Ci sono tiri che, oltre a stravolgere le sorti delle Finals, hanno marchiato le rispettive epoche cestistiche. Da Jerry West a Ray Allen, passando per Steve Kerr: ai campioni, talvolta, basta un istante per scrivere la storia del gioco.

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Prologo

Prima di scolpire il morbido e delicato panneggio de La Pietà, il talento di Michelangelo Buonarroti fece esercizio su un blocco di marmo non raffinato. Proteso alla morbosa ricerca della tecnica migliore per esaltare il Bello. Perché è prerogativa degli esteti la ripetizione del gesto.

Circa 500 anni dopo, un altro artista stava per scolpire nel cuore di migliaia di testimoni un’opera altrettanto stucchevole. Un’opera che fu il risultato egualmente di numerose prove predisposte ad essere pronto, nel momento opportuno, a non fallire.

Perché quando Sir (è di un signore del Gioco che si parla) Walter Ray Allen decide di prendersi quel tiro, ha già deciso: io questo tiro lo metterò.

Ossessione

“Mi infastidisce seriamente quando le persone dicono che Dio mi abbia benedetto con un tiro meraviglioso. Rispondo sempre, a quelle persone, “Non sminuite il lavoro che faccio ogni giorno” Non a volte. OGNI giorno”.

Quasi una malattia, quella della perfezione. Una routine quotidiana e inevitabile dettata da un lieve disturbo ossessivo-compulsivo proprio silentemente di tutti i grandi del Gioco. È l’ossessione che porta Ray Allen, ore prima di qualsiasi match, a tirare e tirare e tirare, anticipando lo shootaround della squadra. I testimoni di questo rito rimangono ogni volta abbagliati dalla liquida perfezione del gesto: un limpido fiume che scorre senza mai intopparsi, senza che le sue acque mai si increspino. Perchè anche il più piccolo spruzzo alimenta l’ossessione.

E l’ossessione rende immensi i grandi.

Battaglia

Agli atti pratici è come se fosse un furto. Spurs quasi sempre avanti con una pallacanestro fino a quel momento celestiale. Un attacco vorticoso associato ad una difesa di tentacolare espressione contribuiscono a soffocare il fuoco di South Beach.

Questa non era una novità all’ombra dell’Alamo: non a caso erano arrivati a quella Gara 6, avanti di 5 punti a 28 secondi dal Larry O’Brien 2013.

Miami è disperatamente aggrappata ad un Lebron da 27 punti e 9 assist e un Mario Chalmers che talvolta puoi aspettarti.

Il canovaccio sembra già scritto: chi gioca meglio, da squadra, non può perdere. Il fascino del Gioco, tuttavia, si declina in numerose sfumature: una tra queste è legata al fatto che una trama già delineata possa essere deliberatamente sovvertita.

E allora ecco che James spara da tre, ma l’AAA col cuore in gola sente solo il rumore del pallone che si infrange sul ferro. Fiato mozzato: è finita. Nel buio della disperazione una flebile luce, quella della speranza: rimbalzo Miller, che ridona ossigeno a 18’000 pazienti in apnea. Palla a James, tiro da tre: schiocco della retina.

Il tabellone segna +2 Spurs: 92-94. A soli 20 battiti dalla sirena finale.

Si era fino a quel momento distinto in battaglia un giovane Sperone, un guerriero di poche parole ma dalle mani logorroiche. Per questo motivo la panchina nero-argento sorride, alla visione di Kawhi Leonard che si approssima alla linea del tiro libero, dopo aver subito fallo da Mike Miller.

Quei 17 punti maturati in una Gara 6 di NBA Finals, ad appena 22 anni, d’altronde, non lasciano adito a dubbi sul suo futuro.

Statuario di fronte alla linea del tiro libero, Leonard fissa il ferro, inespressivo e incurante, come sempre, di un’intera arena che prova a distrarlo. È proiettato verso il solo obiettivo che conti: segnare entrambi i liberi per portare gli Spurs sul +4 e ipotecare gara e titolo. Il primo, però viene sputato dal ferro.

La mano di Kawhi non trema sul secondo libero. 95-92 a 19.8 secondi dalla fin.

Perché dall’altra parte, Ray Allen in qualche modo sta pregustando, annusando il momento. Quello per cui è stato “creato”, per cui è nato.

Istanti

19.8 secondi. Un’eternità e un amen.

La rimessa di Miami è istantanea. Palla a Chalmers, ovviamente per essere consegnato a James. Blocco di LeBron per Rio, avviene il cambio, su James c’è Parker, che mette forte pressione sulla linea di passaggio. Bosh porta un blocco, e LeBron è servito con tempi perfetti sull’arresto. Il tiro da tre che volevano costruire.

Il pallone è rilasciato da LeBron con la netta sensazione che non ci possa essere una seconda occasione. Un intero popolo, in piedi. Paralizzato. Il fiato mozzato in gola. Quel pallone, di esistenziale importanza, sta per segnare le sorti di questo scontro.

Tam. Il rumore metallico del ferro spezza ogni speranza. Tum. Il tabellone, la palla si impenna. Tre maglie nere a reclamare il rimbalzo. Una sola, la numero Uno bianca di Bosh, lo cattura per davvero.

Eccola, l’ormai esile fiammella dell’illusione, riaccendersi. Esiste ancora una possibilità, nell’appuntamento col destino. Ed è nelle mani di colui al quale si è rivolto non solo Bosh, ma la gente dell’At&t Center intera.

Gli occhi incollati al ferro: sa esattamente dove dovrà ricevere. Quelli che seguono la ricezione del pallone sono aggraziati passi di Valzer, a raggiungere e superare indietreggiando la linea da tre. Come una creatura: la percepisce, la sente nel cuore, nella pelle, nello spirito.

“Non sminuite il lavoro che faccio ogni giorno. Non a volte. OGNI giorno.”

E’ tutto già filmato, montato, ripetuto, visto, rivisto e memorizzato. Nella sua testa. Il pallone esce dalle sue mani, e dalla sua testa, con leggerezza. A nulla serve il closeout di Parker.

Splash.

Riguardandolo, sembra quasi che ce lo si aspetti. Che ogni singolo fotogramma del gesto non possa essere messo diversamente.

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La fiamma dell’illusione scoppia in un incendio indomabile. La panchina Spurs stramazza al suolo. Quella Heat si riunisce nei salti di Norris Cole.

95-95, si va all’overtime, e Miami lo vince. Sir Walter Ray Allen ha appena attaccato la giugulare della partita.

E della serie. In Gara 7, arriva il terzo titolo nella storia della franchigia.