston come free agent dopo un bel po’ di tempo.

”È stato pazzesco perché durante gli incontri io e il mio agente Jason Glushon continuavamo a guardare l’anello al dito di Wyc (Grousbeck, comproprietario dei Boston Celtics, ndr) e dopo ci chiedevamo a vicenda se l’avessimo notato. Non dimenticherò mai le parole di Danny Ainge, mi disse che si poteva vincere in molti posti, ma nessun posto sarebbe stato come Boston e che non c’è niente di più bello del vincere come un Celtic. Volevo diventare grande e quella era la scelta giusta.”

Al Horford

Con le estensioni contrattuali e le continue richieste di trade di oggi la free agency non ha più lo stesso peso che aveva una volta, ma la firma di Horford fu un grandissimo affare e lui scelse di mandare subito un bellissimo messaggio ai suoi nuovi tifosi.

I 18 trifogli che ha messo erano simbolo del fatto che avesse capito immediatamente quale fosse l’obiettivo dei Celtics. Nella sua prima esperienza a Boston, durata tre anni, ha collezionato due Eastern Conference Finals e nel 2018 è stato nominato per l’All-Star Game oltre che nell’All-Defensive second Team. Quell’annata fu speciale e i Celtics riuscirono ad arrivare a una sola gara dalle Finals nonostante gli infortuni di Hayward e Irving. Horford, con il suo modo di giocare e la sua professionalità, fu fondamentale per innalzare il livello del roster che comprendeva anche due giovanissimi come Brown e Tatum. Ecco perché è stato così tanto scioccante quando, nel 2019, ha scelto di approdare in una squadra tanto rivale come i Philadelphia 76ers. La parte divertente di questa scelta è che sembrava che Horford nemmeno la volesse. Nel 2019, parlando con Steve Bulpett, citò come causa “questioni di chimica”, ma anche che sarebbe stato tutto differente se avesse saputo dell’arrivo di Kemba Walker.

”Penso che se Kyrie fosse rimasto ci sarebbero dovuti essere dei cambiamenti, perché era chiaro che il gruppo che c’era non poteva coesistere. L’arrivo di Kemba? Non voglio rimanere intrappolato nel passato, ma sì, se l’avessi saputo, sarebbe stato completamente diverso.”

Al Horford nel 2019

A Philadelphia comunque giocò poco in quanto non riuscì mai a trovare il fit giusto con Embiid e finì per essere il suo backup ai Playoffs. Le ultime gare in maglia Sixers, per ironia della sorte, furono uno sweep rimediato contro i Celtics al primo turno. Venne poi scambiato ai Thunder, ma dopo un anno tornò a Boston e fu felicissimo, secondo quanto riporta il giornalista di ESPN Baxter Holmes:

”Horford urlò di gioia in macchina insieme a sua moglie ed ai suoi figli quando lesse che i Celtics stavano scambiando Kemba Walker più una prima scelta per lui (nella trade andò ai Celtics anche Moses Brown e le due franchigie si scambiarono a vicenda delle seconde scelte future).”

Baxter Holmes

La sua seconda esperienza ai Celtics è stata ancora meglio della prima. Nella sua prima stagione di ritorno a Boston si è reso protagonista di una delle cavalcate più incredibili che si siano viste. Dal decimo posto con un record di 18-21, i Celtics inanellarono 33 vittorie nelle ultime 43 partite e chiusero al secondo posto nella Conference. Ai Playoffs sconfissero 4-0 al primo turno i Nets e poi vinsero due Gare 7 contro Milwaukee e Miami, tornando alle Finals 12 anni dopo l’ultima volta. Per Horford, inoltre, era la prima volta. Non è stato, però, l’anno giusto, sebbene il centro dominicano nella serie contro Golden State abbia segnato di media 12.5 punti, tirando con il 60% dall’arco e raccogliendo 8.5 rimbalzi e 2.5 assist:

”Siamo molto più forti perché Al è con noi. Tutti i compagni sanno quanto sia importante per noi, nessuno lo dà per scontato.”

Brad Stevens

Dopo quella run Horford ha firmato un biennale da 20 milioni di dollari complessivi per rimanere a Boston fino al termine della stagione 2024/25, un contratto team-friendly utile a Stevens per aver maggior spazio al fine di costruire il roster da titolo che abbiamo visto quest’anno:

“Quando sei abbastanza fortunato da giocare per i Boston Celtics capisci subito che non si tratta solo di rappresentare la squadra per cui giochi.”

Al Horford prima di Gara 4 delle Finals

Al Horford è stato uno di quei giocatori per il quale i fan hanno sempre provato tantissimo affetto, ma sono anche ricambiati ampiamente. Ora, dopo anni di sforzi, ha aiutato i Celtics a vincere il diciottesimo titolo consolidando in questo modo la sua storia a Boston, rendendola immortale.