L’ultimo ballo di MJ alla partita delle stelle coincide con un’epica sfida all’uomo che voleva diventarne il rivale: Kobe Bryant.

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“Se fossi nel mio prime, con chi vorrei giocare un uno contro uno? La lista è lunga, ma nessuno riuscirebbe a battermi…. A parte Kobe, ma perché lui ha rubato tutte le mie mosse”

“Il posto è tuo.” Questa è la frase che pronunciano tutti (o quasi) i giocatori della Eastern Conference a Micheal Jordan in vista dell’All-Star Game del 2003. Un mito come Micheal, all’ultima comparsata nella partita delle stelle, non può entrare dalla panchina, e ci vuole un certo coraggio per dissentire. Nonostante l’annuncio di His Airness, la prima impressione, come nei lutti, è quella di negazione; soprattutto perchè c’eravamo già passati due volte, con ritiri e altrettanti ritorni. Questa volta, però, è differente; l’età, l’impossibilità di competere ad un livello accettabile, che per lui non può essere al di sotto della soglia massima danno la sensazione di una perdita definitiva; l’epilogo di una storia d’amore dalle sfaccettature spettacolari.

Nella mente di un signore, dalla parte opposta dell’esibizione, la malinconia sembra crearsi uno spazio più profondo; seduto in spogliatoio, la sua testa è un vortice di ricordi e la sensazione nel petto è quella di un fremito.

Kobe Bryant si sta cambiando, sapendo che l’All-Star Game non è altro che un’esibizione, eppure la percezione è che quest’anno la partita abbia un valore diverso, dentro di sé. È qualcosa di palpabile, attiva i recettori nervosi sulla pelle e smuove emozioni cui non riesce a dare un nome; nei movimenti, ripetuti ormai migliaia di volte, i suoi occhi vanno fuori fuoco e alle immagini reali si sostituiscono immagini di partite, di ore in sala video, di settimane di studio e lavoro ossessivo in palestra. Kobe è l’unico che si sia mai avvicinato a Mike, è stato l’unico in grado di rubare e rendere propri tutti i movimenti di MJ ed è l’unico al mondo, lo percepisce, che abbia mai incarnato quella mentalità assassina che Jordan aveva e rappresentava.

Era l’asticella a cui ambire, l’altezza da battere, e l’unico onore che gli si possa fare in quella ultima partita è trattarlo come un nemico; rompergli i giochi, rendergli la vita difficile, porre l’esibizione ad un livello di competizione che solo Kobe e Mike potevano interpretare.

Non è un passaggio di torcia, era già accaduto. In maniera feroce ha strappato il testimone dalle mani di Mike il 6 febbraio precedente, al Madison Square Garden, con 46 punti; l’immagine chiara di uno strapotere tecnico, atletico e soprattutto mentale. E anche in questo caso il “baton touch” non si potrebbe mai presentare in maniera diversa, non sarà esplicitato con parole, non avverrà con timore reverenziale; deve deflagrare, come esplosiva è l’ossessione per la vittoria di entrambi i giocatori. L’8 (poi 24) renderà esplosiva anche quella serata, con la consapevolezza che il 23 si sta allacciando le scarpe con in mente lo stesso piano.

La partita inizia, Atlanta, così come il mondo, ha il fiato sospeso e gli occhi di tutti sono fissi sul numero 23. La gara si protrae e ogni giocatore della Western Conference vuole a turno difendere uno contro uno su Mike che mostra sprazzi di dominio senza alzare mai il ritmo. L’8 attende paziente il suo momento, scambia delle battute con MJ, come amico, come fratello, ma soprattutto come Black Mamba; Jordan non si merita niente di meno che il meglio anche nel comunicare.

Arriva l’intervallo, il punteggio al momento non è importante, e Mike chiamato a parlare riceve una standing ovation che lo emoziona; inizia il suo discorso, ringraziando famiglia, compagni, avversari e tifosi; ma deve dire qualcosa di importante:

Lascio il gioco in buone mani

nel dirlo si gira verso gli All-Star del momento, la mano punta a quel gruppo di stelle, con il palmo rivolto verso l’altro quasi a non voler lasciar cadere un qualcosa di invisibile ma tangibile, gli occhi sono puntati su Kobe. La sensazione di chi guarda è che non stia parlando a tutto il gruppo, ma solo a Bryant; il linguaggio del corpo suggerisce che non sta lasciando un dono, sta dicendo a suo fratello, così simile a lui, di conquistare il gioco dalle sue mani; loro sono fatti così, le cose vanno guadagnate e il gioco va preso non ricevuto.

“Adesso posso andare a casa e sentirmi in pace con il gioco della pallacanestro”

il discorso si chiude così, qualcuno all’altezza di farlo sentire in pace è arrivato e sarà uno spettacolo guardarlo e rivedersi, ancora per un po’, in quei 28 metri nel gioco di quel fratello che ha preso così tanto da lui, senza bisogno di chiedere.

La partita riprende ed è l’equilibrio a permeare i minuti che si susseguono, le giocate di MJ sono sontuose, lo spettacolo di una carriera che fa dire a chiunque “dal canestro al Superdome di New Orleans con la maglia di North Carolina a questi ultimi minuti siamo stati testimoni di un semidio”.

Si avvicinano gli ultimi minuti, Mike è un fiume in piena e si trova spalle a canestro contro Kobe; due palleggi, perno destro in virata, va per il tiro e Kobe salta, è una finta! Incrocia e prende un tiro che sembra magico, ma arriva la mano dell’unico che ha il fegato di competere davvero.

Stoppata dell’8!

Siamo ai secondi finali, Kobe ha appena pareggiato con un tiro libero sul 120 a 120 e Mike ha la palla finale.

Mid-post, temporeggia, si gira per un fadeaway, rilascia la palla che sembra destinata a trovare il fondo della retina. Ma mancano 6 o 7 centimetri, la palla si infrange sul primo ferro, è overtime.

Il livello si alza, passano i 5 minuti per arrivare agli ultimi 20 secondi sul 136 a 136. Jason Kidd porta avanti la palla e cerca chiaramente MJ per il secondo ultimo tiro.

Shawn Marion, non è di questo avviso e alza l’asticella difensiva creando difficoltà di ricezione per il 23. I secondi passano, Mike riesce ad ottenere il pallone, 8 secondi sul cronometro.

Parte in virata verso la linea di fondo, un palleggio, due palleggi.. Marion è ancora lì, il rispetto lo costringe a difendere al meglio.

Mike raccoglie e forza un tiro in allontanamento con un difesa che risulta perfetta, ma non all’altezza di quella semidivinità.

L’arco in area del pallone sembra durare un’eternità, il fiato di tutti e sospeso e il silenzio si fa religioso. L’unico rumore che lo interrompe è il cuoio che striscia sul cotone della retina che fa esplodere un boato!

È dentro!

138 a 136 per la Eastern Conference.

La sensazione è che sia finita, quel che c’era da dire è stato detto da parte di tutti i protagonisti.

O forse no.. Il cronometro segna 3 secondi e uno solo ha ancora una frase da pronunciare.

È Kobe, la palla è per lui, la ricezione è problematica ma riesce a qualche decimo dal suono della sirena a raccogliere per un tiro da 3 punti dall’angolo.

Jermaine O’Neal decide che l’adrenalina è troppa e contestando commette fallo! MJ è imbufalito, non è più un’esibizione, e sa che in lunetta sta andando l’unico giocatore al mondo che è a suo agio nella parte di antagonista.

Il primo tiro libero si arrampica sul canestro, Kobe ne ha ancora due per rovinare la festa vincente di Mike.

Il secondo si infrange sul ferro.

Il terzo tiro libero è qualcosa di perfetto, con l’enorme quantità di fischi che lo accompagnano e trova il fondo della retina.

Secondo overtime, vinto in scioltezza dalle stelle dell’ovest di 10 punti. La sensazione è congelata al tiro libero di Kobe, che ha recepito quel linguaggio del corpo di Mike all’intervallo e si è andato a prendere il gioco dal suo palmo aperto con l’arroganza di qualcuno finalmente riconosciuto dal suo idolo.

La conquista del testimone è avvenuta, con ferocia agonistica, e non poteva essere diversamente.