La guardia dei Warriors ritornerà finalmente in campo questa stagione; nel frattempo, ha impiegato il suo tempo schierandosi contro il razzismo e le ingiustizie.

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Questo articolo, scritto da Marc J. Spears per The Undefeated e tradotto in italiano da Yuri Pietro Tacconi per Around the Game, è stato pubblicato in data 28 settembre 2021.


Klay Thompson ha avuto una quantità inimmaginabile di tempo per pensare a qualcosa che non fosse il basket, dopo l’infortunio subito in Gara 6 delle Finals 2019 dell’NBA. Da allora, la guardia dei Golden State Warriors ha imparato ad essere grato del suo essere un giocatore professionista e ha iniziato a usare la sua piattaforma per alzare la voce contro il razzismo e le ingiustizie che ci circondano.

“Ho imparato che come atleti, e come giocatori NBA, abbiamo un’influenza sulla gente”, ha detto Thompson durante il Media Day dei Warriors al Chase Center. “Ovviamente è giusto fare ciò che vogliamo con questa piattaforma, ma è tempo di prestare più attenzione alle ingiustizie nel mondo, di promuovere il proprio lavoro o qualche piccola azienda nella comunità in cui viviamo. Ho imparato che è un’opportunità incredibile poter avere questo tipo di influenza”.

Thompson è nato a Los Angeles da un padre di origini bahamensi, l’ex centro NBA Mychal Thompson, e una madre bianca americana, Julie. Mychal fu la prima scelta nel Draft NBA 1978 per mano dei Portland Trail Blazers e vinse due anelli con i Los Angeles Lakers. Incassò più di 5 milioni di dollari durante la sua carriera, durata 12 anni, nella quale si mantenne su medie di 13.7 punti e 7.4 rimbalzi in 935 partite, secondo Basketball Reference.

La famiglia Thompson, che include tre ragazzi maschi, si trasferì a Lake Oswego, Oregon, quando Klay aveva appena 2 anni. Lake Oswego era una comunità prevalentemente bianca e di classe sociale alta, con una popolazione nera molto ridotta quando Klay vi crebbe. Quando frequentò l’high school, i Thompson vivevano a Ladera Ranch, California, nella Orange County – ancora una volta, una città bianca e altolocata. Thompson si considera “fortunato” ad essere cresciuto con “uno stile di vita privilegiato”, frequentando scuole private.

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“Ero il figlio di un giocatore NBA. Quindi per gran parte della mia vita sono stato in grado di vivere e studiare in ambiti con parecchie persone bianche, persone che vengono da buone famiglie, frequentano il college, avvocati, dottori, eccetera… Ma quando arrivi in NBA, impari dai tuoi compagni di squadra che arrivano dalle periferie o dalle favelas brasiliane, e hanno lavorato davvero duro per migliorare il proprio stile di vita.

Per me è davvero difficile, perché tutta la tua famiglia e i tuoi amici vogliono avere quella stessa esperienza di vita. A volte le possibilità sono contro di te, può essere il quartiere in cui cresci o il sistema scolastico in cui ti trovi. È difficile avere la sicurezza di poter mangiare il prossimo pasto”.

Tuttavia, Thompson ha detto di non essere andato a scuola con molti ragazzi di colore nella sua gioventù. E nonostante lo status di celebrità di suo padre, la ricchezza e i privilegi, Thompson ha rivelato di non aver potuto evitare il razzismo. “Frequentando molte scuole private, a volte ci sono soltanto pochi ragazzi di colore. Quindi si sentivano spesso cose ignoranti. Non mi colpiva tanto quanto ora, da adulto, perché prima ero solo un bambino. Me le lasciavo scivolare addosso, che fosse l’uso della N-word o epiteti razziali nei confronti di gruppi marginalizzati. Impari che è ignoranza e tutto ciò che puoi fare è farlo notare alle persone, e ho capito solo da adulto quanto feriscano le parole. 

“Ti tornano in mente tutti quei traumi da bambino, e io non ne ho avuti così tanti… Molti dei miei amici in NBA hanno davvero troppe storie sull’essere stati stereotipati, dall’essere fermati in macchina solo perché neri, al venir controllati al centro commerciale o guardati male quando si comprano cose costose, non pensando che possano avere il denaro necessario. Questi racconti mi hanno aperto la mente e mi hanno spinto a essere più compassionevole verso chi ha dovuto vivere con roba del genere per anni. Penso che il 2020 ci abbia mostrato che il mondo ha bisogno di più amore e che dobbiamo ascoltare le storie delle persone; non dobbiamo giudicare chi è passato attraverso così tanto.”

Thompson è un cinque volte All-Star che si è costruito una reputazione come uno dei più grandi tiratori della storia della lega. Il tre volte campione NBA aveva però anche una certa reputazione come una persona tranquilla fuori dal campo, affezionatissimo al suo amato cane Rocco. Ma durante la sua riabilitazione, nel mezzo di una pandemia, Thompson è diventato più interessato alle questioni di giustizia sociale dopo l’omicidio di George Floyd, il 25 maggio 2020, e anche in seguito ad altri episodi di abuso di potere della polizia, accaduti quello stesso anno.

Dopo la morte di Floyd, la guardia degli Warriors Juan Toscano-Anderson organizzò un evento, una marcia pacifica dal nome “Walking in Unity”, nella sua città, Oakland, California. Alla marcia, tenutasi il 3 giugno 2020, parteciparono Thompson e i compagni di squadra Stephen Curry, Kevon Looney e Damion Lee. Thompson ha detto che la marcia ha avuto un grande impatto su di lui.

“Camminare attraverso Oakland con Juan, e vederlo guidare la folla, è stato davvero un momento speciale per noi. Lui è cresciuto a East Oakland, è dura. Sappiamo tutti quando è difficile lì fuori e seguire lui e i suoi amici nei quartieri, cantando i nomi di coloro che sono stati ingiustamente uccisi, senza poter fare niente, è stato probabilmente il momento più intenso dell’anno per me. Mi ha fatto sentire più forte, era così surreale, ma speciale.”

A The Undefeated, Toscano-Anderson ha detto: “Davvero, è assurdo avere con te dei compagni di squadra che sono leader, veterani, superstar e campioni NBA. Da parte di Klay è stato davvero un bel gesto, non soltanto esserci e supportarmi, ma considerarlo uno dei suoi momenti felici del 2020. Sono felice di essere riuscito a portare un po’ di positività in un anno con tante difficoltà”.

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Thompson ha detto che si aspetta di ritornare finalmente in azione tra novembre e dicembre, dopo aver recuperato da una lacerazione del tendine di Achille, il suo ultimo infortunio. Curry non sta nella pelle all’idea di essere finalmente in campo con Thompson, di nuovo, e ha descritto la crescita come uomo del suo compagno di squadra come l’unico risvolto positivo dell’infortunio. “Ha trovato altre cose che gli danno gioia, divertimento, direi anche un senso nella vita. Il basket ha tanto spazio in tutto ciò, ma sta lavorando davvero duro per tornare in campo e non è per niente facile. Quell’equilibrio fuori dal campo è molto importante, a un certo punto c’era solo basket, sempre e comunque. Penso che sia una cosa importante da capire, come essere umano”.

Quali sono i prossimi piani per Thompson quindi, oltre a tornare con gli Warriors? Il 31enne vorrebbe aiutare a livellare il campo da gioco per gli afroamericani in difficoltà, i bambini di colore e i meno fortunati. “Ciò che il 2020 mi ha insegnato è che abbiamo davvero tanta strada da fare, specialmente in questo Paese, per far sì che le persone abbiano le stesse opportunità che ho avuto io da bambino. Mi è stato dato tutto: potevo andare in palestra, ho frequentato ottime scuole. E voglio che ogni bambino, e non importa di che colore sia, abbia le stesse opportunità”, ha detto Thompson.

“Può sembrare impossibile, ma non lo è. Penso che bisogni partire con la propria comunità. Dai forza a chi ti sta intorno, alla tua famiglia e ai tuoi amici, e da lì cerchi di espanderti sempre di più. Abbiamo le potenzialità per farlo, giocando per gli Warriors. Si cerca di predicare grandi cose, l’importanza del tempo, la tua famiglia, le tue relazioni piuttosto che le cose materiali, le case o le macchine. Ma in realtà nel 2020 ho imparato che la cosa più importante è l’abilità di ispirare le persone”.