La stagione 2003/04 di New York è stata un continuo colpo di scena: l’arrivo di Isiah Thomas, una lunga serie di scambi e un’insperata qualificazione ai Playoffs.


FOTO: The Knicks Wall

Questo articolo, scritto da Micheal Corvo per The Knicks Wall e tradotto da Alberto Pucci per Around the Game, è stato pubblicato in data 17 aprile 2020.


La stagione 2003/04 dei New York Knicks è una delle più interessanti e significative per comprendere alcuni dei mali recenti della franchigia della Grande Mela. L’articolo è un viaggio nell’annata dei blu e arancio: roster disfunzionali, cambi di management, allenatori in continuo andirivieni.

E poi… James Dolan.

Risultati

Record: 39-43

Playoffs: eliminati al primo turno dai New Jersey Nets (4-0).

Coach: Don Chaney (15-24), Herb Williams (1-0), Lenny Wilkens (23-19)

Come nasce la squadra

I Knicks arrivano all’estate del 2003 dopo una stagione da 37 vittorie e 45 sconfitte sotto Don Chaney. Un brutto infortunio aveva tenuto Antonio McDyess, nuovo arrivo e stella annunciata della squadra, fuori per l’intera stagione.

Al Draft di giugno, il general manager Scott Layden aveva scelto Micheal Sweetney – (pigra) ala grande da Georgetown – con la numero 9, mentre con la numero 30 era stato preso il polacco Maciej Lampe.

Sweetney partirà titolare in 29 sfide, Lampe non prenderà mai parte ad una gara dei New York Knicks.

All’inizio dell’offseason, poi, Layden aveva spedito Latrell Sprewell a Minnesota in uno scambio a 4 squadre che aveva portato nella Grande Mela Keith Van Horn, ex-scelta numero 2 con un passato sotto le aspettative. Van Horn portava in dote un contratto da 43 milioni di dollari per i due anni successivi; i Knicks erano determinati a renderlo la propria ala piccola titolare. Poco prima del training camp, infine, ad arrivare a New York fu Dikembe Mutombo, che i Knicks si assicurarorono con un contratto pluriennale.

I Knicks del 2003/04 erano quindi una delle squadre più care e confusionarie della NBA: Allan Houston (15.9 milioni) era il contratto più oneroso, e insieme a lui McDyess (13.5), Van Horn (13.3) e Shandon Anderson (7.9) occupavano buona parte del cap.

Roster e timeline stagionale

La squadra del 2003/04 si presentava come una non meglio specificata accozzaglia di lunghi senza troppe pretese. In totale, i Knicks avrebbero fatto scendere in campo per i propri colori 22 giocatori nell’arco della stagione. Se non un record, poco ci manca.

Nonostante questa evidente confusione, la tifoseria premeva su Layden per avere una stagione positiva dopo anni di delusioni. La pressione si faceva sentire sui giornali e al palazzo, dove la settima sconfitta nelle prime nove partite venne accolta con un inequivocabile coro: “Fire Layden”.

Due giorni prima di Natale, James Dolan decise di fare ai propri tifosi il regalo che tanto avevano richiesto, nominando il suo grande amico Isiah Thomas – reduce dalla fallimentare esperienza nella CBA – plenipotenziario della squadra. I tifosi, delusi dal record di 10-18 racimolato fino a quel momento, accolsero la manovra in maniera favorevole: nessuno, in fondo, poteva rivelarsi più incompetente di Layden.

Spike Lee, voce decisamente influente nell’ambiente Knicks, aveva perfettamente riassunto il sentiment della tifoseria nel giorno del cambio di regime:

“Sarà comunque una sofferenza andare alle partite e vedere che abbiamo la squadra meno atletica, più vecchia e più costosa della lega… ma oggi è una bella giornata”.

L’era-Thomas parte in realtà molto bene, con 4 vittorie consecutive nell’ultima settimana dell’anno solare. I successi includevano due rognose trasferte come Memphis e Miami e una vittoria molto netta al Garden sempre contro gli Heat.

Thomas, rinfrancato da questi iniziali successi, disse che il suo lavoro era quello di “calmare le acque”. La verità, però, era ben diversa.

Le sue intenzioni iniziano a scorgersi il 30 dicembre, quando spedisce Weatherspoon a Houston per il contratto di John Amaechi e Moochie Norris. Amaechi verrà tagliato, mentre Norris sarà un’importante pedina nel rush finale. Il 5 gennaio, poi, McDyess, Ward, Eisley, Lampe, i diritti di due prime scelte e di Milos Vujanic furono spediti a Phoenix per Stephon Marbury. Antonio McDyess, il grande acquisto di Layden, veniva quindi ceduto con sole 18 partite all’attivo (ed un Win Share di 0.6) in maglia Knicks.


FOTO: NY Daily News

La mossa di Thomas appariva sensata: il prime di Antonio era ormai ben lontano, mentre Marbury era un energico playmaker figlio della Grande Mela che sembrava nato per diventare l’idolo dei tifosi di New York.

Tuttavia, il contratto di Marbury aveva ancora 76 milioni garantiti a partire dalla stagione 2005/06 (oltre a quanto dovuto per la stagione in corso e la seguente). Stephon, poi, aveva storie tese con Van Horn dai tempi dei Nets che, nonostante le scuse, non sembrarono risolversi.

Marbury debutta il 7 gennaio 2004, con la squadra a 14-21 di record. Alla sua terza partita, ingaggia una lotta furibonda con Steve Nash e i Dallas Mavericks: chiuderà con 38 punti e 14 assist, ma New York perderà la partita. Le prestazioni di Marbury si riveleranno decisive per il raggiungimento di un posto ai Playoffs: quello che Thomas aveva indicato come obiettivo a breve termine.

L’arrivo di Isiah, però, fu rivoluzionario anche sotto altri aspetti. Chaney, per esempio, fu subito licenziato dopo 184 gare alla guida dei Knicks (72-112). Al suo posto, l’ex-playmaker dei Detroit Pistons assunse Lenny Wilkens, Hall of Famer 66enne che deteneva al tempo il record di vittorie in NBA nel ruolo di head coach.

Il 21 gennaio venne poi acquisito il 23enne Bruno Sundov, il cui maggior riconoscimento nella Lega sarà quello di vedersi maltrattato da Kwame Brown. Il 4 febbraio fu invece la volta dell’oggetto misterioso DerMarr Johnson, 5.4 punti in 21 uscite coi Knicks.

Alla trade deadline, Thomas rivoluzionò ancora le cose: van Horn venne spedito a Milwaukee, Doleac e una scelta ad Atlanta, per ottenere Nazr Mohammed e Tim Thomas. Van Horn stava avendo una discreta stagione, ma Thomas decise che era meglio avere due lunghi strapagati rispetto ad uno.

“Abbiamo fatto questa trade solo ed esclusivamente per avere entrambi i giocatori. Questa mossa ci renderà molto più atletici”.

Thomas era un giocatore che non aveva mai ripagato le aspettative, proprio come Van Horn. Il suo massimo risultato in carriera erano stati i 14 punti di media tenuti a Milwaukee poco prima dello scambio. Thomas e Mohammed avevano ancora due anni e mezzo sui loro contratti, originariamente firmati per 60 e 25 milioni di dollari. A completare il tutto, Thomas avrebbe firmato anche Vin Baker, per aggiungere esperienza Playoffs.

L’unica priorità di Thomas era, insomma, quella di smantellare completamente il roster di Layden. Non un’idea totalmente sbagliata, ma perseguita in maniera disfunzionale. La sua visione è racchiusa in questa sua dichiarazione:

“Vogliamo una squadra in grado di divertire i tifosi al palazzetto, una squadra di carattere, che faccia venire voglia di guardare la partita con i pop corn e una bibita, una squadra che la gente voglia vedere. Penso che questa squadra, se sana, possa essere eccitante da vedere”.

Il susseguirsi di infortuni e movimenti di mercato causò un continuo cambiare delle rotazioni. Si possono dividere i Knicks del 2004 essenzialmente in tre fasi: pre-Marbury, da Marbury alla trade deadline, post-dealine.

Il primo gruppo terminerà 14-21, il secondo 11-8, il terzo 14-14 (e 0-4 nei Playoffs). Stephon riuscì a far passare il dato dei punti partita da 89.6 a 93.4, ma l’efficienza offensiva generale, come mostrano altre voci statistiche, rimarrà sempre tendenzialmente bassa.

Il roster, perennemente funestato da infortuni, fu guidato per minuti giocati dal 31enne Kurt Thomas, con quasi 600, seguito da Shandon Anderson. I due sarebbero stati gli unici ad apparire in 80 partite. Su 22 giocatori totali, 19 contarono meno di 60 presenze.


FOTO: Daily Knicks

Menzioni d’onore

La miglior prestazione individuale venne messa a segno da Marbury, in una vittoria per 114-110 contro i Clippers. Per lui 42 punti, 8 assist e due rubate per mettere il punto esclamativo ad una striscia di 5 vittorie per i Knicks. Subito dopo, ovviamente, otto sconfitte in nove partite.

E poi, la prima di Sprewell al Garden da avversario, che fu un duello rusticano tra Latrell stesso e Allan Houston. 26 per il Knick, 31 per il grande ex, che si prese anche la libertà di insultare Dolan per tutta la partita (Dolan che ovviamente aveva cercato di prendersi le luci della ribalta licenziando Layden alla vigilia).

Playoffs

Nella classifica finale della Eastern Conference, i Nets riuscirono ad accaparrarsi la seconda piazza con sole 47 vittorie, Miami ad avere il fattore campo con 42, i Celtics a qualificarsi con 36.

La serie di primo turno vide i Nets schiantare i Knicks per 4-0. New Jersey, d’altronde, si era liberata negli anni prima di Mutombo, Van Horn e Marbury. Chi avrebbe mai il coraggio di dare spazio a questa gente?

Gara 1, nelle Meadowlands, vide la più grande vittoria in post-season della storia dei Nets. New York fu ricacciata nella Grande Mela, dopo aver perso di 18 anche Gara 2. Al Garden, i Knicks persero le due partite con uno scarto cumulativo di 9 punti. Più rispettabile, ma non ancora abbastanza.

Marbury avrebbe guidato la squadra con 21.3 punti, ma l’affollatissimo frountcourt avrebbe avuto più di una difficoltà a contenere Kenyon Martin, che avrebbe chiuso la serie con 24 e 13 di media. Prima dell’ultima partita, Tim Thomas si lamenterà dei suoi compagni, che non erano stato in grado di fermarlo. Risultato: 36 punti e 13 rimbalzi per Martin in Gara 4, Tim Thomas non pervenuto, sweep.

Epilogo

Marbury e Thomas non riusciranno più a portare i Knicks ai Playoffs, riconquistati unicamente nel 2011.

L’estate successiva, quella del 2004, Mutombo, Harrington, Trybanski e Williams furono mandati a Chicago per portare a NY Jamal Crawford. E durante l’annata seguente le turbolenze sarebbero continuate, con il roster continuamente rivoluzionato e con Wilkens dimissionario a metà stagione.

L’unica mossa degna di nota di Dolan fu quella di licenziare Marv Albert, voce storica dei Knicks dagli anni Sessanta. Just the Knicks being the Knicks.