Il finalista del Kareem Abdul-Jabbar Social Justice Champion Award parla del suo attivismo per la giustizia sociale.


FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto da Martenzie Johnson per The Undefeated e tradotto da Alberto Pucci per Around the Game, è stato pubblicato in data 17 giugno 2021.


L’11 giugno, Juan Toscano-Anderson, guardia al secondo anno dei Golden State Warriors, è stato annunciato come finalista per l’edizione inaugurale del Kareem Abdul-Jabbar Social Justice Champion Award, un premio assegnato al giocatore che più di tutti si sia impegnato – al pari dell’ex-centro dei Lakers dello Showtime – per raggiungere l’uguaglianza sociale.

Il nativo di Oakland è probabilmente il meno conosciuto del gruppo dei finalisti, che include nomi del calibro di Carmelo Anthony, Harrison Barnes, Jrue Holiday e Tobias Harris.

Il prodotto di Marquette, infatti, non è stato scelto nel Draft per cui si è dichiarato eleggibile, quello del 2015, ed ha passato quasi un lustro tra le leghe professionistiche messicana e venezuelana. All’inizio della stagione 2018/19, la franchigia di G-League affiliata a Golden State, i Santa Cruz Warriors, gli ha offerto un posto in squadra. Da lì, il salto tra i big: 13 partite disputate nel 2019/20 prima dell’interruzione per la pandemia e un posto stabile in rotazione nella stagione appena conclusa.

In questa cavalcata verso il successo, però, la guardia di Steve Kerr non ha mai smesso di lavorare per migliorare le condizioni degli afroamericani e dei latinoamericani (la mamma di Juan è messicana, mentre il padre afroamericano).

La sua azione si estende tanto in Messico quanto negli Stati Uniti. Tuttavia, a valergli la nomination per il premio è stato il suo sforzo durante la campagna dei Warriors per portare più elettori possibili alle urne in occasione delle elezioni dello scorso novembre. Un’iniziativa incentrata in particolar modo sul voto nelle comunità latine e afroamericane della Baia, e che ha visto JTA, nativo di Oakland, tra i giocatori più attivi.

L’impegno per la partecipazione elettorale si va ad aggiungere al ruolo preminente avuto da Juan nell’organizzazione delle due proteste Walking in Unity dopo l’omicidio George Floyd della scorsa primavera. Recentemente, il numero 95 ha poi fondato la “Journey to Achieve foundation”, un’associazione che si occupa di sostenere bambini afroamericani e latini.

Toscano ha parlato a The Undefeated della sua nomination per il premio e dell’influenza avuta da sua madre nel suo lavoro per la comunità, soffermandosi su come l’infanzia ad East Oakland lo abbia formato.


Come ci si sente ad essere inclusi tra i finalisti di un premio dedicato a Kareem Abdul-Jabbar?

È bello avere un riconoscimento per le iniziative che abbiamo portato avanti. Dico “abbiamo” riferendomi a tutti i ragazzi che con me sono stati nominati per questo premio. Il riconoscimento è molto bello, ma sono sicuro che nessuno di noi faccia quello che fa per i premi.

È gratificante essere il finalista di un premio dedicato ad un Hall of Famer, ad una persona della grandezza di Kareem. È elettrizzante. E poi, essere in compagnia di Carmelo, Jrue Holiday, Tobias Harris, Harrison Barnes… È una gran bella compagnia. Anche non dovessi vincere – nonostante il dispiacere – sarei soddisfatto della nomination e dei nomi che mi sono stati affiancati.


FOTO: NBA.com

Il vincitore può scegliere un’associazione a cui donare i 100.000 dollari del premio. Perché hai scelto Homies Empowerment?

Perché si tratta di un’associazione con una forte presenza ad East Oakland, da cui provengo. Lo so che le persone sperano che io allarghi il mio raggio d’azione, ma sento sempre un forte legame con la mia comunità, un legame cementato dall’esperienza.

A volte ci viene data la possibilità di donare denaro o risorse a posti che non conosciamo. Di questo denaro non vediamo mai i frutti. Non sto dicendo che non venga usato a dovere, ma che è più bello quando vedi le tue risorse utilizzate all’interno della tua comunità e puoi tastarne i benefici.

Sono tra la mia gente ogni giorno. Mio nonno vive ancora a East Oakland, da 50 o 60 anni, e mia madre ci lavora. Vado sempre lì a trovare la mia famiglia o mia madre sul posto di lavoro. Per questo ho scelto Homies Empowerment, oltre che per il forte legame che hanno con i miei cari. Li conosco, so cosa stanno facendo, possiamo vedere cosa stanno facendo e possiamo controllare. Penso semplicemente che questo debba essere il mio approccio.

East Oakland ha una nutrita comunità afroamericana e una buona fetta di popolazione latina. Che impatto ha avuto crescere lì, per te? Cosa ti ha insegnato sull’essere un uomo nero e messicano negli Stati Uniti?

La domanda è profonda, amico. Solo la risposta può occupare un’intera conversazione.

Io sono stato fortunato e sono andato a scuola nei sobborghi di Oakland. Ho vissuto in condizioni migliori rispetto a quando vivevo sulla 95esima strada a East Oakland. Tutti parlano sempre di “The Struggle” e di come queste difficoltà ti formino. Io ho fatto fatica nella vita, ma non penso sia necessario fare fatica per apprezzare la vita o fare grandi cose. È un concetto sbagliato che spero di rimuovere.

Questi ragazzi non devono essere poveri. Non devono venire dal fango. Non devono passare ore sui treni fino a Berkeley o San Francisco per trovare le risorse necessarie a vivere. Voglio togliere dal discorso questa sciocchezza che si debba andare via da casa per avere ciò che ci serve. Perché non possiamo averlo a East Oakland, a casa?

Nel nominarti hanno fatto cenno al tuo lavoro con la “Journey to Achieve Foundation”, nelle campagne per la partecipazione elettorale per i Warriors e nelle proteste della scorsa primavera. Che impatto speri abbia questo lavoro?

Io punto alle stelle. Se avessi la possibilità di cambiare la vita a cento ragazzi sarei al settimo cielo, ma se riesco anche solo a cambiare la vita di una persona, posso dire di aver fatto il mio lavoro. Quella persona può creare un effetto-valanga e aiutare qualcun altro. È questo quello a cui miro.

Se riuscissi ad avere un impatto su una sola persona, sarei sicuro di aver fatto il mio dovere, almeno per quel giorno. Il giorno dopo cercherei qualcun altro da aiutare.

Chi ti ha influenzato maggiormente nell’iniziare questo tipo di lavoro?

Mia madre. Più di chiunque altro. Mia mamma è la persona migliore che io abbia mai conosciuto nella mia vita. Ha aiutato molta gente, spesso mettendo le loro esigenze prima delle sue o delle nostre. Non saprei dirti quante persone senza un posto dove stare siano rimaste da noi o abbiano ricevuto un aiuto per l’affitto da mia madre. A volte pagava loro addirittura il soggiorno in un hotel in attesa di tempi migliori. Mia mamma è fantastica, già da quando ero bambino mi scaldava il cuore.

Oltre a lei, penso coach Raymond Young, il mio allenatore ai tempi dell’AAU. Oggi l’AAU è rovinata da gente che cerca di guadagnare denaro o reputazione, ma Raymond fa questo lavoro da 40 anni e ha avuto un impatto nella vita di così tanti atleti. Damian Lillard ha giocato per lui, io ho giocato per lui, Johnnie Bryant, l’assistente dei Knicks, ha giocato per lui. Ha cambiato la mia vita senza guadagnarci un solo dollaro. Ha visto un giovane che aveva bisogno di un aiuto, di una guida, di consigli, di una formazione e glieli ha dati. Sono grato e contento che mi abbia aiutato a cambiare la mia vita.

Tu sei appena entrato nella Lega, ma per molto tempo i giocatori non hanno parlato di giustizia sociale. Come ci si sente ad essere liberi di parlare di questi temi senza preoccuparsi delle conseguenze?

Tutto parte dalla NBA e dai Warriors. Il nostro team è un luogo sicuro e la Lega si è dimostrata sempre più aperta al cambiamento. Vuole soddisfare i nostri bisogni in un campionato formato principalmente da afroamericani.

Quello che succede nel mondo ha effetti sulle nostre vite. Siamo esseri umani, prima che atleti. Dopo l’allenamento andiamo da famiglie vere, in un mondo vero. Mentre guidiamo verso l’allenamento a molti vengono dei dubbi: ‘Sto guidando bene?’, ‘Ho la patente?’. Tutti si preoccupano dell’eventualità di essere fermati dalla polizia, perché non si sa mai come possa andare a finire…

Non penso che tutti i poliziotti siano cattivi, ma non si sa mai. George Floyd sarei potuto essere io. È importante che la Lega ci supporti e crei una piattaforma dove parlare liberamente. È sano e utile per la comunità.

In che momento, se ce n’è stato uno, hai capito delle difficoltà vissute quotidianamente dalle persone di colore?

Sono stato fortunato: mia mamma si è sempre occupata di queste cose. Quand’ero bambino lavorava per un’organizzazione chiamata Catholic Charities, nelle periferie di Oakland, e tutti i sabati avevano un programma per i detenuti del carcere minorile.

Così, vedendo i detenuti e le loro condizioni, ho sempre avuto coscienza delle disparità che devono vivere le persone di colore. Anche a noi è successo: il mio patrigno è stato in carcere per molti anni, anche per reati di poco conto e quasi mai puniti con la reclusione.

Io andavo a scuola nei quartieri residenziali, prevalentemente bianchi, e sentivo ogni giorno frasi razziste. Ho avuto amici che sono finiti nei guai. Io no, mi sono sempre fatto i fatti miei.

Grazie a mia mamma, quindi, ho capito subito il mondo reale. Per esempio, le grandi aziende sono dominate dai bianchi e per entrarci devi adattarti al loro modo di essere.


FOTO: Golden State Warriors

Hai creato al tua fondazione. Cosa ti ha spinto a farlo, e cosa speri di ottenere?

Ho una grande connessione con la comunità latina e con quella afroamericana. Penso di poter unire i puntini tra questi gruppi.

Non ho necessariamente un obiettivo che voglio raggiungere se non quello di creare una borsa di studio annuale per pagare l’Università ad un giovane rendendolo in grado di seguire i propri sogni e cambiare il mondo. Non sai mai chi stai ispirando: potrebbe essere un futuro Presidente.

Negli ultimi quattro anni è cresciuto il sentimento anti-messicano, come dimostra il progetto del Muro. La tua famiglia è messicana, perciò ti chiedo: come sono stati personalmente gli ultimi anni?

Molte cose mi hanno fatto arrabbiare. Ma ancora una volta: dobbiamo realizzare che il mondo è pieno di idioti. E non ritratto la parola che ho usato. Molte persone sono ridicole o malvagie. Non capisco come tu possa svegliarti e odiare un’etnia, senza motivo.

Io sono cresciuto in modo diverso, senza odiare nessuno. Sono molto risentito, ma alla fine si tratta di luoghi comuni, devi innalzarti sopra certe cose. Dobbiamo uscire e cambiare le cose, far crescere ragazzi latini o afroamericani in modo da essere grandi.

Qualcosa da dire se il Presidente è nero? Se il miglior atleta del mondo è latino? Se il Vice-presidente è una donna nera o asioamericana? Dobbiamo prenderci i posti da cui ci hanno tenuto fuori.