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Questo articolo, scritto da Jeremy Stevens per CelticsBlog e tradotto in italiano da Jacopo Stefani per Around the Game, è stato pubblicato in data 9 luglio 2021.


I Boston Celtics hanno un rapporto storicamente complicato con trade, rumors e free agency.

Danny Ainge si è visto affibbiare più volte le ben poco invidiabili etichette di accumulatore di asset e GM disposto a tradare persino suo figlio, se ciò avesse alleggerito il salary cap. E‘ stato odiato per aver tradato Isaiah Thomas, e poi messo alla gogna per non aver fatto lo stesso con tutti gli altri. Aver perso dei giocatori importanti in free agency ha indebolito la squadra, e con essa la reputazione del GM dei Celtics.

Accurate o meno, tutte le critiche e i complimenti riferiti ad Ainge hanno finito per insediarsi profondamente nel DNA della franchigia, fatto più che normale quando si occupa una delle poltrone da General Manager più longeve della lega. Era ormai un ritornello comune che le squadre fossero esitanti a imbastire trade con i Celtics, dopo numerosi precedenti infruttuosi.

La verità è che la raccolta di asset dei biancoverdi ha sempre condizionato i prezzi dei potenziali trade targets; in parole povere: niente affari a meno delle presenza sul piatto di Jaylen Brown, Jayson Tatum, Marcus Smart o numerose first-round picks. In realtà, dunque, in molti avrebbero voluto tradare con i Celtics, proprio a causa del valore dei loro asset. Ainge non ha mai voluto premere quel pulsante.

Per fare un esempio, Evan Fournier è sbarcato in Massachusetts in cambio di due second round picks alla trade deadline di quest’anno. Poco. Qualcuno avrebbe potuto fare un’offerta migliore, ma il punto è che questo scambio è stato possibile perché ai Celtics erano rimasti solo quegli asset da mettere sul piatto.

La narrativa del “fleece or no deal” era attraente, e ci ho creduto anch’io per un po’ di tempo, ma i fatti hanno mostrato abbastanza chiaramente come il trade value dipenda da che giocatore (o asset) viene discusso, ma in certi casi anche dalle pedine che si possono offrire.

Ricordate quando il padre di Anthony Davis dichiarò la sua ferrea volontà di tenere AD lontano da Boston, dopo aver visto il trattamento riservato ad Isaiah Thomas?

Per alcuni è stata benzina gettata sul fuoco della mancata volontà delle star di giocare a Boston, e Kyrie Irving si è premurato di aggiungere alla narrativa un punto esclamativo durante questi Playoffs. A mio parere, tutto ciò si è rivelato una manna dal cielo: nel crescere della trade saga intorno a AD, e nel vedere quanto i Lakers siano stati costretti a cedere per ottenerlo, è diminuito il mio interesse a sacrificare tutto quello che andava sacrificato per portare Davis a Boston, senza nessuna garanzia sulla sua permanenza.

Non prendete queste parole come un tentativo di indossare i panni dell’avvocato difensore di Ainge: non riesco ancora a credere che sia uscito indenne dall’aver spedito Aron Baynes a Phoenix, subito dopo averlo firmato per un biennale, e meno che mai che non abbia ricevuto critiche dopo aver usato una draft pick – che sarebbe poi diventata Desmond Bane – per liberarsi di Enes Kanter.

La sua gestione ha fatto nascere numerose critiche, alcune legittime e altre meno. D’altronde, è sempre lo scoop legato ai grandi nomi a finire in prima pagina, e l’NBA è forse la lega sportiva professionistica più permeata dalla narrativa, ma tant’è.

Nuovo volto dirigenziale = pagina bianca, dunque, e si riparte?

Il fresco di nomina President of Basketball Operations Brad Stevens non si è dato nemmeno il tempo di trovare una posizione comoda sulla nuova poltrona prima di cedere Kemba Walker. Avendo riportato a casa Al Horford (liberando spazio per una possibile mossa più avanti nel tempo e sacrificando una first-round pick) e assumendo Ime Udoka come head coach, Stevens è stato pieno di decisioni da prendere nel suo primo mese di lavoro alla scrivania. Il momento del giudizio non verrà finché lo scambio Horford-Walker non avrà prodotto tutti i suoi effetti, e finché non sapremo se Udoka è stata una scelta vincente. Che tutto ciò suoni minaccioso o incoraggiante, sta a voi deciderlo.


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I Celtics storicamente tendono a fare trade che permettano di essere competitivi nell’immediato, ma senza trascurare la flessibilità salariale presente e futura.

Tatum e Brown sono gli unici due giocatori sotto contratto per la stagione 2023/24, escludendo eventuali estensioni di Smart e Fournier. Ed è proprio allora che l’era Brad Stevens dovrebbe entrare nel vivo. BS sarà giudicato con occhi molto attenti sul breve periodo, ma ci vorranno 2-3 anni prima che possa avere in mano un roster attribuibile interamente al suo lavoro. Qualche trade potrebbe cambiare il paesaggio, ma a mio avviso l’assunzione di Brad è un chiaro indicatore della volontà dell’organizzazione di non effettuare una rivoluzione del roster.

Ci troviamo ad un bivio.

Un cartello recita: “è potenzialmente più facile imbastire trade, ora che il brutto e cattivo Danny Ainge non è più tra noi”. L‘altro: “i Celtics potrebbero non puntare a sconvolgimenti profondi della squadra, vista l’assunzione di Stevens”.

E da qui in poi? Forse la partenza di Kemba renderà inutile ogni speculazione, percorrendo un sentiero già tracciato in passato; o forse i media abbandoneranno l’idea che i Celtics abbiano ogni nome perennemente sul taccuino delle trade. Tutto quello che so è che, se tutto rimane nei limiti del “forse”, i Celtics avranno un foglio bianco da qui in avanti.

Un leggero riassetto potrebbe far bene ai Celtics, in cerca di profondità dalla panchina nella prossima offseason. Niente di eccezionale, ma firmare un paio di veterani solidi servirebbe come il pane.

Brad ha sulle spalle un’enorme pressione per migliorare la squadra. Una pressione che nessun altro GM ha avuto a Boston in tempi recenti.