Dalla povertà e la malattia fino ai campi NBA. Finché un gesto di protesta scuote tutti gli Stati Uniti e compromette la sua carriera.

test alt text

Febbraio 2016. Phil Jackson regala all’etere un tweet sorprendente:“Mai visto niente come Steph Curry? Non vi ricordate di Chris Jackson/Mahmoud Abdul-Rauf, che ha avuto una breve ma brillante carriera NBA?”

Il Maestro Zen, per definizione, parla poco.

Proprio per questo, quando lo fa, catalizza l’attenzione di tutto il mondo cestistico, e la starnazzante maxi-sala d’aspetto del parrucchiere che è l’internet si prodiga nel commentare la sua uscita.

Chi non conosce Abdul-Rauf, chi crede che quello di Phil Jackson sia un attacco gratuito ai danni dell’MVP, chi invece riconosce alcuni elementi di somiglianza tra i due.La verità è che il paragone è tutt’altro che peregrino, e la tempistica con cui viene fatto emergere, in un periodo storico di grandi turbamenti negli Stati Uniti, suggerisce che sia tutt’altro che casuale.Perché Abdul-Rauf è molto di più di una guardia di 180 cm con grande ball handling e un letale arresto e tiro.

Vent’anni fa, all’apice della carriera, un suo gesto di protesta scosse il mondo NBA e l’opinione pubblica americana: impossibile non vedere un filo conduttore che lo porta fino ai giorni nostri.

Dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca sono molti i giocatori che hanno voluto esprimere dissenso e ostilità nei confronti del neo-presidente, accusato di razzismo e di legami non del tutto chiariti con esponenti del suprematismo bianco.

Proprio Steph Curry dà voce alla protesta, nel modo più chiaro possibile: rinunciando all’annuale visita alla dimora del Presidente per i campioni NBA in carica.

“Spero che questo gesto sia d’ispirazione: siamo in tanti ormai a prendere una posizione, per far luce sulle cose che non vanno in questo paese”.

Segue a ruota LeBron, che dopo aver definito Trump uno “straccione” difende la scelta del collega: “Venire alla Casa Bianca è sempre stato un onore, almeno fino a quando sei arrivato tu”.

Un anno fa, grandi polemiche si sollevarono in tutti gli Stati Uniti quando il quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick si inginocchiò durante l’esecuzione dell’inno americano prima di un match.“Non intendo mostrare rispetto alla bandiera di un Paese che opprime neri e minoranze etniche. Ci sono cose più importanti del football, e sarebbe egoista voltarsi dall’altra parte e non fare nulla”.

Kaepernick, giocatore di ottimo livello e amato dai tifosi (la sua è stata, negli anni precedenti, una tra le maglie più vendute) si trova ora senza una squadra: difficile che il fatto non sia legato alla sua protesta.

Proprio qualche settimana fa, il presidente Trump, in visita in Alabama, è tornato sull’argomento:

“Non vorreste vedere un proprietario di una squadra cacciare i giocatori che mancano di rispetto al Paese? Questi atleti hanno il privilegio di fare milioni di dollari in America, non dovrebbero permettersi di mancare di rispetto alla bandiera o all’inno”.

Queste polemiche, come detto, non sono nuove all’interno dello sport americano.

È il 14 marzo del 1996 e all’ US Airways Arena di Washington sta per andare in scena un match tra i Bullets, padroni di casa, e i Denver Nuggets.

Prima della palla a due, il consueto momento dell’inno nazionale.Le telecamere indugiano sulla point guard della squadra ospite Mahmoud Abdul-Rauf, il top scorer e miglior assistman della franchigia del Colorado.

È seduto in panchina, a differenza del resto dei presenti al palazzo, tutti in piedi con la mano sul cuore, rivolti verso la bandiera.

Interrogato sull’argomento dai media, a fine partita, la sua risposta è inequivocabile:

“Non intendo mostrare rispetto a un simbolo di oppressione e tirannia come la bandiera degli Stati Uniti”.

Come prevedibile, la vicenda assume grande rilievo nazionale, e per alcune settimane non si parla d’altro sui giornali e nei notiziari televisivi. L’America si divide, tra chi lo accusa di essere un traditore e chi ricorda come la libertà d’espressione sia un elemento portante del Paese.

La risposta della Lega non si fa attendere: Abdul-Rauf viene multato e sospeso a tempo indeterminato.Da quel momento, la sua carriera subisce un brusco colpo ed è segnata per sempre.

Una carriera che Mahmoud Abdul-Rauf si è costruito con grande fatica, superando moltissime difficoltà.

test alt text

Nato Chris Jackson, cresciuto senza padre in un Mississippi divorato dalla povertà, si scopre affetto da una forma di Sindrome di Tourette che gli provoca violenti spasmi muscolari e disturbi psicologici: non certo le condizioni ideali per questo gioco.

Chris usa il basket come terapia, i suoi allenamenti diventano il campo della sua personale e ossessiva ricerca della perfezione: ripete ogni tiro se ha la sensazione di non aver impugnato la palla nella maniera corretta e i canestri non sono “validi” se la palla entra toccando il ferro.

Questi allenamenti lo conducono all’eccellenza. Guiderà il suo piccolo liceo a numerosi titoli statali, diventando uno dei più forti giocatori mai usciti dallo stato del Mississippi.

Viene quindi reclutato da LSU, dove al primo anno registra 30 punti di media, segnando più di qualunque matricola nella storia della NCAA. Dopo altri due anni di sublime pallacanestro collegiale, uno dei quali condividendo il parquet con Shaq, viene scelto alla terza chiamata assoluta dai Denver Nuggets.

I primi anni tra i professionisti sono molto complicati: infortuni, minutaggio ridotto, qualche chilo di troppo. La stampa comincia a parlare di lui come di un fallimento. Sono due anni di grande sofferenza per Chris, che reagisce incrementando la sua ricerca spirituale, spinto dalla lettura dell’autobiografia di Malcolm X.È incuriosito dalla religione islamica, non trovando le risposte che cerca nella Bibbia: trova il coraggio di andare alla moschea di Denver, dove gli consegnano una copia del Corano.

Capisce che l’Islam è la direzione giusta per lui.“Aprii il Corano a caso e ne lessi due, tre pagine. Alzai la testa e mi resi conto che stavo piangendo. Fu lì che capii che volevo diventare un musulmano.”

Nel 1991 si converte ufficialmente, e due anni più tardi cambia legalmente il suo nome in Mahmoud Abdul-Rauf (“elegante ed encomiabile servitore di Allah misericordioso e gentile”).La rigida disciplina imposta dalla fede islamica si accompagna perfettamente ai suoi maniacali allenamenti. Inoltre la conversione gli dona maggiore consapevolezza, come uomo e come giocatore, e i risultati si vedono sul campo: chiude la stagione 1992-93 a oltre 19 punti di media, vincendo il premio come Most Improved Player e diventando il leader della squadra.

Finalmente il suo basket a là Steph Curry ante litteram si esprime al meglio.

Pochi altri giocatori NBA possono vantare un tiro come il suo, per meccanica e per percentuali (quella ai liberi ha del miracoloso, oltre il 90% in carriera…): partite in cui domina contro avversari di grande spessore sono quasi all’ordine del giorno: