Un lunghissimo lockout teneva in scacco la stagione, mettendola seriamente a rischio. Un momento cruciale per la Lega, un anno decisivo che ha segnato il passaggio dalla Golden Age all’era moderna.

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I cellulari sono merce rara, internet non ha ancora cambiato faccia alla nostra civiltà, nelle sale cinematografiche “Armageddon” e “Salvate il soldato Ryan” sbancano i botteghini e le radio di tutto il mondo ci tormentano con i Backstreet Boys e Ricky Martin.

È l’alba dell’estate 1998.

Al Delta Center di Salt Lake City, Michael Jordan tiene a ricordarci che sarà pur nato da un padre e una madre come tutti noi ma per il resto nient’altro ci accomuna. Rapina Malone, si porta nella metà campo offensiva, incrocia in palleggio, con quella poetica spintarella a Bryon Russell, alzandosi per quello che verrà ribattezzato come l’ennesimo The Shot della sua carriera.

I ragazzi di Phil Jackson non hanno ancora sollevato il Larry O’Brien Trophy, il sesto in otto anni, che negli ambienti NBA comincia ad aleggiare una grande aria di cambiamento, più un vento furibondo, che spazzerà via tutte le certezze degli ultimi vent’anni.Il game-winner di MJ è un vero e proprio spartiacque generazionale, lo stesso punto di non ritorno rappresentato, vent’anni prima, dai due Draft consecutivi che hanno portato tra i pro Larry e Magic, in grado di riappacificare il mondo intero con una Lega che perdeva consensi.

La stagione 1998-99 inizia quella sera, anche se, per la verità, non comincia affatto.

Proprietari e Associazione Giocatori iniziano una lunga disputa legata alla ridiscussione del contratto collettivo, dando vita a un braccio di ferro estenuante lungo sette mesi che per la prima volta rischia di non far disputare un’intera stagione di un campionato professionistico americano.

Prima di capodanno, il commissioner David Stern è convinto che non si giocherà, tale è la distanza tra le parti. Impone come data ultima per trovare un accordo il 7 gennaio, oltre il quale non sarebbe praticabile l’organizzazione di una regular season.

Il motivo della tenzone è piuttosto semplice. I proprietari vogliono cambiamenti nel sistema del salary cap, oltre a un tetto agli stipendi individuali. L’Associazione Giocatori si oppone, cercando di ottenere aumenti per i giocatori con il minimo salariale e per i rookie.

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Il 6 gennaio, il giorno prima della deadline stabilita da Stern, il presidente della Players Association Billy Hunter accetta le proposte del consiglio dei proprietari, facendo tirare una sospiro di sollievo al commissioner.

Il nuovo contratto prevede un tetto agli stipendi individuali a seconda degli anni di esperienza nella Lega; vengono introdotti aumenti per i rookie, seguendo una scala a seconda della loro scelta al Draft; vengono mantenute tutte le eccezioni salariali, la più celebre la Larry Bird Exception, possibilità cioè di sforare il salary cap in caso di rinnovo contrattuale di un giocatore già in rosa (a patto che questi abbia giocato almeno tre stagioni consecutive nella stessa squadra); il minimo salariale viene aumentato, arrivando a 287k $.

Prende così il via una folle stagione di 50 partite, compresse in soli 89 giorni tra febbraio e maggio, con conseguente annullamento dell’All Star Game.

“È stato surreale, chi non ci è passato forse non si rende conto di quanto sia difficile mantenere un ritmo del genere.”(Jerry Sloan, coach degli Utah Jazz)

A perderci è l’appeal della Lega.I rating televisivi e le presenze nelle arene crollano vertiginosamente e ci vorranno diversi anni perché l’affetto dei tifosi torni ad essere quello del pre lockout.Affetto che viene minato sia dalla perdita di quasi 500 partite di regular season, sia da diverse gaffe dei giocatori durante le “vacanze” forzate. Patrick Ewing, in un’intervista durante una partita di beneficienza, afferma che la NBPA non può concedersi passi indietro sugli stipendi perché “i giocatori guadagnano sì tanto, ma spendono anche moltissimo”…Gli si accoda, in quanto a impopolarità, Kenny Anderson che dichiara al New York Times di essere costretto a vendere una delle sue otto automobili per tirare avanti: “Bisogna stringere la cinghia!”…

La faccenda assume contorni grotteschi tanto che c’è chi comincia a scherzarci sopra.La Sprite se ne esce con un esilarante spot, protagonisti un giovane Tim Duncan e Grant Hill, che prende in giro la “disoccupazione” delle stelle NBA, invitando i fan ad assumere i loro beniamini per lavoretti domestici in cui la loro altezza può rivelarsi utile.