<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Luca Rusnighi | Around the Game</title>
	<atom:link href="https://aroundthegame.com/author/luca-rusnighi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://aroundthegame.com</link>
	<description>Dove il basket sopravvive agli highlight</description>
	<lastBuildDate>Tue, 07 Oct 2025 16:45:44 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>
	<item>
		<title>MERRY XMAS, SIGNOR BIRD</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/merry-xmas-signor-bird/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Rusnighi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Dec 2023 18:08:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[boston celtics]]></category>
		<category><![CDATA[Christmas]]></category>
		<category><![CDATA[larry bird]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://aroundthegame.com/?p=53293</guid>

					<description><![CDATA[Un racconto natalizio, in pieno stile Larry Bird.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="2560" height="1440" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/larry-bird-christmas_1mfzkelwnqlnk1mhmhrlsu3zos-edited-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-53310" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/larry-bird-christmas_1mfzkelwnqlnk1mhmhrlsu3zos-edited-scaled.jpg 2560w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/larry-bird-christmas_1mfzkelwnqlnk1mhmhrlsu3zos-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/larry-bird-christmas_1mfzkelwnqlnk1mhmhrlsu3zos-edited-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/larry-bird-christmas_1mfzkelwnqlnk1mhmhrlsu3zos-edited-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/larry-bird-christmas_1mfzkelwnqlnk1mhmhrlsu3zos-edited-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/larry-bird-christmas_1mfzkelwnqlnk1mhmhrlsu3zos-edited-1536x864.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/larry-bird-christmas_1mfzkelwnqlnk1mhmhrlsu3zos-edited-2048x1152.jpg 2048w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/larry-bird-christmas_1mfzkelwnqlnk1mhmhrlsu3zos-edited-1080x608.jpg 1080w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Sporting News</figcaption></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Clink.</em> Dentro. <em>Clink.</em> Dentro. Clink. Dentro. <em>Clang.</em> Fuori. <em>Clang.</em> Fuori. <em>Thud. Clink.</em> Dentro di tabella.</p>
</blockquote>



<p>Stasera aveva la mano calda. Forse era la birra gelata che si era scolato ad avergli sciolto il polso e acuito la vista. Forse era stata l’incazzatura per aver lavorato il turno di notte del 25, mentre il resto del mondo smaltiva ancora il pranzo di Natale. Forse era il peso di quei giorni tutti uguali, a fare un lavoro di merda nella città più sporca d’America, a raccattare da terra i resti di un’umanità che agli slogan “Keep NYC clean” stampati sui bidoni aveva smesso di credere da tempo. Ormai roditori e scarafaggi erano diventati i veri padroni di quell’agglomerato urbano trasudante opulenza, sudiciume e miseria umana, ed erano più che felici di fare festa con gli avanzi della cena di quei bipedi arroganti, espandendo il loro dominio sull’isola che in tempi remotissimi, gli olandesi avevano chiamato New Amsterdam. 17 dollari l’avevano pagata dagli indiani. Fin troppo, a suo parere.</p>



<p>Aveva lasciato il tepore dell’appartamento un paio d’ore prima, ringraziando mentalmente Iddio che il figlio si fosse addormentato senza rimostranze e che la partita al Garden fosse durata due supplementari. D’altronde, nonostante il tacito rimprovero nei suoi occhi, anche il piccolo Marcus l’aveva capito. Se volevano accendere le luci dell’albero almeno il 27, papà doveva fare il turno di Natale, che veniva pagato doppio. Per cui, niente storie.</p>



<p>Non ne poteva più. Era una sensazione che provava spesso ultimamente e che la brodaglia al sapore di caffè del deposito o le continue docce prima e dopo il turno non riuscivano a levargli. Il puzzo della strada se lo pelava di di dosso, ma quella sensazione no. Non ne poteva più. Di quel lavoro schifoso, di non avere soldi per comprare scarpe nuove a Marcus, di non vedere una via d’uscita da quella vita maledetta fatta di camion, bidoni e discariche. E quella sera in particolare, non ne poteva più. Per cui, quando gli veniva la tentazione di mandare affanculo Paulie, un mezzosangue italiano semianalfabeta che gli faceva da supervisore, di rovesciare cumuli di pattume sulla testa della gente e di chiudersi la porta di casa alle spalle per andare, chessò, a LA da suo cugino dove almeno non ti gelavi le palle 5 mesi l’anno, allora sentiva che era il momento di tornare nel cuore di Harlem.</p>



<p>Al playground. A quel rettangolo di gioco dalle linee scolorite, mezzo sfondato dalla pioggia, che per lui rappresentava una cattedrale. Un luogo sacro. Per lui il playground era una zona magica dove per qualche ora poteva ritrovarsi e rigenerarsi. Respirare. Dimenticare tutto e concentrarsi sul far tintinnare quelle retine metalliche. Di notte, da solo. In pace.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Clink.</em> Dentro. <em>Clink.</em> Dentro. <em>Clink.</em> Dentro.</p>
</blockquote>



<p><em>Man</em>, stasera le stava infilando tutte. Avesse avuto una manciata di sere così all’high school, forse a quest’ora poteva essere nell’NBA, invece di guidare un camion della nettezza urbana.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Thud. Clink.</em> Dentro. <em>Thud. Clink.</em> Dentro. <em>Thud.</em> Dentro.</p>
</blockquote>



<p>OK, aveva imbroccato l’angolo destro del tabellone. Era in striscia positiva. Glielo diceva sempre coach O’Brien: “Il tabellone può diventare il tuo migliore amico.” E mai come stanotte aveva ragione. Si fermò un attimo per rifiatare. Il fumo gli usciva rapido dalla bocca e l’aria gli bruciava di gelo i polmoni. Era decisamente fuori allenamento.</p>



<p>Si risolse a provare l’ultimo tiro per tentare il 5 su 5. Era ora di risalire sul camion per continuare il giro. C’era un mare di mondezza da caricare. E Paulie lo aspettava al varco per rompergli le scatole. Meglio non dargli ulteriori scuse.</p>



<p>Lasciò partire una parabola altissima dalla linea di tiro da tre del college. Il vecchio Wilson che aveva rubato dopo l’ultima partita dell’high-school e che ogni tanto infilava di nascosto nella cabina del camion colpì la parte sinistra del ferro esterno. Rimbalzò sull’asfalto una volta. Due. Tre. E finì sotto un albero, nella neve, in una zona buia dove la luce dei lampioni non arrivava. Rabbrividì un secondo. Lo avrebbe lasciato volentieri lì. C’era il rischio di un incontro ravvicinato con uno dei signori di New York di cui sopra. O peggio. Era il 1985, dopotutto, e ad Harlem girava tanta eroina. Troppa.</p>



<p>Tentennò un attimo ancora e fece un respiro profondo. Non si poteva permettere un altro pallone, per cui c’era poco da pensarci. Infilò i guanti da lavoro che aveva lasciato a terra e si diresse verso l’albero. Recuperò la sfera con la stessa delicatezza con cui padre Jeffrey porgeva il calice ai fedeli durante la comunione la domenica a St Paul. Niente topi, niente siringhe. Grazie a Dio, pensò sollevato.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/immagine-1024x576.png" alt="" class="wp-image-53311" style="width:636px;height:auto" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/immagine-1024x576.png 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/immagine-300x169.png 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/immagine-150x84.png 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/immagine-768x432.png 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/immagine-1536x864.png 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/immagine-1080x608.png 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/immagine.png 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p><br><em>“Si può?”</em></p>



<p>Si voltò e lo vide. Ci mise un momento a mettere a fuoco, e un altro a raccapezzarsi. Era l’ultima persona che si aspettava di vedere un bianco – quel bianco &#8211; in un playground di Harlem, la notte del 25, con 6 gradi sotto zero. Ma che ci faceva qui? &nbsp;E come aveva fatto a non sentirlo? “Certo, “ rispose lui, non senza una certa esitazione, e fece un passaggio schiacciato a terra.</p>



<p>“Grazie”, fece il tizio, che ricevette la palla con due manone giganti dalle dita nodose. Indossava jeans smangiati all’orlo, un paio di Converse nere ai piedi e un orrendo giaccone a quadri che probabilmente non teneva un granché caldo. Si tolse il cappellino che portava in testa, scoprendo un mare di capelli biondi.</p>



<p>Era proprio lui. Aveva gli occhi di ghiaccio, i baffi pronunciati che gli coprivano un labbro superiore inesistente e la faccia butterata di chi ha conosciuto la fame vera. Non fosse stato per la stazza imponente, sarebbe potuto benissimo passare per uno dei suoi colleghi. O anche per il suo supervisore. Ma non tutti i supervisori della nettezza urbana potevano vantare, tra le altre cose, due titoli NBA, due titoli di MVP e un cervello cestistico di finezza sartoriale.</p>



<p>Il tizio provò un tiro dall’angolo che, come da copione, s’infilò alla perfezione senza neanche toccare neanche la rete metallica, penzolante a metà dal ferro. Gli ripassò il pallone.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Tiro dal gomito dell’area. <em>Clink. Dentro.</em>  Tiro dalla linea da tre del college. <em>Clink. Dentro.</em> Tiro dalla linea da tre dell’NBA. <em>Clink. Dentro.</em></p>



<p><em>“È un buon pallone”</em>, osservò il tizio.</p>



<p><em>“Grazie, signor Bird”</em>, fece lui, ancora mezzo intontito.</p>



<p><em>“Larry.”</em></p>



<p><em>“Larry.”</em></p>



<p><em>“Come ti chiami?”</em></p>



<p>“MJ.”</p>



<p>Bird fece una risatina. <em>“E ti pareva”</em>, disse sottovoce.</p>



<p><em>“Come dice, scusi?”</em></p>



<p><em>“Niente. Quell’MJ. Per cosa sta?”</em></p>



<p><em>“Marcus James.”</em></p>



<p><em>“OK.”</em>. Gli ripassò la palla.</p>
</blockquote>



<p>MJ non proferì verbo e ricominciò a tirare, anche se le gambe gli tremavano. E non per il freddo. Azzeccò un altro paio di canestri, pregando sottovoce di non far figure da idiota di fronte al miglior cestista della Lega che solo qualche ora prima aveva crocifisso i tifosi del Garden. I due rimasero in silenzio, interrotto solo dal rimbalzare del pallone sull’asfalto e dal rumore corale e metallico di ferro, tabellone e retina. Il tutto durò cinque, forse dieci minuti. E tra i due uomini, non&nbsp;un suono. Non ce n’era bisogno. Finalmente la curiosità ebbe la meglio su MJ, che si decise a rompere l’incanto di quella sessione di tiro svoltasi in totale relax, neanche fosse stata una domenica pomeriggio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Signor B&#8230;Larry?”</em></p>



<p><em>“Mhm?”</em></p>



<p><em>“Mi scusi, ma che ci fa qui?”</em></p>



<p><em>“Sto giocando a basket. Non lo vedi?”</em></p>



<p><em>“D’accordo, ma stasera avete avuto una partita al Garden. Starete forse all’Hilton, in pieno centro. Come ci è capitato ad Harlem alle tre di notte, la sera di Natale?”.</em></p>



<p><em>“Non riuscivo a dormire. Per cui ho preso un taxi e ho cercato un posto dove poter fare due tiri.”</em></p>



<p><em>“Ed è finito qui?!”</em></p>



<p><em>“Già.”</em></p>
</blockquote>



<p>Silenzio. MJ non sapeva cosa dire, ma cercò comunque di tenere viva la conversazione. Quando gli ricapitava di chiacchierare con Larry Bird?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Ha giocato molto bene stasera.”</em></p>



<p><em>“Nah. Ho fatto 8/27.”</em></p>



<p><em>“Sì, ma con 10 rimbalzi. E poi avete vinto.”</em></p>



<p><em>“Dopo due supplementari. Meno male che ci hanno pensato Kevin e Chief. Se non c’erano loro, la spuntavate. Ewing è un gran bel centro, tenetevelo stretto.”</em></p>



<p><em>“Sì, sono d’accordo. Comunque, se posso, il vincere non è un fatto solo di cifre a tabellino.”</em></p>



<p>Si voltò e lo fissò per un attimo. <em>“Hai ragione.”</em>.</p>
</blockquote>



<p>Silenzio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Signor B&#8230; Larry?”</em></p>



<p><em>“Mhm?”</em></p>



<p><em>&nbsp;“Me lo farebbe un autografo?”</em></p>



<p><em>“Se mi lasci tirare in pace e tieni la bocca chiusa, sì.”</em></p>
</blockquote>



<p>MJ capì subito. Senza dire una parola si mise sotto canestro. E attese. Bird si tolse la giacca, rivelando una felpa grigia meravigliosamente anonima e divinamente in linea col personaggio. Poi cominciò a crivellare la retina dall’angolo sinistro. Una bomba. Poi un’altra. E un’altra ancora. Si spostò verso la curvatura dell’arco. Altre tre bombe. Poi al centro. Boom. Sulla curvatura destra. Boom. E all’angolo destro. Boom. Senza neanche cambiare espressione facciale. 15/15.</p>



<p>Ripassò il pallone a MJ e si mise lui in posizione per raccogliere i rimbalzi. MJ deglutì rumorosamente. Le doti di cecchino del 33 dei Celtics erano cosa nota, ma qua aveva di fronte una macchina. Non poteva permettersi di fare figuracce. Cercò di rilassarsi e di sciogliersi i muscoli senza darlo troppo a vedere. Si levò di dosso il giaccone e i brividi gli trasmisero una scarica elettrica lungo tutto il corpo. Cominciò a tirare da punti diversi del campo rispetto a Bird. Non voleva rischiare il confronto a tutti i costi, sapeva che l’avrebbe perso. Ma un 7/15 dalle sue mattonelle preferite non era fantascienza. Anzi, ci avrebbe fatto la firma.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img decoding="async" width="760" height="428" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/immagine-1-edited.png" alt="" class="wp-image-53313" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/immagine-1-edited.png 760w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/immagine-1-edited-300x169.png 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/12/immagine-1-edited-150x84.png 150w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 760px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Sporting News</figcaption></figure>



<p><br>9/15.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Niente male, MJ”, disse Bird.</em></p>



<p><em>“Grazie.”</em></p>



<p><em>“Quel camion è tuo?”</em></p>



<p><em>“Sì, signor Bird.”</em></p>



<p><em>“Larry.”</em></p>



<p><em>“Sì, Larry.”</em></p>



<p><em>“Bella bestia. Stai facendo il turno di notte?”</em></p>



<p><em>“Si sign&#8230;Larry. Perché, se ne intende?”</em></p>



<p><em>“Un pochino. Paga bene?”</em></p>



<p><em>“Abbastanza, ma avevo bisogno di fare straordinari.”</em></p>



<p><em>“Per quello stai lavorando a Natale?”</em></p>



<p><em>“Esatto.”</em></p>



<p><em>“Mhm.”</em></p>



<p><em>“Vuole un drink?”</em></p>



<p><em>“Perché no?”</em></p>
</blockquote>



<p>MJ si diresse verso la cabina e afferrò una lattina di Miller.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Ecco qui.”</em></p>



<p><em>“Grazie. Tu non bevi?”</em></p>



<p><em>“Già fatto, grazie. E poi devo guidare”</em>, sorrise MJ indicando il furgone.</p>



<p><em>“È vero.”</em></p>
</blockquote>



<p>Rimasero ancora in silenzio un paio di minuti, le sirene della polizia in sottofondo. Bird sorseggiava la sua birra, MJ rifiatava col pallone sottobraccio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“MJ?”</em></p>



<p><em>“Sì, Larry?”</em></p>



<p><em>“Rendiamo le cose un po’ più interessanti?”</em></p>



<p><em>“In che senso?”</em></p>



<p><em>“Gara di tiri liberi. 10 a testa. Se vinci tu ti do 100 dollari. Se vinco io&#8230;”</em></p>



<p><em>“Purtroppo sono al verde, Larry.”</em></p>



<p><em>“Non importa. Se vinco io, mi fai guidare il camion per un paio d’isolati.”</em></p>



<p><em>“ Ma Larry&#8230; sono bestie difficili da manovrare e non posso rischiare il lavoro.”</em></p>



<p><em>“Tu non preoccuparti che me la cavo. E tirerò di sinistro.”</em></p>



<p><em>“Ah.”</em></p>
</blockquote>



<p>Ci pensò su un attimo. Erano le quattro del mattino. Nessuno li avrebbe visti. E Bird avrebbe tirato di sinistro. Magari una chance ce l’aveva. Insomma, 100 dollari erano 100 dollari. “OK, ci sto. Vediamo che sa fare.” Per la prima volta, Larry abbozzò un sorriso e alzò il sopracciglio, come se volesse registrare mentalmente quell’ultima frase. “OK. Comincia tu”.</p>



<p>MJ si posizionò sulla linea del tiro libero. Fece un respiro enorme, tentando di concentrarsi solo sul buttarla dentro. <em>Sto facendo una gara di tiro con Larry Bird!</em>, gridò a squarciagola dentro di sé. E si mise al lavoro. Chiuse con 8/10. Aveva persino sfiorato il 9/10, ma la palla aveva camminato per qualche istante sul ferro e alla fine era scivolata fuori. Comunque era una percentuale rispettabile. Non aveva mai fatto 8/10 neanche in cinque anni di high school. Forse forse – oddio! &#8211; poteva spuntarla.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Larry Bird Incites Clippers Crowd on Game-Winning Free Throws (1989)" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/KTSbnLN6KgE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Venne il turno di Bird. Come concordato. Un palleggio, due palleggi. Tiro di sinistro. Canestro. OK, pensò MJ. Magari gli è andata bene una volta. Dopotutto è destrorso, non può essere poi così efficace anche con la sinistra. Un palleggio, due palleggi. Tiro di sinistro. Fuori. MJ non poté trattenere un sorriso. Si lasciò scappare un “Allora anche lei è umano”. E qui vide la faccia di Bird irrigidirsi. Sembrava essere diventata di pietra.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Un palleggio, due palleggi. Canestro.</em></p>



<p><em>Un palleggio, due palleggi. Canestro.</em></p>



<p><em>Un palleggio, due palleggi. Canestro.</em></p>



<p><em>Un canestro. E poi un altro. E un altro.</em></p>
</blockquote>



<p>Ad ogni tiro segnato da Bird, il sorriso di MJ gli si restringeva dal volto e la mascella gli si dirigeva sempre più verso il pavimento. 9/10. “Man, that’s impossible”, urlò MJ al di sopra del traffico cittadino.&nbsp;Bird allungò la mano verso MJ, imperturbabile. “Chiavi”. MJ non ebbe neanche la forza di obiettare. Rideva in modo isterico e dovette fare uno sforzo sovrumano per non gettarglisi in ginocchio.</p>



<p>“OK, OK, Larry. Una promessa è una promessa. Che roba! Incredibile!” Bird fece il giro del camion e salì dalla parte del guidatore. “Vieni”. MJ agguantò il pallone, raccolse le giacche e si sedette dal lato del passeggero.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“OK, ha vinto. Dove vuole andare?”</em></p>



<p><em>“Mah, io direi che possiamo andare in Lenox Avenue e mi scarichi lì. Credo di sapere la strada.”</em></p>



<p><em>“Perfetto.”</em></p>
</blockquote>



<p>Larry diede un’occhiata veloce al cruscotto e avviò il motore senza indugio. Mise la prima e il colosso d’acciaio prese vita, immettendosi nella strada deserta.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Vivi qui ad Harlem?”</em></p>



<p><em>“Sì, non lontano da qui.”</em></p>



<p><em>“Hai figli?”</em></p>



<p><em>“Sì, uno, Marcus Junior.”</em></p>



<p><em>“MJJ?”</em></p>



<p><em>“MJJ!”</em>. E scoppiarono tutti e due in una risata.</p>



<p><em>“E lei, ha figli?”</em></p>



<p>“<em>Sì”</em>, rispose un po’ spento Larry.<em> “Una bambina.”</em>.</p>



<p><em>“Oh.”</em>. MJ aveva udito una nota malinconica nella sua voce. <em>“Le manca molto perché è Natale?”</em></p>



<p><em>“No. Mi manca molto sempre. Non la vedo mai, vive con sua madre. Stanotte però faceva un po’ più male del solito.”</em></p>



<p><em>“Mi dispiace, Larry, non volevo&#8230;”</em></p>



<p><em>“Tranquillo.”</em></p>
</blockquote>



<p>MJ cercò di cambiare argomento per sdrammatizzare.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Ehi, senta Larry&#8230; Le devo fare i complimenti. Guida il camion come un professionista, potrebbe essere un mio collega!”</em></p>



<p><em>“Difatti lo sono. Ho lavorato nella nettezza urbana per quasi un anno.”</em></p>



<p><em>“Cosa?! Ma quando? Dove?”</em></p>



<p><em>“French Lick. Dopo che avevo mollato Indiana e prima di passare a Indiana State.”</em></p>



<p><em>“Ma mi prende in giro?”</em></p>



<p><em>“No. Si fa quello che si deve fare per sopravvivere.”</em></p>



<p><em>“E quindi siamo colleghi?”</em></p>



<p><em>“Esatto.”</em></p>
</blockquote>



<p>MJ era a un passo dal collasso cardiaco. “Oddio! Non ci credo! Larry Bird faceva lo spazzino! Oddio, ti prego, basta, non ce la faccio più! Questo è il miglior Natale di sempre!”. L’ilarità di MJ era talmente contagiosa che anche Bird si mise a ridere di gusto e continuò fino ad avere le lacrime agli occhi, dovendosi fermare un paio di volte sulla strada. Alla fine arrivarono su Lenox Avenue.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Eccoci qua”</em>, fece Bird. Mise le quattro frecce e si voltò verso MJ.</p>



<p><em>“Grazie ancora. Sai, stasera non mi sarebbe dispiaciuto fare cambio con te.”</em></p>



<p><em>“Ma cosa dice?! Lei è Larry Bird! Il miglior giocatore di basket al mondo! È pieno di soldi! Io non sono nessuno!”</em></p>
</blockquote>



<p>Bird si fermò per un attimo. La sua voce, lentissima, era carica di dignità. “Può darsi che tu non sia famoso e che tu non sia ricco, ma fai un lavoro onesto. Ti guadagni da vivere. E a fine turno torni a casa da tuo figlio. E questo te l’invidio non sai quanto.”. MJ non sapeva che dire. Non l’aveva mai vista così. Bird fece un gesto con la testa e si scrollò di dosso quella momentanea tristezza. “In ogni caso, hai un tiro niente male, davvero!”. MJ ricominciò a ridere. “Grazie, un suo complimento vale oro!”. “No problem”, rispose Bird, poi mise le quattro frecce, saltò giù dal camion e fermò un taxi con un gesto.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Ehi, non si scordi l’autografo!!”</em>, gridò MJ.</p>



<p><em>“Ah, è vero.”</em>. Fece segno al tassista di aspettare. <em>“Hai una penna e un pezzo di carta?”</em></p>



<p><em>“Penna sì, ma il pezzo di carta no. Ho solo il foglio di presenza del lavoro.”</em>. Esitò per un attimo.<em> “Ah, e chissenefrega! Firmi pure questo!”</em></p>



<p><em>“Sicuro?”</em></p>



<p><em>“Ma sì, tanto ne ho un altro in tasca. Uso quello. E poi chi glielo dice ai miei colleghi che ho incontrato Larry Bird?!”</em></p>



<p><em>“Ah, tanto saranno tifosi dei Knicks. O al limite dei Lakers.”</em></p>
</blockquote>



<p>Scoppiarono entrambi a ridere. Bird scribacchiò qualcosa, si frugò le tasche e porse il foglio giallo autografato a MJ. Poi stese la mano, che MJ strinse vigorosamente. Quando la ritrasse, MJ vide la faccia di Benjamin Franklin che faceva capolino da sotto il foglio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Larry, senta, non posso accettare.”</em></p>



<p><em>“Ah, prendili. Ti ho pagato per il passaggio.”</em></p>



<p><em>“Ma se ha guidato lei!”</em></p>



<p><em>“Dettagli. Stammi bene.”</em></p>



<p><em>“Grazie mille, Larry. Anche lei.”</em></p>
</blockquote>



<p>Bird s’infilò nel taxi e sparì nel traffico. MJ risalì sul camion e tolse le quattro frecce. Era pronto a ripartire quando l’occhio gli cadde sulla dedica. <em>“From one colleague to another &#8211; Keep up the good work. Nice shooting! Best wishes, Larry Bird. #33”</em>. E poi un numero di telefono con una scritta: <em>“Call them. See you Feb 25. We’ll kick your ass! Merry Xmas.”</em>. MJ non poté fare a meno di sorridere.</p>



<p><em>Merry Xmas, signor Bird. Anzi, Larry.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Rest in power, Bill Russell</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/rest-in-power-bill-russell/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Rusnighi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Aug 2022 11:30:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://aroundthegame.com/?p=25715</guid>

					<description><![CDATA[William Felton Russell ci ha salutato domenica, all’età di 88 anni. E ha lasciato un vuoto incolmabile.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="644" height="362" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/08/Russell-690x362-1-edited.jpg" alt="" class="wp-image-25717" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/08/Russell-690x362-1-edited.jpg 644w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/08/Russell-690x362-1-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/08/Russell-690x362-1-edited-150x84.jpg 150w" sizes="(max-width: 644px) 100vw, 644px" /></figure></div>



<p>“<em>Ogni volta che un vecchio muore, una biblioteca brucia.”</em><br>(proverbio africano)</p>



<p><strong>William Felton Russell</strong> ci ha salutato domenica, all’età di 88 anni. E ha lasciato un vuoto incolmabile.</p>



<p>Se n’è andato come aveva vissuto: con dignità, senza strepitare, conscio del suo valore ma di consapevole di non poter battere Father Time, l’unico avversario che su di lui ha avuto la meglio.</p>



<p>Sembrava eterno, Bill. Depositario di memorie antiche, polverose, distanti per alcuni ma sempre valide, soprattutto oggi. Come i volumi di una biblioteca, appunto. Pagine e pagine di eventi, scolpiti nella psiche di un uomo che negli anni ha raccolto, raccontato e vissuto in pieno la storia del Gioco e soprattutto la storia di un Paese duro, spesso crudele, che ancora oggi <a href="https://aroundthegame.com/the-talk/">non ha risolto le sue contraddizioni</a>.</p>



<p><strong>Bill Russell</strong> incarnava un’etica del lavoro che snobbava gli applausi facili, le adulazioni effimere del pubblico e le celebrazioni inutili. E che puntava ai risultati. Quei risultati innegabili che comunque non gli hanno garantito per decenni il rispetto che meritava.</p>



<p>Non giocava per i giornalisti. Non giocava neanche per gli spettatori. Bill Russell giocava per vincere, perché vincere era l’unico risultato che contasse. <em>“Se anche finirai a fare lo scavafosse, diventa il migliore scavafosse in circolazione e fa’ sì che la gente venga da lontano per vedere quanto sono perfette le fosse che scavi.”</em> Questo gli aveva trasmesso suo padre. E aveva applicato questa logica in ogni momento, l’unica con la quale approcciasse il suo lavoro.</p>



<p>C’è quasi da vergognarsi a ripetere le statistiche in un momento come questo, ma basti una su tutte: <strong>11 titoli di campione NBA</strong> conquistati in 13 stagioni, tutte giocate con i <strong>Boston Celtics</strong> di <strong>Red Auerbach</strong>. Gli ultimi due, aggiungiamo, da allenatore-giocatore, primo uomo di colore a sedere su una panchina in tutto lo sport professionistico americano. Dovrebbe bastare.</p>



<p>Eppure le cifre, anche quelle importanti, e il suo (enorme) impatto sul Gioco, contano fino a un certo punto. Bill Russell è stato molto più di un vincente. È stato molto più di una macchina da statistiche o di uno sportivo unico nel suo genere. È stato, più di ogni altra cosa, un uomo. Un uomo che ha sempre lottato per affermare il suo valore e la sua dignità, soprattutto quando non era facile e c’era tanto da perdere. Quando ad alzare la voce si rischiava non solo la carriera, ma anche la vita. E lui ci ha messo la faccia, sempre.</p>



<p>Diffidente verso gli estranei in un mondo dove gli eroi vengono presto dimenticati, si è rifiutato per anni di asservirsi ai media e di fare il personaggio o il fenomeno da baraccone, utilizzando invece la piattaforma datagli per supportare la battaglia per i <strong>diritti civili</strong> della sua gente. Appoggiando la causa di <strong>Muhammad Ali</strong>. Parlando a favore di <strong>Malcolm X</strong>. Dicendo no quando c’era da stare al gioco, ingoiare umiliazioni e sentirsi sminuito da una società che, specialmente al Sud, vedeva lui e i suoi compagni di colore solo come animali da circo per gli spettatori paganti.</p>



<p>Solo nella fase finale della sua vita, quando finalmente il suo impatto è stato valorizzato, ha abbracciato il suo ruolo d’istituzione del Gioco, supportando gli atleti più giovani in cui riconosceva parte di sé e accettando di raccontare (meglio: di tramandare) la storia del suo popolo per le generazioni future. Il tutto senza mai dimenticare di alzare la voce contro le ingiustizie, esponendosi in prima persona. Senza mai tirarsi indietro.</p>



<p>Bill Russell se n’è andato, e con lui brucia una biblioteca enorme. Con lui se ne va un pezzo della storia d’America. Che il ricordo della sua vita straordinaria e delle mille battaglie combattute in campo e fuori possa aiutarci a esporre e sanare le ferite di una società, Oltreoceano ma non solo, sempre più divisa.</p>



<p>Rest in power, campione.</p>



<div style="height:54px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’incredibile popolarità delle Nike Kobe nell&#8217;ultimo anno</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/lincredibile-popolarita-delle-nike-kobe-nellultimo-anno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Rusnighi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 May 2022 20:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[around the sneakers]]></category>
		<category><![CDATA[kobe bryant]]></category>
		<category><![CDATA[Nike]]></category>
		<category><![CDATA[sneakers]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://aroundthegame.com/?p=18203</guid>

					<description><![CDATA[I numeri senza precedenti in NBA dei modelli di sneakers Nike Kobe.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/kobe824-edited.jpg" alt="" class="wp-image-18839" width="766" height="430" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/kobe824-edited.jpg 766w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/kobe824-edited-300x168.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/kobe824-edited-150x84.jpg 150w" sizes="(max-width: 766px) 100vw, 766px" /><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>{{translate_pretext}}</p>



<p>Nell’aprile del 2021, i tifosi <strong>NBA</strong> appassionati di <strong>sneakers </strong>si sentivano persi. Stavano ancora piangendo la morte di <strong>Kobe Bryant,</strong> l’anno prima, ma c’era dell’altro: il contratto pluriennale della leggenda dei Lakers con <strong>Nike </strong>era giunto al termine, e il rinnovo sembrava poco probabile. </p>



<p>Niente più Kobe signature sneakers in produzione. Niente più lanci. E i prezzi sulle piattaforme di rivendita, alla notizia della conclusione del contratto, erano schizzati alle stelle.&nbsp;</p>



<p>Nel 2020, pochi mesi dopo la scomparsa di Bryant e il riavvio della stagione NBA durante la pandemia, le sue signature shoes erano le più popolari della Lega: dei 322 giocatori in campo nella “bubble”, <a href="https://andscape.com/features/the-kobe-5-behind-the-biggest-sneaker-tribute-in-basketball/" data-type="URL" data-id="https://andscape.com/features/the-kobe-5-behind-the-biggest-sneaker-tribute-in-basketball/" target="_blank" rel="noopener">102 avevano indossato un totale di 280 paia di Nike Kobe</a>. E da allora, l’utilizzo in campo della linea associata al Black Mamba è andato ancora aumentando.</p>



<p>In parte per una questione di performance, in parte per ragioni sentimentali, il logo Kobe si è visto dappertutto, onnipresente sui parquet da quando è stata pubblicata la data di scadenza del <a href="https://www.espn.com/nba/story/_/id/31293033/vanessa-bryant-kobe-bryant-estate-elect-not-renew-partnership-nike" data-type="URL" data-id="https://www.espn.com/nba/story/_/id/31293033/vanessa-bryant-kobe-bryant-estate-elect-not-renew-partnership-nike" target="_blank" rel="noopener">contratto quinquennale post-ritiro</a>, il 19 aprile 2021.</p>



<p><em>“Adesso significa molto di più. Ho appena parlato con qualcuno a questo proposito. È diventata quasi una cosa personale,”</em> ha dichiarato l’ala degli Heat, PJ Tucker. <em>“Dopo la sua morte è diventata davvero una questione personale. Perché non si trattava solo di conoscerlo, ma di essergli amico e avversario, e ora di rappresentarlo. Ogni volta che vado in campo e indosso le sue scarpe, lo rappresento.”</em></p>



<p>Il 70% circa di tutti gli atleti della lega indossa sneakers Nike in campo. L’allargarsi dei roster con l’inclusione di contratti brevi durante l’ondata di contagio Covid-19 ha fatto sì nella stagione 2021/22 ben 605 giocatori siano andati a referto (contro i 530 del 2019/20); ebbene, dal 19 aprile 2021 al 10 aprile 2022, 274 atleti &#8211; ossia un incredibile 45% del totale &#8211; hanno indossato <strong>Nike Kobe </strong>in almeno una gara NBA. È, semplicemente, un livello di presenza mai visto sui parquet della lega.</p>



<p><strong>PJ Tucker</strong> e <strong>DeMar DeRozan</strong> hanno messo ai piedi rispettivamente 67 e 92 paia di Kobe in questo periodo, sfoggiando una riserva apparentemente inesauribile di Nike con il logo a tre punte di Bryant. All’inizio della stagione, <strong>Devin Booker</strong> <a href="https://www.theringer.com/2021/11/19/22790399/brian-windhorst-explains-why-nba-players-are-running-out-kobe-sneakers" data-type="URL" data-id="https://www.theringer.com/2021/11/19/22790399/brian-windhorst-explains-why-nba-players-are-running-out-kobe-sneakers" target="_blank" rel="noopener">ha dichiarato</a> che “non sarebbe mai rimasto a secco”.</p>



<p>Lo stesso, però, non si può dire per la stragrande maggioranza dei giocatori, professionisti e soprattutto amatori, che si affannano a far durare il proprio stock il più possibile. Con le Kobe fuori produzione e il contratto bloccato in fase di trattativa, era necessario sborsare $1.000 almeno sul resell market.</p>



<p><strong>Khris Middleton</strong> si è affidato alle <strong>Kobe 6</strong> in 66 partite, usando le Nike Air Zoom GT Cut per 27 gare come alternativa. <strong>Jordan Poole</strong> ha recuperato dei reperti dei primi anni 2010, scendendo talvolta in campo con Kobe 6 bianche e blu navy vecchie di un decennio che sembravano sul punto di esplodere a ogni cambio di direzione. Ma <strong>Jarred Vanderbilt</strong> dei Timberwolves ea l’atleta più bisognoso di aiuto: le sue Kobe 6 “All-Star” rosse e nere e le sue 6 “Grinch” si sono visibilmente consumate con l’andare della stagione, perdendo frammenti della suola esterna ed evidenziando una cordonatura piuttosto estesa lungo la scarpa.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://andscape.com/wp-content/uploads/2022/04/Jared-Vanderbilt_Kobe-6_GettyImages-1237489298.jpg?w=700" alt="" width="525" height="366"/><figcaption>FOTO: Andscape.com</figcaption></figure></div>



<p>Le trattative sono procedute a rilento per la maggior parte della stagione e i giocatori avevano praticamente perso le speranze di vedere la Nike e la famiglia Bryant trovare un accordo. Ma a marzo – certo, il 24 – è cambiato tutto. La vedova di quest’ultimo, <strong>Vanessa</strong>, ha annunciato a sorpresa un nuovo contratto.</p>



<p><em>&#8220;Questa nuova partnership darà ai fan accesso ai prodotti <strong>Nike Kobe </strong>&amp; <strong>Gigi </strong>per i prossimi anni&#8221;,</em> ha dichiarato in un post su Instagram. La risposta dei giocatori sui social media è stata entusiasmo e sollievo allo stesso tempo. In primi, ovviamente, PJ Tucker, che ha scritto &#8220;WEBAAAAACK&#8221; a Andscape subito dopo l’annuncio.</p>



<p>Per festeggiare quello che sarebbe stato il sedicesimo compleanno di Gianna Bryant, è stato annunciato il primo lancio sul mercato a seguito del nuovo accord tra Nike e la famiglia Bryant: una versione “<strong>Mambacita Sweet 16</strong>” delle <strong>Kobe 6 Protro</strong>. In vendita da poche settimane, tutti i proventi saranno destinati alla <strong>Mamba &amp; Mambacita Sports Foundation</strong>.</p>



<p>Dal 2020, Nike ha donato un milione di dollari alla fondazione, che prevede di aprire una nuova struttura di formazione cestistica nel sud della California e di lanciare un programma per aiutare i giovani di quell&#8217;area.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://andscape.com/wp-content/uploads/2022/04/2000_Kobe-6-2.jpg?w=700" alt="" width="454" height="454"/><figcaption>FOTO: Andscape.com</figcaption></figure></div>



<p>Queste sneakers, con tomaia a pelle di serpente, con un bianco e nero già visto sulle maglie della squadra giovanile di Gianna <strong>Mamba Ballers</strong>, hanno il logo <em>Mamba </em>sul tallone, con il numero di maglia (2) e i nomi di Gianna e Kobe in oro. Il tutto è corredato da una scatola in edizione speciale che mostra il n. 2 con le ali e l’aureola, e la data di nascita di Gianna, il primo maggio del 2006.</p>



<p>E a completare il tutto, un biglietto di <strong>Vanessa Bryant</strong>.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://andscape.com/wp-content/uploads/2022/04/279500859_703701940819435_3544534269061368870_n.jpg?w=700" alt=""/><figcaption>FOTO: Andscape.com</figcaption></figure></div>



<p>“<em>Sono molto felice delle <strong>Mambacita </strong>prodotte in onore di mia figlia Gigi”,</em> ha scritto Vanessa su Instagram.</p>



<p>Ora, a causa delle tempistiche di produzione e di alcuni ritardi negli ultimi mesi, bisognerà attendere del tempo per mettere le mani su altre Kobe. Ulteriori lotti di edizioni PE (Player Exclusive) potrebbero non apparire fino alla fine della stagione 2023/24.</p>



<p>Potrebbe crearsi un buco di due anni per quanto riguarda le PE, dato che l’ultimo lotto è stato prodotto nel dicembre 2020 e consegnato ai giocatori nell’aprile 2021, appena prima dei Playoffs. Avendo contribuito con i <a href="https://twitter.com/brkicks/status/1396994947174240257?s=20" data-type="URL" data-id="https://twitter.com/brkicks/status/1396994947174240257?s=20" target="_blank" rel="noopener">suoi colori</a> alle Kobe 4, 5 e 6, PJ Tucker non vede l’ora di rientrare nel processo creativo e di dare vita a nuovi modelli, adesso che il contratto con Nike è finalmente nero su bianco. <em>“È una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita,”</em> ha dichiarato. <em>“Poter creare le proprie PE è un’emozione inspiegabile.”</em></p>



<p>Indossare un paio di Kobe 6 player exclusives è un’esperienza che condivie con meno di venti giocatori NBA. In ogni caso, una fetta importante della lega (274 giocatori) ha continuato a portare sneakers Kobe durante tutta la stagione. <em>“Sono orgogliosa del fatto che le scarpe di mio marito siano ancora quelle più indossate su tutti i campi dell’NBA,” </em>ha dichiarato Vanessa Bryant dopo aver firmato il contratto.<em> “E del fatto che la domanda per le sue scarpe rimanga così alta tra gli appassionati di tutto il mondo.”</em></p>



<div style="height:25px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading">I tre modelli più popolari in NBA</h2>



<p>Tra<em>&nbsp;</em> il 19 aprile 2021 e il 10 aprile 2022, come detto in precedenza, le signature sneakers di Kobe Bryant hanno regnato incontrastate in tutta la NBA. Ecco i tre modelli più diffusi:</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://andscape.com/wp-content/uploads/2022/04/as_kobe_kobe4_1600x1175.jpg?w=700" alt=""/><figcaption>FOTO: Andscape.com</figcaption></figure></div>



<p>Quando Bryant ha fatto debuttare le Kobe 4 nella stagione 2008/09, pochissime point guard nella Lega indossavano sneakers basse. A partire dalla stagione successiva, grazie a Kobe, le portavano praticamente tutti nella lega. Un decennio più tardi, la Kobe 4 resta la decima più popolare dell’NBA, sfoggiata ogni sera da atleti di tutte e 30 le franchigie.</p>



<p>“È<em> la mia scarpa da basket preferita di sempre,”</em> ha detto Tucker, sceso in campo con le Kobe 4 in 10 gare.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://andscape.com/wp-content/uploads/2022/04/as_kobe_kobe5_1600x1175.jpg?w=700" alt=""/><figcaption>FOTO: Andscape.com</figcaption></figure></div>



<p>Il terzo modello più famoso tra i professionisti negli ultimi dodici mesi, la Kobe 5 ha continuato ad essere la favorita per diverse superstar della lega.</p>



<p>Tralasciando Devin Booker, le assegnazioni di modelli PE per la maggior parte dei giocatori si sono esaurite verso metà stagione, con i classici colori Protro avvistati più di frequente sul campo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://andscape.com/wp-content/uploads/2022/04/as_kobe_kobe6_1600x1175.jpg?w=700" alt=""/><figcaption>FOTO: Andscape.com</figcaption></figure></div>



<p>Dopo che nel 2019 e nel 2020 le Kobe 4 e 5 hanno cominciato a prendere piede, grazie a nuovi lanci per la prima volta in un decennio, la Kobe 6 ha raccolto il testimone ed è diventata la sneaker più diffusa nell’ultimo anno solare.</p>



<div style="height:46px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Una camera d&#8217;albergo &#8211; Charles Barkley</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/una-camera-d-albergo-charles-barkley/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Rusnighi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Apr 2022 15:58:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[charles barkley]]></category>
		<category><![CDATA[new jersey nets]]></category>
		<category><![CDATA[philadelphia 76ers]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://aroundthegame.com/?p=16572</guid>

					<description><![CDATA[Nel 1991, Charles Barkley si rese protagonista di uno sputo all'indirizzo di un tifoso dei Nets, colpendo accidentalmente una ragazzina. Investito dallo scandalo, un risveglio turbolento in una camera d'albergo e una cameriera senza peli sulla lingua gli diedero l'opportunità di riflettere sulla piega che stavano prendendo la sua vita e la sua carriera. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Nel 1991, Charles Barkley si rese protagonista di uno sputo all&#8217;indirizzo di un tifoso dei Nets, colpendo accidentalmente una ragazzina. Una camera d&#8217;albergo e una cameriera senza peli sulla lingua gli diedero l&#8217;opportunità di riflettere sulla sua vita e sulla sua carriera. </h2>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/storia-1024x576.png" alt="" class="wp-image-16840" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/storia-1024x576.png 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/storia-300x169.png 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/storia-150x84.png 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/storia-768x432.png 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/storia-1080x608.png 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/storia.png 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>BEEP</p>



<p>BEEP</p>



<p>BEEP</p>



<p>B…</p>
</blockquote>



<p>Al quarto beep, la signora Mabel spense la sveglia digitale che i suoi figli le avevano regalato per Natale. L’avevano comprata da Macy’s durante il Black Friday, venendo alle mani con una distinta casalinga assetata di sangue. Era costata $59.99 e un labbro scucito, ma per loro il tempo era davvero denaro. Philmore faceva il custode e Mabel la cameriera, vivevano su ritmi molto diversi dal resto del mondo e non potevano permettersi di essere in ritardo. Per anni si erano affidati alla vecchia Bessie, appartenente alla famiglia da generazioni. Aveva sempre funzionato alla perfezione, ma una mattina Philmore l’aveva fatta finire per terra una volta di troppo.</p>



<p>La signora Mabel si pelò lenta dal letto caldo, barcollando verso il bagno. Riemersa dalla doccia, indossò con cura l’uniforme seminuova che l’Hilton le aveva fornito a sue spese tre anni prima. Mise la cuccuma sul fornello, si truccò, infilò scarpe da lavoro dalle suole consunte e, riempito il termos di caffè, afferrò il cestino da pranzo. Chiuse la porta di casa con il tocco sapiente di chi non disturba.</p>



<p>Scese le scale, si diresse frettolosa verso la Gertrude. Non c’era tanto da cincischiare: Springfield-Belmont non era zona residenziale. La Gertrude, in onore della zia che le aveva lasciato i soldi per acquistare quell’ammasso di lamiere, ansimò un paio di volte e poi si decise a mettersi in moto. La signora Mabel s’immise nella strada deserta, imboccando rapidamente la NJ 21N diretta a East Rutherford. Era un mattino limpido e sembrava quasi che Dio, per una volta, si fosse ricordato del New Jersey. Accese la radio, come sempre. Niente di meglio di un gospel per iniziare la giornata.</p>



<p>Mentre cercava di sintonizzarsi sulla sua amata WAWZ, tra i latrati del DJ captò qualcosa a proposito di un certo <strong>Charles Barkley,</strong> un atleta che aveva <strong>sputato </strong>addosso a qualcuno la sera prima. La cosa stava facendo il giro del Paese e si invocava un’immediata sospensione, una multa esemplare. Persino la galera.</p>



<p>La signora Mabel aveva sentito abbastanza. Tornò sulle 99.5 FM e si stirò l’ugola su una granitica versione di <em>Amazing Grace</em>. Arrivò all’ultima strofa mentre parcheggiava la Gertrude nel posto macchina del personale. “<em>Amen, Signore, amen</em>”, disse a voce alta, sentendosi pompare il sangue nelle vene. Afferrò il cestino da pranzo, il termos e si avviò verso l’entrata di servizio con <em>Amazing Grace</em> sulle labbra.</p>



<p>La cucina <strong>dell’Hilton</strong>, come sempre, era in fermento. Tra poco sarebbero scesi per la colazione i primi clienti che quel 27 marzo 1991 avrebbero preteso, come sempre, pancetta croccante, succo d’arancia fresco e frittelle alte un dito serviti senza aspettare, creati dal nulla per magia. Il tutto, ovviamente, innaffiato da dosi industriali di caffè bollente. </p>



<p>La signora Mabel, aggirati due cuochi messicani che si pigliavano a parolacce mentre preparavano una montagna di uova strapazzate, andò a prendere il foglio di lavoro. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Buongiorno signor Lomax</em>”. </p>



<p>“<em>Buongiorno Mabel. Ecco qui la lista delle stanze da riordinare. Abbiamo una squadra di basket che ha preso tutto il corridoio dalla 1220 alla 1240 per cui quelle camere falle per ultime. Lo sai che a quelli piace fare tardi.</em>“ </p>



<p>&#8220;<em>Va bene signor Lomax</em>.”</p>
</blockquote>



<p>Recuperato il carrello delle lenzuola e dei detergenti, si infilò nell’ascensore di servizio e schiacciò il tasto dell’ultimo piano, dove si trovavano le prime camere da preparare per i clienti. Il rituale era sempre lo stesso: pulizia a fondo del bagno, poi era la volta dei letti da rifare e infine, aspirapolvere e straccio sui pavimenti. Alla signora Mabel non dispiaceva, però – si infilava le cuffie e ascoltava Smokey Robinson, canticchiando <em>Tears of a clown</em> mentre raccoglieva la polvere, il walkman infilato nella tasca del grembiule.</p>



<p>Si mise al lavoro, rassettando con i gesti esperti e precisi di chi non può permettersi di perdere tempo. Terminato di sistemare l’ultimo piano, spinse il carrello fino all’ascensore. Premette il tasto del terz’ultimo piano, dato che al penultimo c’erano le stanze che andavano dalla 1220 alla 1240. Non osava pensare a cos’avrebbe trovato lì dentro. Nel corso degli anni aveva raccolto di tutto, ma sportivi, rockstar e attori erano i peggiori: si portavano appresso facce da galera e signorine molto poco vestite, e lei finiva sempre per buttare via bottiglie vuote, mozziconi di sigarette, profilattici usati e polveri sospette che era meglio non sapere cosa fossero. L’ultima volta aveva trovato delle pipe da crack che aveva gettato nel sacco dell’immondizia evitando di farsi troppe domande. Rabbrividì. Proprio non aveva voglia di farle, quelle stanze. Ma veniva pagata per quello.</p>



<p>La porta dell’ascensore si aprì e Mabel si diresse verso la fine del corridoio, dov’erano le suite. Quella camera risultava vuota per cui si trattava solo di dare una rinfrescata all’ambiente, era sicura di trovare tutto pulito.</p>



<p>Una zaffata di whisky, sudore e puzza di fritto la colpì in piena faccia come una frustata. Il grugnito improvviso del gigante che russava a pancia in giù sul letto ancora fatto la fece sobbalzare e chiuse la porta di colpo. Si affrettò a passare oltre, appena in tempo per udire un “<em>Vaffanculo e lasciami dormire!”</em> soffocato in lontananza. </p>



<p>No, decisamente quella camera non era vuota. Meglio ripassare più tardi.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1452" height="818" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/GettyImages-243179-1568x1045-1-edited-1.jpg" alt="" class="wp-image-16826" style="width:776px" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/GettyImages-243179-1568x1045-1-edited-1.jpg 1452w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/GettyImages-243179-1568x1045-1-edited-1-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/GettyImages-243179-1568x1045-1-edited-1-1024x577.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/GettyImages-243179-1568x1045-1-edited-1-150x85.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/GettyImages-243179-1568x1045-1-edited-1-768x433.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/GettyImages-243179-1568x1045-1-edited-1-1080x608.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1452px) 100vw, 1452px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>DRIIIN DRIIIN</p>



<p>DRIIIN DRIIIN</p>



<p>DRIIIN DRIIIN</p>



<p>DRIIIN DR&#8230;</p>
</blockquote>



<p>Al quarto drin drin riuscì finalmente a trovare la cornetta a tentoni. Senza neanche alzare la faccia dal cuscino, bofonchiò un: “<em>Che c’è</em>?”, la voce impastata dall’alcol. “<em>Buongiorno signor Simpson, sono le 7.30, è la sua sveglia, come da lei rich..</em>.”. Non gli fece neanche finire la frase. Che lo lasciassero dormire in pace.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>DRIIIN DRIIIN</p>



<p>DRIIIN DRIIIN</p>



<p>DRIIIN DR&#8230;</p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Che c’è?”</p>



<p>“Chuck! Sono io.”</p>



<p>“Ehi”.</p>



<p>“Ma che cazzo ti è preso ieri, Chuck?! Ti rendi conto di quello che hai fatto?”</p>



<p>“Non è la fine del mondo, dai.”</p>



<p>“Non è la fine del mondo?! Hai sputato addosso a un tifoso in diretta nazionale e hai preso una ragazzina di 8 anni. Mi spieghi come non è la fine del mondo?! I giornali e le TV vogliono <strong>Charles Barkley</strong> bandito dalla Lega, c’è persino chi chiede di sbatterti al fresco. Adesso come ce ne tiriamo fuori? Io i miracoli non li faccio. Sono il tuo agente, mica Gesù Cristo!”</p>
</blockquote>



<p>“<em>Occupatene e basta</em>.” E gli sbattè il telefono in faccia. Non aveva abbastanza ossigeno al cervello da poterci pensare.</p>



<p>Cercò faticosamente di riaddormentarsi, ma evidentemente non era destino.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>DRIIIN DRIIIN</p>



<p>DRIIIN DR&#8230;</p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Chi cazzo è stavolta?”</p>



<p>“Charles, sono Rod Thorn.”</p>
</blockquote>



<p>Riuscì con enorme sforzo a sollevare la testa dal cuscino. Gli faceva un male cane, ma quella chiamata doveva ascoltarla. Se il vicepresidente operativo della <strong>NBA</strong>, colui che di fatto faceva il cane da guardia all’immagine della Lega e comminava multe e sospensioni, si era preso la briga di farsi sentire, vuol dire che l’aveva fatta grossa. E neanche registrarsi al check in dell’hotel come Homer Simpson per non farsi trovare era servito a niente.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Sì, Rod.”</p>



<p>“Come sei messo?”</p>



<p>“Sto smaltendo una sbornia.”</p>



<p>“Si sente. Allora ti lascio rimetterti in sesto. Chiamami più tardi.”</p>



<p>“<em>OK</em>.”</p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Charles Barkley’s Funny Moments Part II" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/69pl0Xur0v8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Posò la cornetta sul comodino per non sentire altri scocciatori e crollò con la faccia nel materasso. Sapeva di essere nei guai. Non aveva senso cercare di dormire ancora, per cui si decise finalmente ad alzarsi.</p>



<p>Raccolse le energie e, centimetro per centimetro, riuscì non si sa come a sollevare tutti e centoventi i chili che si condensavano su quel corpaccione. Gli si era addormentata una gamba durante la notte e crollò di nuovo col sedere sul letto. Dovette fare una fatica enorme per rimettersi dritto e, trascinando i piedi, si diresse verso la finestra. Sapeva che gli avrebbe fatto un male dannato, ma tanto valeva togliersi il pensiero. Aprì le tende e la luce del giorno gli mandò una sciabolata in direzione del nervo ottico. </p>



<p>Gesù che dolore. Si sentiva pulsare le tempie e gli sembrava di avere <em>a freight train running in the middle of the head</em>, per citare un prodotto della vicina Freehold, un mezzo italiano che si faceva chiamare The Boss.</p>



<p>La distanza tra il letto e il bagno gli parve eterna. Aveva gli occhi mezzo incollati dal sonno ma riuscì a distinguere in qualche modo il box doccia e ci si ficcò dentro, benedicendo con sollievo pagano il getto di acqua bollente che gli percorse la schiena, riportandolo alla vita.</p>



<p>Rimase immobile per qualche minuto con il mento gocciolante e poi, lentamente, iniziò a insaponarsi. A ogni gesto la sua psiche sembrava ridestarsi, i pensieri si riassemblavano come le tessere di un mosaico. Il relitto che pochi istanti prima faticava a reggersi in piedi stava tornando umano. Stava tornando Charles Barkley.</p>



<p>Cercò di ricostruire cosa ci facesse lì e cos’era successo la sera prima. Era in trasferta e avevano giocato contro i <strong>New Jersey Nets</strong>, perdendo ai supplementari. Aveva fatto una partita normale, niente di diverso dal solito. 32 punti e 17 rimbalzi. Il problema non era lui, erano quelle altre pappemolli che si trovava in squadra. </p>



<p>Hersey Hawkins, che qualcuna l’aveva buttata dentro, aveva tirato di merda; <strong>Ricky Mahorn</strong>, che il Signore lo benedica, aveva provato a metterci una pezza con qualche canestro e tanto gioco sporco, ma dopo loro tre il vuoto, ad eccezione di Andre Turner dalla panchina. E sì che i Nets ne avevano vinte forse 20 quest’anno, la metà dei suoi <strong>Sixers</strong>. Manco contro questi erano riusciti a portarla a casa.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/charles-updated-1-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-16760" style="width:768px;height:432px" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/charles-updated-1-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/charles-updated-1-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/charles-updated-1-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/charles-updated-1-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/charles-updated-1-1536x864.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/charles-updated-1-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/charles-updated-1.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p>La partita stava già andando male di suo quando alla fine del quarto periodo, uno dei consueti rompipalle aveva passato il segno. Di solito era abituato agli insulti, in un certo qual modo se la godeva anche a far arrabbiare la gente. Quello però aveva esagerato. L’aveva invitato a tornare nei campi di cotone e aveva chiamato in causa sua madre, alzandosi dal suo posto e procedendo verso di lui con fare quantomeno aggressivo. E la cosa non gli era andata a genio. Per cui si era voltato in direzione di quello stronzo, gliene aveva dette quattro e aveva lasciato partire un proiettile dalla bocca. Aveva continuato a giocare senza pensarci su, era stato fin troppo buono secondo lui. Ma dopo erano cominciati i guai.</p>



<p>Arrivato nello spogliatoio, frustrato per la sconfitta, sudato e pieno di lividi, si era trovato un registratore praticamente sotto il naso. Un giornalista, uno di quegli imbrattacarte che si guadagnano da vivere rovistando nell’immondizia altrui, gli aveva chiesto come si sentiva ad aver <strong>sputato addosso a una ragazzina</strong>. Lui aveva spalancato gli occhi e aveva raccolto la propria mandibola dal pavimento. Chi?</p>



<p>E poi si era ricordato che forse c’era qualcun altro seduto nelle vicinanze di quell’imbecille. Poteva aver intravisto una bambina di non più di dieci anni, ma capirai: in un palazzetto di diecimila e passa persone non puoi vedere tutti. Doveva averla colpita per sbaglio.</p>



<p>Aveva spostato il registratore con una manata e lanciato all’imbrattacarte un’occhiataccia che non ammetteva repliche. Si era rivestito senza farsi la doccia e senza proferire verbo, si era infilato dritto nel pullman della squadra che li aveva portati all’Hilton, a un tiro di schioppo dall’arena. </p>



<p>Nessuno osava rivolgergli la parola. Era stato fortemente tentato dal noleggiare un taxi e farsi portare ad Atlantic City per passare la nottata sui tavoli, giusto per distrarsi. Poi però aveva deciso che non era cosa. Era meglio sparire per un po’. Per cui si era rintanato nella sua stanza d’albergo per sfogarsi con due dei suoi migliori amici, il signor Johnnie Walker e il colonnello Sanders. Ricordava solo di essersi scolato due bottiglie, forse tre, e di essere svenuto dopo il sesto petto di pollo fritto.&nbsp;</p>



<p>Finì di sciacquarsi, abbrancò un asciugamano e se lo avvolse attorno alla vita. Gocciolando dappertutto, si diresse verso la valigia, aprì un astuccio e riuscì a recuperare un paio di aspirine, che ingoiò intere. Si risedette sul letto e l’occhio gli cadde sul pager che mostrava due numeri da richiamare. Uno di Philadelphia. Era Maureen. Il secondo aveva un prefisso dell’<strong>Alabama</strong>. E lì capì di avere combinato un casino. Altro che Rod Thorn: in quel momento, Charles avrebbe preferito giocare a carte con Satana piuttosto che parlare con mamma <strong>Charcey</strong>.</p>



<p>Cazzo.</p>



<p>Rimase fermo, le braccia appoggiate sulle ginocchia, a fissare il vuoto per qualche interminabile secondo, senza pensare a niente. Quando si rese conto che qualcuno stava entrando nella suite, era troppo tardi e si trovò faccia a faccia con la signora Mabel.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Ma che&#8230;”<br><br>“Oddio, mi scusi!” fece lei, imbarazzata dal trovarsi davanti un uomo seminudo.</p>



<p>“Torni dopo”, rispose Charles secco.</p>



<p>“Mi dispiace, ma la sua è l’ultima stanza da fare. Non ci mettterò molto, le assicuro&#8230;”</p>



<p>“HO DETTO DOPO!” tuonò Barkley, sbattendole la porta in faccia.</p>
</blockquote>



<p>La signora Mabel rimase immobile per un secondo. E poi, senza sapere neanche perché, cominciò a bussare. Una volta. Due. Tre. Finché quel tizio venne a riaprire. Era una specie di montagna che la guardava dall’alto in basso. Ed era decisamente poco amichevole.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Parlo arabo o cosa?!!”</p>



<p>“Senta, ho solo bisogno di qualche minuto. Ho fatto tutto il piano, mi dia solo un attimo..”</p>



<p>“Cos’è, le servono degli occhiali? Non lo vede che sono mezzo nudo?”</p>
</blockquote>



<p>SLAM.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="980" height="551" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/0108820N76ers-v-Celtics1986-980x1176-1-edited.jpg" alt="" class="wp-image-16770" style="width:735px;height:413px" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/0108820N76ers-v-Celtics1986-980x1176-1-edited.jpg 980w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/0108820N76ers-v-Celtics1986-980x1176-1-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/0108820N76ers-v-Celtics1986-980x1176-1-edited-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/0108820N76ers-v-Celtics1986-980x1176-1-edited-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p>La signora Mabel si ritrovò di nuovo a fissare la targhetta di metallo col numero della suite. Avrebbe potuto aspettare fino alla fine del turno e sbolognare quel maleducato, che tra l’altro aveva molto poco addosso, a qualcun altro. Ma non era nel suo stile. Il cliente avrà sempre ragione, ma da che mondo è mondo Mabel Eunice Jackson non era una da farsi mettere i piedi in testa da nessuno. </p>



<p>Ribussò. Sentì rimbombare passi sul pavimento, frammisti a frasi non esattamente da educanda. La porta si spalancò di colpo. La sagoma di quella sorta di orso occupava quasi tutto lo stipite.</p>



<p><em>“Ma allora non ci siamo capiti, eh! Ha perso anche l’apparecchio acustico per caso?!”</em></p>



<p>La signora Mabel fece un respiro profondo, sentendosi bruciare le narici. E sfoderò l’artiglieria pesante, come la chiamava suo marito Philmore ogni volta che litigavano. </p>



<p><em>“No, non ci siamo capiti, giovanotto”</em> rispose calma, guardandolo dritto negli occhi. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Lei potrà anche avere tutti i soldi del mondo, ma non si permetta di parlarmi così. Sono in piedi dalle cinque di stamattina, sono stanca e, a dirgliela tutta, sono troppo vecchia per venire trattata in questa maniera. Ne ho avuto abbastanza di bellimbusti come lei che pensano che noi cameriere non valiamo niente. Ma chi si crede di essere? Io vengo dall’Alabama, sa. Ho una morale e ho classe. Potrei anche essere sua madre. Si dia una calmata e visto che si è fatto una doccia, si lavi anche la bocca col sapone! Screanzato.” </em></p>
</blockquote>



<p>E girò i tacchi, spingendo il carrello di servizio verso l’ascensore e lasciando Charles imbambolato. </p>



<p>Barkley rimase immobile come una statua per qualche secondo. Sembrava rincretinito e non badava al fatto che fosse praticamente nudo e bagnato fradicio. Dalla stanza di fronte uscì una coppia di quarantenni con un bambino di cinque anni, forse sei, che lo indicò con il dito ridacchiando.</p>



<p>Rientrò in camera arretrando, si chiuse dentro a doppia mandata e andò di nuovo a sedersi sul letto, sempre con quell’espressione ebete sul volto. Ma che diavolo era appena successo?</p>



<p>Senza sapere perché, si sentiva come se avesse visto un fantasma.</p>



<p>Era tanto che qualcuno non gli teneva testa così. Era tanto che non si trovava senza parole.</p>



<p>E poi quelle frasi. Quelle ultime frasi che continuavano a ronzargli in testa.</p>



<p>“<em>Io vengo dall’Alabama, sa. Ho una morale e ho classe.”</em></p>



<p>“<em>Si lavi la bocca col sapone.”</em></p>



<p>“<em>Potrei</em> anche <em>essere sua madre.”</em></p>



<p><em>“Potrei essere sua madre.”</em></p>



<p>“<em>Sua madre.”</em></p>



<p>Gli cadde di nuovo l’occhio sul pager e gli mancò improvvisamente il fiato. Alzatosi di colpo, cominciò a girare in tondo per la stanza finché non finì in bagno, appoggiandosi con tutto il corpo sul lavandino. Dovette fare uno sforzo immondo per sollevare la testa, ma si constrinse a guardarsi allo specchio.</p>



<p>Era vero. Quella donna poteva davvero essere sua madre. In un’altra vita, quella donna <em>era stata</em> sua madre. E lui, proprio lui tra tutte le persone di questo mondo, l’aveva trattata come una pezza da piedi.</p>



<p>Si sentì sopraffare dalla vergogna e, non riuscendo a sopportare neanche la propria faccia, andò a sprofondarsi nella poltrona di cuoio. Si prese altre due aspirine. Le tempie gli pulsavano a mille all’ora.</p>



<p>Come si chiamava? Come diavolo si chiamava? Fitzgerald. No, Fitzsimmons. No, non Fitzsimmons…Fitzgibbons. La signora Fitzgibbons. Era quella ricca bianca che aveva la casa in centro a Leeds, dall’altra parte della città. Lui e sua madre ci andavano ogni sabato mattina a fare le pulizie. Si era praticamente usurato le ginocchia su quel pavimento, a furia di tirarlo a lucido. E aveva strofinato quella vasca da bagno fino a piangere. </p>



<p>La signora Fitzgibbons li pagava anche bene, 2 dollari l’ora a testa, per spolverare la casa da cima a fondo e farla brillare come uno specchio. Le sembrava di sentirla mentre chiacchierava con le amiche, sorseggiando tè ghiacciato sotto il portico mentre lui e sua madre si spaccavano la schiena.</p>



<p>E la signora Fitzgibbons, grazie a Dio, non era la sola. Quanti ce n’erano – i Robinson, i Deveraux, i Maddox&#8230; Tutta gente che il piccolo Chuck visitava ogni giorno dopo la scuola per sprimacciare i cuscini, rifare i letti, lavare i piatti, stirare le camicie. Ore e ore passate a fare le faccende domestiche dai bianchi, con e senza sua mamma. D’altronde, non avevano un centesimo e lui era l’uomo di casa, visto che papà Frank era uscito per comprare il classico pacchetto di sigarette ed era finito, guardacaso, in California. In qualche modo bisognava pur mangiare.</p>



<p>Già, mangiare. Sembrava che in casa non ci fosse mai abbastanza. Lui e sua mamma lavoravano sempre. Sempre. Ma anche con l’aiuto di nonna Johnnie Mae, che faceva i turni alla fabbrica di carni e quando riusciva s’improvvisava estetista, non c’erano mai i soldi per dare alla dispensa un aspetto quantomeno dignitoso. Per cui, più spesso che no, la famiglia Barkley si teneva in piedi con i panini mortadella e formaggio rimediati grazie agli aiuti governativi. Che schifo che facevano, quei panini. Se li sognava pure di notte, anche adesso a distanza di vent’anni.</p>



<p>Osservò il faccione del colonnello Sanders che gli sorrideva dal secchio della&nbsp; KFC, grande quanto una piscina, che la faceva da padrone sul comodino.</p>



<p>Ma che ne sapeva la gente di cosa voleva dire avere fame?</p>



<p>Lui fame ce l’aveva sempre. Di quella fame ruggente, nervosa, che ti fa trangugiare la vita – denaro, basket, cibo, donne &#8211; senza neanche sentirne il sapore. Perché hai paura che possa finire. Perché hai paura di rimanere senza. Perché hai paura che da un giorno all’altro ti dicano che il sogno è finito, che il frigo è vuoto e che devi tornare a tirare avanti a panini mortadella e formaggio.</p>



<p>Lui non ci pensava proprio. Per cui, ogni occasione che aveva d’ingozzarsi la coglieva al volo. Pizze, hot dog, hamburger. Qualunque cosa. D’altronde, non sapeva da dove sarebbe arrivato il suo prossimo pasto e sprecare ogni briciola era un affronto a Dio.</p>



<p>Quella logica la applicava anche alla vita. Non tanto alla scuola, dove di confidenza coi libri non ne aveva mai avuta, ma sul campo da basket. Il suo biglietto per scappare alla povertà.</p>



<p>Il binomio basket-cibo lo aveva accompagnato da sempre. Sin da quando aveva raggiunto il quintale a 16 anni, alto neanche 1,78, e lo avevano tagliato dalla prima squadra. Ma era solo questione di tempo. E di lasciare che Madre Natura facesse il suo mestiere. </p>



<p>In un’estate era cresciuto di 15 centimetri. La musica era cambiata, e da senior si era conquistato un posto in quintetto, era il caso di dirlo, con le unghie e con i denti. Il mettersi a stecchetto non rientrava nelle sue priorità, però. Non aveva avuto bisogno di diete per stendere Bobby Lee Hurt, il miglior giocatore dell’Alabama, nelle semifinali del campionato statale. Era lì che uno degli assistenti allenatori di <strong>Auburn </strong>l’aveva notato e aveva scritto a coach <strong>Sonny Smith</strong>: <em>“Ho appena visto un ciccione che gioca come il vento.</em>” E in quel momento era cambiato tutto.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Charles Barkley 😤 Auburn Highlights(1981-1984)" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/EHofISyQlIk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Gli anni successivi erano passati in fretta: i record coi <strong>Tigers </strong>con cifre pazzesche, la partecipazione al torneo NCAA, il tryout per la squadra delle Olimpiadi di LA dalle quali era stato tagliato. </p>



<p>Erano fioriti i soprannomi: The Love Boat; The Crisco Kid, un grasso vegetale che nonna Johnnie Mae usava preparare torte; e soprattutto, The Round Mound of Rebound. L’ammasso rotondo che prende rimbalzi. Aveva perfino fatto un servizio fotografico in cui si abboffava di pizza. Aveva adottato in pieno il personaggio, soprattutto perché non gli costava niente. A lui fregava poco di apparire bello o tirato a lucido: gli interessava vincere. Senza contare che non navigava nell’oro, anzi. Per cui, un pranzo gratis non si rifiutava mai.</p>



<p>Lui conosceva bene il suo corpo, lo sapeva come gestirsi tutti quegli stravizi. Sapeva fino a che limite spingersi, Come al Draft del 1984.</p>



<p>Si ritrovò a sorridere. Si ricordava ancora della chiamata del suo agente: “<em>Chuck, i Sixers ti vogliono in squadra.</em>” </p>



<p>Per un attimo gli era parso di toccare il cielo con un dito. Giocare con <strong>Dr J</strong>, <strong>Moses Malone</strong> e Mo Cheeks non era cosa da tutti. Era ricco, i giorni dei panini mortadella e formaggio erano finiti per lui e i suoi. Ma poi era arrivata la doccia fredda. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Per ragioni salariali ti possono pagare solo 75.000 dollari a stagione.” </em></p>
</blockquote>



<p>Come?! No way. Non aveva saltato la staccionata di casa a piedi uniti 2000 volte al giorno, preso e dato botte a bestioni più grossi di lui, non si era sacrificato tutti quegli anni per quattro soldi. Magari per altri era un salario rispettabile, ma lui sapeva di valere molto di più e non voleva svendersi. Tantopiù che aveva agenti e faccendieri da ripagare, gente che gli aveva permesso, sottobanco, di pagare le bollette di mamma Charcey e di togliersi qualche sfizio durante gli anni del college. Sì, era illegale, e allora? Doveva forse crepare di fame per un sistema idiota che non gli permetteva di lavorare mentre il rettore di Auburn faceva milioni con le sue partite? Insomma, quelli erano prestiti e voleva ripagarli, non gli piaceva essere in debito con nessuno. Per cui, 75.000 dollari l’anno non bastavano neanche lontanamente.</p>



<p>Sapeva di essere sovrappeso di un chiletto o due rispetto alle condizioni del contratto che Phila gli proponeva. Allora aveva guardato il suo agente con aria sorniona e aveva detto semplicemente: “<em>Andiamo a mangiare un boccone.</em>” In Pennsylvania non voleva finirci.</p>



<p>Di bocconi ne aveva mangiati, eccome. Due bistecche con patatine la sera, poi una doppia colazione da Denny’s (o iHop, forse, non ricordava bene, anche se la faccia della cameriera quando aveva ordinato “due di tutto” non se la sarebbe mai scordata) corredata da una torta intera, seguita da altri stuzzichini del genere a pranzo e cena. E aveva ripetuto il tutto il giorno dopo.</p>



<p>Quando era arrivato a New York per il Draft, era salito sulla bilancia e contemplato con soddisfazione i frutti del suo lavoro. Aveva preso 7 chili e passa in due giorni. Il proprietario dei Sixers era orripilato, ma l’aveva scelto lo stesso. E a stringere la mano a Rod Thorn Charles era salito con una faccia da funerale, oltre a un orrendo completo color vino che gli stava da schifo (e ovviamente stretto, dati gli exploit di cui sopra).</p>



<p>Aveva cercato di prenderla con filosofia e la sua, di filosofia, l’aveva portata anche nell’NBA. Aveva funzionato. Lui non si limitava a giocare con grinta: lui giocava con ferocia. Si avventava su ogni rimbalzo, stoppava ogni pallone, schiacciava come se volesse tirare giù il canestro. Ogni azione, ogni possesso. Ogni singolo movimento che faceva era un’esplosione di energia nervosa. Di fame, appunto.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1200" height="675" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/charles-barkley-moses-malone-eulogyjpg-edited.jpg" alt="" class="wp-image-16771" style="width:600px;height:338px" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/charles-barkley-moses-malone-eulogyjpg-edited.jpg 1200w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/charles-barkley-moses-malone-eulogyjpg-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/charles-barkley-moses-malone-eulogyjpg-edited-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/charles-barkley-moses-malone-eulogyjpg-edited-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/charles-barkley-moses-malone-eulogyjpg-edited-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/charles-barkley-moses-malone-eulogyjpg-edited-1080x608.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: ESPN.CO.UK</figcaption></figure>



<p>L’unica cosa che era cambiata era, anche se limitatamente, la dieta. </p>



<p>Il buon Moses Malone, uno che con la forchetta aveva peraltro una certa confidenza, l’aveva preso da parte e gli aveva sussurrato che con un po’ di peso in meno addosso sarebbe diventato inarrestabile. Per una volta, aveva deciso di ascoltare, anche perché per lui, Moses era “Papà”. Era calato di 15 chili, aveva cominciato a lavorare sul suo gioco con Papà e con Dr J a fine carriera, aveva preso in mano le redini della squadra in men che non si dica, ammassando statistiche da capogiro e conquistandosi rapidamente un posto nei cuori dei tifosi. Erano arrivate le convocazioni per gli <strong>All-NBA teams</strong>, gli <strong>All-Star Games</strong>, i contratti di sponsorizzazione, i soldi. Insomma, il mondo era suo. E ce l’aveva fatta senza compromessi. Fregandosene del politically correct, sposando Maureen che era bianca per la disperazione della brava della gente dell’Alabama (tra cui, era sicuro, la signora Fitzgibbons), dicendolo chiaramente nelle interviste: non sono un role model, un esempio da seguire. Io gioco a basket. Fatemi fare il mio lavoro, litigare con arbitri e tifosi e lasciatemi in pace.</p>



<p>Stavolta, però, l’aveva fatta fuori dal vaso.</p>



<p>Si rialzò di nuovo, camminando su e giù per la stanza. Tornò a fissarsi nello specchio del bagno, costringendosi a guardarsi negli occhi.</p>



<p>Ma che diavolo stai facendo, si chiese. Sei ricco, famoso, giochi da Dio. Solo un mese fa hai vinto l’MVP dell’All-Star Game&#8230; Ma che ti salta in testa di sputare addosso a un imbecille, colpendo una ragazzina?</p>



<p>In quell’attimo, si rese conto di essere a un punto di svolta. Sapeva di non avere scuse e di dovere affrontare quella situazione. Sapeva anche di dover fare i conti con la rabbia che aveva dentro e che finora l’aveva aiutato a sopravvivere, a tirarsi fuori dal ghetto, a costruirsi una carriera e una vita che a gente come lui, il primo bambino nero nato nell’ospedale della bianchissima Leeds, era normalmente preclusa.</p>



<p>OK, Chuck, si disse. Con chi ce l’hai? Lascia perdere arbitri, tifosi idioti, giornalisti parassiti e tutti gli altri che girano intorno al carrozzone della tua vita, perché eri incazzato così anche prima dell’NBA. Con chi ce l’hai?</p>



<p>Con Leeds? Certo. Con i bianchi che ti hanno sempre trattato come inferiore e fatto fare a te e a tua madre una vita d’inferno? Ovvio. Con il coach che a scuola t’aveva tagliato dalla squadra della scuola? Sicuro. Ma era davvero tutto qui?</p>



<p>No .</p>



<p>Lui ce l’aveva con la signora Gomez. La signora Gomez che l’aveva bocciato all’esame di spagnolo tre volte e che lo sgridava sempre quando faceva il pagliaccio in classe o la spernacchiava, magari con frasi oscene recitate con l’accento di Speedy Gonzales. “<em>Señor Barkley! Non mi interessa quant’è grosso: se non la smette, vengo lì e le lavo la bocca col sapone!</em>” </p>



<p>Okay, la signora Gomez l’aveva costretto a ripetere quel maledetto esame, ma era davvero colpa sua? Quante volte aveva preso in mano i libri, davvero? Certo, era sempre troppo stanco per fare i compiti dopo una giornata passata al lavoro o in palestra, ma quella poveretta che ne sapeva? E soprattutto, che c’entrava?</p>



<p>Non c’entrava nulla, è vero. Anche se a causa dell’esame di spagnolo (be’, non solo di quello), si era diplomato tardi. Deludendo il suo vecchio.</p>



<p>Ah, il suo vecchio. Ecco qualcuno con cui ce l’aveva a morte. Perché se n’era andato, abbandonandoli tutti quando lui era piccolo e costringendoli di fatto a fare la fame. Almeno in quel caso, la sua rabbia era giustificata, no?</p>



<p>Sì, forse sì. Però il suo vecchio non gli aveva mai chiesto niente dopo che era diventato famoso. Non aveva fatto il parassita come tanti parenti o amici che riappaiono dal nulla non appena hai due soldi a tuo nome. E lui sapeva che non aveva un quattrino. Eppure, senza fare scenate o piangere miseria, aveva pagato di tasca sua il volo da LA ed era arrivato dalla California per la sua cerimonia di diploma. Che non aveva avuto luogo, proprio per via di quel famoso esame di spagnolo.</p>



<p>Il suo vecchio era stato uno stronzo, ma per quanto poteva continuare ad odiarlo?</p>



<p>Per quanto poteva continuare ad avercela col mondo e con la vita? Sapeva che prima o poi quel furore gli si sarebbe ritorto contro.</p>



<p>E forse era già successo.</p>



<p>Cacciò un sospiro enorme che sembrò rimpicciolirlo di qualche centimetro. Si riguardò negli occhi.</p>



<p>D’accordo, Charles Wade Barkley, sussurrò. Da oggi si cambia. Da oggi comincerai a rispettare il Gioco e il talento che ti è stato dato. Comincerai a fare il tuo lavoro per bene, a goderti la vita come si deve e smetterai di essere incazzato. Perdona la signora Gomez, perdona tuo padre e soprattutto perdona te stesso. E non dimenticarti mai più da dove vieni.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Charles Barkley: Philly Years Mixtape HD" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/S7PNpsukH2k?start=146&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Fece silenzio e rimase fermo, fissandosi allo specchio per un minuto che sembrò non finire mai, suggellando quel patto con sé stesso. Sentiva solo il rumore della ventola del bagno.</p>



<p>Quando si sentì pronto, staccò le braccia dal lavandino. Si vestì rapidamente, scribacchiò una serie di nomi su un foglietto e poi abbrancò il telefono. Chiamò la reception, poi il suo agente. E per ultimo, digitò un prefisso dell’Alabama. Non c’era più tempo da perdere.</p>



<p>La signora Mabel chiuse dietro di sé la porta di servizio. Aveva bisogno di prendere un po’ d’aria. Era in pausa pranzo, anche se erano sì e no le 10 del mattino, e per ragioni tutte sue aveva meglio da fare che ascoltare i pettegolezzi delle colleghe.</p>



<p>Si stava mangiando le mani per le parole dette a quel tizio. Ma che le era preso? Non era la prima volta che la trattavano male. Avrebbe dovuto passarci sopra. Quello poteva farla licenziare. E Dio solo sa quanto aveva bisogno di quel lavoro. C’erano mille bollette da pagare e non si poteva certo permettere di restare disoccupata alla sua età.</p>



<p>Si diresse verso la Gertrude, aprì la portiera e si sedette sul sedile dalla parte del passeggero, i piedi appoggiati sul marciapiede. Accese la radio: sapeva di scaricare la batteria facendo così, e non aveva particolarmente voglia di farsela a piedi fino a casa, ma aveva bisogno di ascoltare un po’ di gospel. Magari anche un bel sermone.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Ehm, signora? Mi scusi.”</em></p>
</blockquote>



<p>La signora Mabel sollevò una palpebra. Poi l’altra. E riconobbe il tizio che qualche ora prima l’aveva presa a male parole. Come da copione, era talmente grosso da oscurare il sole.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Ah, è lei.”</em></p>



<p><em>“Già, sono io.”</em></p>



<p><em>“Quasi non la riconoscevo con dei vestiti addosso. Sembra quasi una brava persona.”</em></p>
</blockquote>



<p>Lui fece una risatina. <em>“È vero, ma dicono che l’abito non fa il monaco.”</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Infatti. Be’, che vuole? È qui per dirmi che mi farà perdere il lavoro? Se è cosi, mi lasci almeno godere la mia ultima pausa pranzo.”</em></p>



<p><em>“No, no, signora. Tutt’altro.”</em></p>



<p><em>“In che senso?”</em></p>



<p><em>“Sono venuto a scusarmi per prima. Non avrei dovuto trattarla così, mi dispiace molto.”</em></p>



<p><em>“Mhm”</em>, bofonchiò la signora Mabel. <em>“Quindi non mi fa licenziare?”</em></p>



<p><em>“No, signora. Non ho detto niente a nessuno. Davvero, ero solo qui per chiederle scusa. Ho avuto una brutta nottata ed ero un po’ nervoso.”</em></p>



<p><em>“Un po’ nervoso?”</em> fece lei, alzando le sopracciglia.</p>



<p><em>“OK, molto nervoso. Ma non avrei dovuto prendermela con lei.”</em></p>
</blockquote>



<p>La signora Mabel lo squadrò dalla testa ai piedi come faceva con suo figlio Leroy quando ne combinava una delle sue.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Ah, su questo può giurarci. Vuole raccontarmi che è successo?”</em></p>



<p><em>“Nah, niente. Problemi di lavoro. E anche lì, ho tirato in mezzo qualcuno che non c’entrava.”</em></p>



<p><em>“Ah, quindi è un vizio.”</em> La signora Mabel si morse la lingua. Il tizio stava davvero provando a scusarsi, non aveva senso infierire. <em>“È una cosa risolvibile?”</em></p>



<p><em>“Per il lavoro, certo. Non so bene come comportarmi con quell’altra persona, però.”</em></p>



<p><em>“Be’, provi a chiedere scusa come sta facendo con me. È un inizio.”</em></p>



<p><em>“D’accordo, grazie.”</em></p>
</blockquote>



<p>Barkley le tese il braccio e per la prima volta sotto le occhiaie, si potè intravedere un sorriso.</p>



<p><em>“Ah però,</em>” osservò la signora Mabel, stringendogli la mano. <em>“Non è neanche tanto male quando sorride. Dovrebbe farlo più spesso, sa?”</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Ci proverò. Arrivederci.”</em></p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Charles Barkley’s Funny Moments" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/i9j3PyXcdwk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>E salutandola con un cenno, si voltò e procedette in direzione dell’entrata principale. Fece appena in tempo a passare Latisha, l’ultima arrivata tra lo staff delle cameriere e la più giovane del gruppo, che gli fece un sorrisino imbarazzato.</p>



<p>“<em>Mabel! Mabel!”</em></p>



<p><em>“Che c’è, Latisha?”</em> fece Mabel. Latisha era la più pettegola di tutte e sicuramente non avrebbe tenuto la bocca chiusa se le avesse raccontato qualcosa.</p>



<p>“<em>Ti stavo cercando dappertutto! Era venuto a cercarti nella sala caffè! Oh mio Dio!”</em> continuò, gesticolando all’impazzata.</p>



<p><em>“Calmati Latisha, per l’amor del cielo!”</em></p>



<p><em>“Ma lo sai chi è quello?”</em></p>



<p><em>“No, non ne ho idea.”</em></p>



<p><em>“È Charles Barkley!”</em></p>



<p><em>“Chi?”</em></p>



<p><em>“Ma non la vedi la TV Mabel? Leroy non segue il basket?”</em></p>



<p><em>“No, gli piace il football, ma insomma mi vuoi dire chi è questo?”</em></p>



<p><em>“È </em>u<em>n giocatore di pallacanestro, un campione. È su tutti i notiziari, è quello che ha sputato addosso alla bambina ieri.”</em></p>



<p><em>“Ma non mi dire!”</em> rispose Mabel, scioccata.</p>



<p>“<em>Te lo giuro! Ed è venuto a chiedere di te nella sala caffè. Eravamo tutte terrorizzate e non volevamo neanche parlarci ma ci ha salutate una per una e ci ha trattate da vero gentiluomo. Il signor Lomax dice che ci ha regalato delle uniformi nuove. In più ci ha dato dei biglietti per la prossima partita. E 100 dollari di mancia a tutto il personale dell’hotel!”</em></p>



<p><em>“Come sarebbe a dire, tutto il personale?”</em></p>



<p><em>“Tutto il personale! O meglio, tutti tranne te. Mi ha chiesto di farti avere questa.”</em> E le allungò una busta.</p>



<p>“Per me?” chiese Mabel. Ma che accidenti poteva esserci lì dentro?</p>



<p>La busta conteneva un assegno con più zeri di quanti Mabel avesse mai visto in vita sua.</p>



<p><em>“Oh Signore benedetto!”</em> Si dovette sedere per evitare di svenire.</p>



<p>La busta conteneva anche un foglietto con carta intestata dell’Hilton, scritto a mano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Signora, la prego di accettare le mie scuse per la maniera inqualificabile in cui mi sono comportato stamattina. In lei ho rivisto mia madre, che faceva il suo stesso lavoro e che spesso aiutavo dopo la scuola. Lei mi ha fatto ricordare chi sono e di questo le sono molto grato.</p>



<p>Con stima,</p>



<p>Charles Barkley”</p>



<p>PS – L’assegno non è un’elemosina, ma semplicemente un bonus per l’eccellente servizio da lei fornito in tutti questi anni. La camera era perfetta e il letto era fatto con un triple-sheeting da manuale. Un grazie a lei e a tutte le sue colleghe.”</p>
</blockquote>



<p>In quel momento arrivò il signor Lomax. <em>“Mabel, era tua la 1190?”</em></p>



<p><em>“Sì, perché?”</em> chiese lei, aspettandosi l’inevitabile ramanzina. Chissà in che condizioni l’aveva lasciata quel tizio.</p>



<p><em>“Ah, non so cos’hai bevuto stamattina ma è tirata a lucido come il giorno dell’inaugurazione. Non c’è un bruscolo fuori posto. E il signor Barkley ci ha tenuto a farmi sapere che l’hai trattato con i guanti bianchi e che ci raccomanderà a tutti i suoi amici. Ti devo fare i miei complimenti, davvero un ottimo lavoro. Prenditi pure il resto della mattinata.”</em></p>



<p>OK, questo era decisamente troppo. La signora Mabel salì in macchina e chiuse la portiera. Era troppo intontita per guidare e accese la radio. La voce di Mahalia Jackson echeggiò all’interno della vecchia Oldsmobile. <em>His eye is on the sparrow</em>, cantava, e gli occhi della signora Mabel si riempirono di lacrime.</p>



<p><em>His eye is on the sparrow, and I know He watches over me.</em></p>



<p>Amen, Signore, amen.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Pascal Siakam: lo straordinario è diventato ordinario</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/pascal-siakam-lo-straordinario-e-diventato-ordinario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Rusnighi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Feb 2022 04:13:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[denver nuggets]]></category>
		<category><![CDATA[fred vanvleet]]></category>
		<category><![CDATA[MVP]]></category>
		<category><![CDATA[pascal siakam]]></category>
		<category><![CDATA[toronto raptors]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://aroundthegame.com/?p=14617</guid>

					<description><![CDATA[È "noioso" essere una stella. E Siakam lo è diventato.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/siakam-edited-1024x576.jpeg" alt="" class="wp-image-14698" width="768" height="432" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/siakam-edited-1024x576.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/siakam-edited-300x169.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/siakam-edited-150x84.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/siakam-edited-768x432.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/siakam-edited-1536x864.jpeg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/siakam-edited-2048x1153.jpeg 2048w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/siakam-edited-1080x608.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p></p>



<p>{{translate_pretext}}</p>



<p>Il segreto della vita è che la verità resta vera sempre, ovunque. Prendiamo la fisica, ad esempio: la gravità è la forza che mi permette di stare comodamente seduto e tiene alcuni (più di altri, pare) con i piedi per terra. Ma la gravità ha anche il potere tremendo di spostare le maree e di ancorare la luna al nostro pianeta. La verità resta vera, vista da lontano come da vicino.</p>



<p><strong>Pascal Siakam</strong> è uno dei migliori giocatori dell’NBA<strong> </strong>da quasi due mesi. E ciò è vero visto da lontano come da vicino.</p>



<p>La costanza delle sue prestazioni ha portato la nostra redazione <em>(Raptors Republic, ndr)</em> a versare fiumi d’inchiostro (digitale) al riguardo. Il suo momento è stato approfondito più e più volte in articoli ripetitivi, che ci tornavano sopra come maree influenzate dalla gravità dei suoi risultati. E quindi, che dire ancora su Siakam?</p>



<p>Prima dell&#8217;All-Star break, ha segnato 35 e 30 punti, rispettivamente contro Nuggets e Rockets, in 48 ore. Di per sé, non ha fatto nulla di nuovo: jump-shots, isolamenti, crossover, spin move, buone letture &#8211; tutti gli elementi che fanno del camerunense una stella, i suoi attrezzi del mestiere.</p>



<p>Contro Denver, ha lavorato bene in post e in step-back dal mid-range, sulla testa di Aaron Gordon; ha spezzato le caviglie di Jeff Green con un crossover in transizione ed eseguito un eurostep contro <strong>Nikola Jokic</strong> come se la gravità (appunto) avesse inchiodato quest’ultimo al parquet; ha segnato 3 triple e un paio di jumpers in step-back allo scadere dei 24’’, tenendo a contatto i suoi nel quarto periodo; ha tirato col 72% dal campo, preso 10 rimbalzi e distribuito 7 assist; ha eseguito al millimetro due schemi sugli ultimi due possessi di Toronto, creando spazi e trovando l’uomo libero. Più di così era difficile chiedergli: la sconfitta dei Raptors non è, ovviamente, da imputare a lui.</p>



<p>I suoi highlights non sono niente di nuovo, almeno per lui. Lo straordinario è diventato ordinario.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Pascal Siakam vs Denver Nuggets | 12.2.2022" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/qFi0EbKW8O8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Ha &#8220;vinto&#8221; il suo testa a testa con l’MVP in carica, Nikola Jokic, il quale sta giocando ancora meglio dell’anno scorso e ha fatto una grande partita contro i Raptors. The Joker è andato molto vicino a uscire da Toronto senza vittoria, se non fosse stato per la game-winning block su OG Anunoby nell&#8217;ultimo possesso.</p>



<p>La &#8220;gravity&#8221; è forse il potere maggiore di <strong>Siakam </strong>– o almeno l’effetto maggiore generato dai suoi poteri. Non attrae solo le difese, ma anche le critiche, i tifosi, gli haters e una girandola di convinzioni ferree sul suo gioco. Gli rimane tutto attaccato e fa chiaramente fatica a scrollarselo di dosso. In passato, i suoi momenti negativi l’hanno fatto precipitare in una spirale. Ora, invece, sembra riuscire a superare le difficoltà causate dalle difese avversarie, come accaduto contro Gordon e i Nuggets.</p>



<p>E come&nbsp;la luna gira sul suo asse attorno alla Terra, l’attacco di Toronto orbita attorno alle situazioni di gioco che coinvolgono Pascal Siakam. In transizione gli occhi e i corpi di cinque difensori avversari, che quasi devono sdoppiarsi, sono tutti su di lui, e ad approfittarne ci sono <strong>Fred VanVleet</strong> e compagnia che fanno grandinare triple.</p>



<p>Contro Denver, con la partita agli sgoccioli, Siakam ha portato palla per due possessi consecutivi, con VanVleet che gli ha portato un blocco e poi si è aperto per tirare. In entrambi i casi, la difesa si è concentrata su Pascal lasciando libero FVV, tra i migliori tiratori della Lega quest’anno, che ne ha messo uno e sbagliato uno. È la vita.</p>



<p>I giocatori possono migliorare improvvisamente, o così, gradualmente, fino all’esplosione. A Toronto è successo a Norman Powell, che nel 2019/20 ha inanellato una serie di gare fenomenali che lo hanno portato al &#8220;livello successivo&#8221;. Può essere che stia accadendo anche a Gary Trent Jr. Di certo, sembra essere il caso di Siakam, la cui crescita sembra una marea che sale fino a diventare tsunami.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Freddie e Pascal continuano a migliorare, e piano piano stanno cominciando a far parlare di loro. Non più come dei buoni giocatori&#8230; sono delle star.”</em></p><cite><em>&#8211; Nick Nurse</em></cite></blockquote>



<p>Il jump-shot di Siakam non è mai stato così affidabile. Il suo portar palla mai così consapevole. I suoi passaggi mai così buoni. Nelle prime 6 partite a febbraio: 25, 33, 24, 27, 30 e 35 punti. Tirando con più del 60% cinque volte su sei. <em>“In questo momento mi sembra di poter andare a canestro ogni volta che voglio”,</em> ha dichiarato Siakam nel dopogara. E così sembra, poco ma sicuro.</p>



<p>A questo assomiglia una stella. Non a esplosioni e momenti di grandezza, circondati da periodi di vuoto; ma a una solida verità, ovvero che non sono le giornate migliori a definire un giocatore di un certo livello. Essere una stella vuol dire garantire sempre, o quasi, un certo standard, soddisfacendo le aspettative ancora e ancora, giorno dopo giorno.</p>



<p>È <em>noioso </em>essere una stella. E Siakam lo è diventato.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Uno stagno di cenere &#8211; La visita di Bill Russell e Red Auerbach ad Auschwitz</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/uno-stagno-di-cenere-bill-russell-red-auerbach-auschwitz/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Rusnighi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2022 20:13:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[auschwitz]]></category>
		<category><![CDATA[bill russell]]></category>
		<category><![CDATA[boston celtics]]></category>
		<category><![CDATA[giorno della memoria]]></category>
		<category><![CDATA[red auerbach]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://aroundthegame.com/?p=12421</guid>

					<description><![CDATA[Nell'agosto del 1964 Bill Russell decise di accompagnare il suo coach e mentore Red Auerbach in un autentico viaggio spirituale all'interno del Lager simbolo della Shoah. Una visita che rafforzò ancor di più un legame profondissimo, forgiato anche nelle sofferenze dei loro rispettivi popoli. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Nell&#8217;agosto del 1964 Bill Russell decise di accompagnare il suo coach e mentore Red Auerbach in un autentico viaggio spirituale all&#8217;interno del Lager simbolo della Shoah. Una visita che rafforzò ancor di più un legame profondissimo, forgiato anche nelle sofferenze dei loro rispettivi popoli. </h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/bill-russell-1024x536.jpg" alt="" class="wp-image-12422" width="768" height="402" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/bill-russell-1024x536.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/bill-russell-300x157.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/bill-russell-150x79.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/bill-russell-768x402.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/bill-russell-1080x565.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/bill-russell.jpg 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></div>



<p>Sudavano.</p>



<p>Sudavano come tre maledetti.</p>



<p>Faceva caldo, quella sera d’estate. Erano partiti bardati in cappotto, sciarpa e cappello in tweed perché gli avevano detto che in Polonia faceva freddo la sera. O almeno era quanto avevano visto in TV in tanti film di spionaggio, dove tutti indossavano colbacco e guanti e nevicava sempre.</p>



<p>Peccato ci fossero 25 gradi: un caldo umido, opprimente, che gli colava dalle tempie. E la stazione, un orrendo monolite di cemento che trasudava Europa comunista da ogni mattone, non era esattamente dotata di moderni comfort quali l’aria condizionata. O treni che arrivassero in orario.</p>



<p>Avevano aspettato per ore il diretto a <strong>Cracovia</strong>. Sarebbero dovuti partire alle 3, ma fino alle 6 erano rimasti a contemplare un binario vuoto. Ogni tanto una voce in polacco gracchiava da un altoparlante sul quale sembrava friggessero delle uova. La guida che li accompagnava sapeva tre parole in inglese e finora si era rivelata utile a tenerli vivi o poco più, per cui non aveva senso chiedergli di tradurre.</p>



<p>Alla fine, quello che si era presentato era una specie di cassone stridente su rotaie, i vetri anneriti dalla fuliggine e i sedili di tessuto strappato dal colore incerto che dubitava fossero mai stati puliti.</p>



<p>Non c’era quasi nessuno nello scompartimento, giusto una coppia di agricoltori dal viso bruciato dal sole. Gente semplice, dura. Il marito fumava in continuazione un osceno tabacco arrotolato con fogli di giornale, la moglie si pettinava i lunghi capelli grigi con un pettine d’avorio e canticchiava una canzone a mezzabocca, sempre la stessa.</p>



<p>Ogni tanto lei li fissava ma senza spremersi troppo le meningi. Dopotutto, aveva passato i 50 e aveva smesso di farsi domande. Soprattutto quelle di cui non conosceva la risposta.</p>



<p>Ad esempio, che cosa ci facesse un gigante nero in maniche di camicia su un treno in Polonia, &nbsp;<em>na kompletnym odludziu.</em> In the middle of nowhere. L’altro, un calvo grassottello di mezz’età, aveva anche lui la faccia da contadino.</p>



<p>Sarebbe anche potuto passare per uno di loro, ma indossava camicia bianca che anche chiazzata di sudore, era roba da ricchi. E quelle mani erano troppo soffici per aver mai impugnato una vanga. No, era uno di città. Forse neanche polacco.</p>



<p><strong>Bill Russell</strong> aveva ignorato gli sguardi della donna, limitandosi a fissare i campi fuori dal finestrino che scorrevano sotto un cielo rosso crepuscolare. Lo sapeva di dare nell’occhio anche in circostanze normali, e avrebbe dovuto abituarsene. Ma gli aveva sempre dato fastidio venire guardato come una bestia rara.</p>



<p>E alla fine erano arrivati. Stanchi, affamati e coi vestiti appiccicati alla pelle. Era già sera inoltrata e sembravano essere le uniche persone nella stazione. Erano usciti sul piazzale deserto. Non un taxi, non un autobus. Niente. Lui si era voltato a guardare l’entrata.</p>



<p>Un’insegna enorme recitava, inequivocabile: <strong>Oświęcim</strong>.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/788005-1024x642.jpg" alt="" class="wp-image-12428" width="678" height="425" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/788005-1024x642.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/788005-300x188.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/788005-150x94.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/788005-768x482.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/788005-1536x963.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/788005-800x500.jpg 800w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/788005-1080x677.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/788005.jpg 1800w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /><figcaption>Foto: collections.ushmm.org</figcaption></figure></div>



<p>“<em>Beh, almeno siamo nel posto giusto”</em>, aveva pensato.</p>



<p>La guida si era diretta senza dire una parola verso un telefono pubblico, lasciandoli lì impalati da quindici minuti.</p>



<p>“<em>Dove pensi che sia andato, Red?”</em>, aveva chiesto al suo compagno di viaggio.</p>



<p><em>“Non preoccuparti, Russell”</em>, aveva risposto <strong>Red Auerbach</strong>. E gli era bastato. D’altronde, lui e il coach non avevano bisogno di dirsi granché per capirsi. &nbsp;Era sempre stato così, sin dal primo giorno in campo insieme.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“<em>Russell, hai problemi in attacco?”</em></p><p><em>“No, coach, ma ogni tanto ho problemi di tiro.”</em></p><p>“<em>Beh, senti, ti faccio una promessa. Con me non ti dovrai mai preoccupare delle tue percentuali. Non m’interessa come tiri.”</em></p><p><em>“Grazie coach.”</em></p></blockquote>



<p>E così, con quattro frasi scambiate nel sotterraneo del Garden, aveva avuto inizio una dinastia. E con essa, un’amicizia profonda che trascendeva i Titoli conquistati a <strong>Boston</strong>, la fama, i soldi. Quello che c’era tra loro due era rispetto, di quelli che non si comprano. Per cui, quando alla fine del campionato, vinto – ovviamente – contro Wilt e i suoi Warriors, gli aveva chiesto di accompagnarlo in Europa per un tour promozionale della NBA, non ci era voluto molto per convincerlo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Russell, ci vieni con me in Europa?”<br>“OK.”</p></blockquote>



<p>Fine della conversazione.</p>



<p>Si erano uniti anche K.C. e Tommy Heinsohn, oltre a qualche altro All-Star. Ma per lui non avrebbe fatto differenza.</p>



<p>Gliel’aveva chiesto Red, e di Red si fidava. Anche adesso. Anche ad Oświęcim, in <strong>Polonia</strong>, una sera d’estate del 1964, in un piazzale deserto dove non c’era un cane. Solo loro due e un quarantenne magro, nervoso, gli occhi di un coniglio che fissa i fari di una macchina. Dio solo sapeva perché glielo avessero assegnato come guida – sembrava uno che si perde a casa sua. Ma in quel “<em>non preoccuparti, Russell”</em> c’era dentro tutto. E andava bene così.</p>



<p>Finalmente la guida tornò verso di loro. Non disse una parola e si sedette sul marciapiede, tirando fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette.</p>



<p>Red, non sapendo che altro fare e per ingannare l’attesa, estrasse un sigaro mezzo smangiato e lo Zippo di metallo che aveva usato durante i suoi anni in Marina. Vide la guida strabuzzare gli occhi e capì che aveva qualcosa a cui agganciarsi. Gli fece accendere.</p>



<p>La guida prese due boccate profonde, felice come una Pasqua manco se stesse fumando un Cohiba, e fece cenno con la testa per ringraziarlo. Red annuì e, bestemmiando qualche parola in russo, riuscì a chiedergli il nome e che cosa stessero aspettando ad andare all’hotel.</p>



<p>Quello, mezzo a gesti e mezzo in russo, gli fece capire che si chiamava Marek e che il loro nome non risultava nella lista di prenotazioni dell’albergo. A quanto pare, l’infallibile e tentacolare macchina burocratica del Partito aveva inspiegabilmente fatto cilecca e nessuno aveva organizzato un trasporto e un alloggio per loro tre. Ma niente paura, si affrettò a spiegare Marek in uno sparuto inglese: aveva chiamato un suo cugino che poteva ospitarli per la notte. Abitava lì vicino ed era andato a recuperare una macchina. Però c’era bisogno di pagare 500 zloty. A testa.</p>



<p>Bill aveva assistito a tutta la scena senza dire una parola. Aveva un gran presentimento che <strong>Marek </strong>li volesse fregare entrambi – un punto di vista condiviso da Red, a cui infatti tremavano le orecchie dalla rabbia. Ma non c’era molto altro da fare se non stare al gioco. Si limitò ad appoggiarsi al muro e ad aspettare, mentre gli altri due fumavano.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/auerbach.jpg" alt="" class="wp-image-12427" width="648" height="431" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/auerbach.jpg 900w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/auerbach-300x200.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/auerbach-150x100.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/auerbach-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 648px) 100vw, 648px" /><figcaption>Foto: bostonmagazine.com</figcaption></figure></div>



<p>Osservò le auto parcheggiate. Erano tutte Fiat 126, delle assordanti scatole di sardine in cui non ci sarebbe mai stato. Gli vennero i sudori freddi.</p>



<p>Dopo un’attesa che gli parve eterna, videro avvicinarsi i fari di un catafalco su quattro ruote. Tirò un sospiro di sollievo: almeno non era una 126. Scese un ragazzotto con i capelli tagliati corti e la faccia butterata che salutò brevemente Marek e caricò i bagagli nel retro.</p>



<p>Marek si dovette sedere nel sedile anteriore con le ginocchia praticamente in bocca. Erano tutti scomodissimi, ma per fortuna il viaggio fu breve. Arrivarono dopo pochi minuti in un complesso residenziale alla periferia di Oświęcim: quattro condomini che si stagliavano alti nella notte, numeri enormi dipinti sulle fiancate.</p>



<p>Vennero fatti scendere in fretta e furia e Marek fece cenno di seguirli dentro a un portone e su per una scalinata. Era chiaro che non voleva che fossero visti, probabilmente per evitare i pettegolezzi dei vicini che avrebbero avvertito la polizia.</p>



<p>Il butterato bussò tre volte su un portone e venne ad aprire una ragazzina incinta, probabilmente la moglie, che li fece accomodare in anticamera. Una volta toltisi il cappotto, entrarono in fila indiana nel salotto, arredato con un tavolo, quattro sedie, un divano mezzo sfondato e una credenza tirata a lucido nonostante anni di usura. &nbsp;Sulla tavola apparecchiata c’era una zuppiera fumante colma di un liquido rosso scuro e un cesto di pane.</p>



<p>Bill riconobbe subito le cicatrici di una povertà orgogliosa. Gli venne in mente la sua casa di Monroe, tenuta come uno specchio dalla madre nonostante non avessero i soldi neanche per piangere.</p>



<p>La donna fece cenno di sedersi, li servì e poi sparì in cucina. Iniziarono a mangiare in silenzio. Avevano tutti una gran fame e la zuppa di barbabietola sparì in un attimo. La moglie del butterato tornò con una bottiglia di vodka.</p>



<p>Tramite Marek, Red ringraziò il butterato e la donna per l’ospitalità. Il primo, che si presentò come Marcin, si limitò a riempire i bicchieri. <em>Na zdrowie</em>, disse, rivolto a lui e a Marek. I due si scolarono la vodka d’un fiato. Bill e Red, per non essere da meno, fecero altrettanto e si sentirono incendiare le budella.</p>



<p>Quando finalmente smisero tossire, Marek fece capire che insieme a Red avrebbe dormito nel letto del figlio di Marcin. Il piccolo Jerzy era già stato spostato nel lettone di Marcin e sua moglie Magda.</p>



<p>“<em>E Russell?”</em> chiese Red.</p>



<p><em>“Lì”,</em> fece Marek, indicando il divano di fianco al quale troneggiava una lavatrice.</p>



<p>Non aveva senso fare obiezioni né fare troppe domande su cosa ci facesse una lavatrice in salotto.</p>



<p>Russell e Red annuirono, ringraziarono e dopo aver aiutato a sparecchiare, si prepararono per la notte.<br>Era esausto, ma fece fatica ad addormentarsi. Continuava a pensare a quella situazione assurda. Se avessero voluto, Marcin e Marek avrebbero potuto rapinarli o denunciarli alla polizia e chissà che sarebbe successo. Conoscendo Red, avrebbe scatenato un incidente diplomatico. Però effettivamente, anche Marcin e Marek si sarebbero messi nei guai.</p>



<p>No: più ci pensava, più si rendeva conto che questa era brava gente, che cercava di sopravvivere come poteva. Finalmente riuscì a prendere sonno, le gambe penzolanti dalla lavatrice. Sognò sua madre e la sua casa di Monroe.</p>



<p>Quando Red lo svegliò, era ancora buio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“<em>Dai Russell. Dobbiamo andare</em>.”</p><p>“<em>Ma che ora è?</em>”</p><p><em>“Presto. Dobbiamo partire all’alba. Non possiamo dare nell’occhio. Marek prende la macchina</em>.”</p><p><em>“OK.”</em></p></blockquote>



<p>Si strofinò gli occhi e si diresse barcollando verso il bagno. Quando uscì, indossando gli stessi abiti della sera prima, vide che aspettavano solo lui: Red vestito di tutto punto e con la valigia in mano, Magda che reggeva un cestino con panini, uova e una bottiglia di vodka, e <strong>Marcin </strong>che gli tendeva due lumini di cera in plastica rossa.</p>



<p><em>Dla moich rodziców</em>. Per i miei genitori.</p>



<p>Prese i lumini e se li ficcò in tasca, annuendo. Poi estrasse il portafoglio e contò 600 zloty. Red fece lo stesso. Quella notte era valsa ogni centesimo.</p>



<p>Marek li aspettava di sotto in macchina. Si sistemarono alla bell’e meglio, Red davanti e lui sdraiato sui sedili posteriori, una coperta a portata di mano per nascondersi nel caso avessero incrociato un’auto della polizia. Si sentiva umiliato, ma sapeva di dover proteggere quelle persone.</p>



<p>Dieci minuti più tardi erano di ritorno alla stazione. Marek li fece scendere e a gesti gli indicò di tornare ai binari e di aspettare che arrivasse il prossimo treno da Cracovia. Potevano confondersi con gli altri turisti senza farsi notare troppo. &nbsp;Poi strinse la mano a entrambi vigorosamente e risalì in auto. Stava per ripartire, quando Red corse dalla parte del finestrino e gli allungò qualcosa. Marek era voltato, ma lui giurò che stesse sorridendo.</p>



<p>Il catafalco si allontanò tossendo verso il sole che stava per sorgere.</p>



<p>“<em>Che cosa gli hai dato</em>?”, chiese incuriosito.</p>



<p>“I<em>l mio accendino,</em>” rispose Red. “<em>Tanto ho i fiammiferi.</em>” E lui ne fu commosso. Con quello Zippo Red ci aveva fatto la guerra e non era certo il tipo da regalare le sue cose in giro.</p>



<p>Si diressero verso lo stesso binario della sera prima. Entrambi avevano un senso di déjà vu.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“<em>Secondo te dov’è andato Marek?”</em>, chiese lui.</p><p><em>“Non lo so, ma mi sa che non lo rivedremo.”</em></p><p><em>“Dici che non torna?”</em></p><p><em>“Mah.”</em></p></blockquote>



<p>Rimasero qualche altro minuto a fissare i sassi color ruggine tra le rotaie.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Una cosa non ho capito</em>” chiese infine.</p><p><em>“Cosa?”</em></p><p><em>“Che diavolo ci facevano con una lavatrice in salotto?”</em></p><p>“<em>Mercato nero.</em>” rispose secco Red.</p><p><em>“Le</em> <em>cose arrivano in blocco, per cui la gente si mette in coda nei negozi, compra quello che può e poi la scambia per quello che serve. A occhio e croce, direi che possono cavarci un divano nuovo.”</em></p></blockquote>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/Boston-Celtics-1024x739.jpg" alt="" class="wp-image-12433" width="512" height="370" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/Boston-Celtics-1024x739.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/Boston-Celtics-300x216.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/Boston-Celtics-150x108.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/Boston-Celtics-768x554.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/Boston-Celtics-1080x779.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/Boston-Celtics.jpg 1500w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /><figcaption>Foto: sportscasting.com</figcaption></figure></div>



<p>Non fece commenti.</p>



<p>Intorno a loro, la stazione cominciava a prender vita. Qualche attimo più tardi, l’altoparlante ricominciò a gracchiare e videro avvicinarsi il cassone di turno che sferragliava rumorosamente.</p>



<p>Molto presto, il treno si fermò stridendo, le porte si aprirono e una fiumana di gente si riversò sulla banchina. Tedeschi, russi, ungheresi, ucraini. Perfino qualche americano vestito in modo improbabile.</p>



<p>Gente che di norma non aveva ragione di essere a Oświęcim, Polonia, <em>na kompletnym odludziu</em>, alle 7 di una mattina d’estate. Se non per una ragione, e una soltanto.</p>



<p>A lui e Red bastò immettersi in quel mare di persone e seguirle per un paio di chilometri, senza pensarci. E dopo aver camminato per venti minuti, piombò il silenzio più totale. Nessuno riusciva a pronunciare più una parola. Finalmente lo videro.</p>



<p><strong>Auschwitz</strong>.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/Auschwitz-Birkenau-Poland-1129x752.jpg.optimal-1024x682.webp" alt="" class="wp-image-12429" width="544" height="362" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/Auschwitz-Birkenau-Poland-1129x752.jpg.optimal-1024x682.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/Auschwitz-Birkenau-Poland-1129x752.jpg.optimal-300x200.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/Auschwitz-Birkenau-Poland-1129x752.jpg.optimal-150x100.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/Auschwitz-Birkenau-Poland-1129x752.jpg.optimal-768x512.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/Auschwitz-Birkenau-Poland-1129x752.jpg.optimal-1080x719.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/Auschwitz-Birkenau-Poland-1129x752.jpg.optimal.webp 1129w" sizes="(max-width: 544px) 100vw, 544px" /><figcaption>Foto: AGESCI</figcaption></figure></div>



<p>Era una costruzione di mattoni rossi, senza molte pretese, immersa nella foschia, delimitata da torrette di guardia e filo spinato. Era circondata dal nulla più assoluto, unico contatto con l’esterno una rotaia che portava direttamente al cancello principale. È qui che si andava a morire, pensò Bill rabbrividendo.</p>



<p>Si aprì una porticina e ne uscì un uomo di mezz’età, che fece cenno di seguirlo.</p>



<p>In fila indiana, come per tacito accordo, si diressero verso l’ingresso. Ed entrarono all’inferno.</p>



<p>La prima cosa che lo colpì fu la puzza di bruciato che pervadeva l’aria. Sembrava impossibile liberarsene. I muri, i mobili, ogni centimetro di quella struttura ne sembrava impregnata. Come se le vittime dei forni stessero ancora infestando quel luogo maledetto.</p>



<p>E poi mucchi. Mucchi di cose, dappertutto. Stanze intere piene di scarpe, valigie, occhiali, vestiti. Persino denti d’oro. Le uniche tracce terrene dei <strong>prigionieri</strong> di Auschwitz.</p>



<p>Ebrei, sinti, rom, preti, comunisti, omosessuali. Uomini, donne, bambini. Che venivano spogliati di tutto, letteralmente. Effetti personali. Salute. Dignità. Tutto tranne la pelle. Rimanevano solo corpi senza nome avvolti in pigiami puzzolenti e tenuti vivi per un sadico gioco.</p>



<p>Non riusciva a immaginare cosa potessero farsene i <strong>nazisti </strong>di tutta quella roba. Usarla come scorte belliche? Rivenderla? Tenerla per sé? Oppure conservarla come un macabro trofeo? Erano davvero così meschini?</p>



<p>Si sorprese della stupidità di quella domanda.</p>



<p>Red era pallido come un cencio. Ma nessuno dei due osava aprire bocca.</p>



<p>La cosa più crudele di tutto quell’orrido magazzino era la stanza delle lettere. Pile e pile di lettere che qualcuno aveva scritto e nessuno avrebbe letto mai. &nbsp;Buste che contenevano suppliche, richieste di notizie, messaggi d’amore, preghiere, ciocche di capelli. Vite intere, segni di speranza lasciati lì a marcire come carta straccia, dal pavimento al soffitto.</p>



<p>Si sentiva mancare il fiato, ma sapeva di doversi fare forza. Non per lui. Per il suo coach.</p>



<p>Si immisero nel cortile principale per cercare un po’ d’aria. Non funzionò.</p>



<p>Il vento sollevava terra rossa dappertutto. In alcuni punti la natura aveva reclamato il suo dominio con chiazze di verde tenero, ciuffi d’erba alta e denti di leone gialli e cardi rosa. Ma in altri, soprattutto vicino alle rotaie dove un tempo arrivavano i convogli carichi di prigionieri, non cresceva nulla &#8211; quasi che il male di quel luogo avesse fatto terra bruciata tutt’intorno, escludendo ogni possibilità di ritorno alla vita.</p>



<p>Camminarono senza una direzione precisa a lungo. Il campo era immenso, diviso in più settori, ma non se ne vedeva mai la fine. Non essendoci una guida vera e propria, erano liberi di lasciarsi condurre da qualunque entità superiore ancora pervadesse quel posto.</p>



<p>Senza sapere bene come, si trovarono nelle saune, degli immensi androni dove i prigionieri venivano disinfettati. Le mura scrostate erano coperte di foto delle famiglie dei deportati, e sembrava che quelle facce non finissero più.</p>



<p>Visitarono le camerate, grosse <strong>baracche </strong>di legno o di mattoni in cui i prigionieri dormivano ammassati l’uno con l’altro. Senza riscaldamento, senza vestiti puliti. Bill provò a immaginarsi l’odore e gli venne da vomitare.</p>



<p>Poi entrarono nelle stanze dei bambini, versione più piccola dei pollai per i grandi. Unica concessione, un dipinto che qualcuno, con sadica ironia, aveva tracciato su uno dei letti a castello: dei fanciulli che giocavano, camminando in fila indiana. Gli sembrò una meschina presa in giro e si sentì un groppo in gola.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG_20200226_102910-scaled-e1590917351858-1024x410-1.jpg" alt="" class="wp-image-12432" width="750" height="300" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG_20200226_102910-scaled-e1590917351858-1024x410-1.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG_20200226_102910-scaled-e1590917351858-1024x410-1-300x120.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG_20200226_102910-scaled-e1590917351858-1024x410-1-150x60.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG_20200226_102910-scaled-e1590917351858-1024x410-1-768x308.jpg 768w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /><figcaption>Foto: lamemoriarendeliberi.it</figcaption></figure></div>



<p>Passarono alle latrine, che erano letteralmente dei buchi su lastre di metallo posti uno di fianco all’altro. Ognuno doveva fare i propri bisogni in piena vista, senza un minimo d’intimità. Anche lì, il pensiero del puzzo nauseabondo gli contorse il viso in una smorfia. I pavimenti erano spaccati e anche i lavatoi erano coperti di polvere, corrosi dall’inevitabile trascorrere del tempo. Conservati solo quel tanto che bastava per fare da monito alle generazioni future.</p>



<p>I minuti passavano e loro continuavano a vagare da un punto all’altro del campo, senza una meta, come ubriachi. Si sentiva soffocare, neanche gli avessero messo le mani al collo. Eppure era una bella giornata, erano all’aria aperta e il cielo era di un blu limpidissimo. Fece appello a tutte le sue forze per tenersi in piedi.</p>



<p>Camminarono ancora sotto un sole cocente, le maniche arrotolate e il sudore che gli chiazzava le camicie. Non un albero nei dintorni. Non un cono d’ombra. Non una fontana dove cercare refrigerio. Niente.</p>



<p>Red era sempre più pallido, e lui non sapeva che dire. Sapeva dentro di sè che coach Auerbach cercava le <strong>camere a gas</strong> e il <strong>forno crematorio</strong>, il vero simbolo dell’abominio di Auschwitz. Sapeva che ne era attirato come da un magnete<em>. Lo chiamavano</em>. E la cosa gli faceva una gran paura. Non sapeva se il suo amico e mentore avrebbe potuto reggere l’impatto. Ma almeno quello strazio gli fu risparmiato.</p>



<p>Non era rimasto più nulla, solo degli spiazzi vuoti delimitati da calcinacci e con targhe commemorative. <strong>Himmler </strong>ne aveva ordinato la demolizione nel ’44, quando aveva capito che la Germania aveva perso, e perché gli <strong>Alleati </strong>non trovassero prove.</p>



<p>Quel gesto di vigliaccheria, se possibile, lo infuriò ancora di più. Perché dimostrava che i nazisti sapevano fin troppo bene di che crimine si stessero macchiando e non volevano renderne conto al mondo. Altro che fervore ideologico e devozione pseudo-religiosa per la causa.</p>



<p>Chiuse gli occhi per un attimo e puntò il viso al sole, cercando un qualche sollievo in quel luogo di follia. Red teneva lo sguardo fisso su quegli spiazzi vuoti. Pareva non respirasse.</p>



<p>Dopo qualche lunghissimo, interminabile minuto, entrambi si allontanarono lentamente e ripresero a camminare. Si fermarono all’ombra di un abete, sulle sponde di uno stagno artificiale che conteneva le ceneri dei prigonieri. E per qualche ragione, quello gli sembrò il posto meno sporco e corrotto di quell’inferno. Sotto il pelo dell’acqua placida e immota, su cui si rifletteva il sole, quelle povere anime potevano finalmente riposare in pace.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/image.jpg" alt="" class="wp-image-12430" width="749" height="410" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/image.jpg 978w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/image-300x164.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/image-150x82.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/image-768x421.jpg 768w" sizes="(max-width: 749px) 100vw, 749px" /><figcaption>Foto: gazzettadimodena.gelocal.it</figcaption></figure></div>



<p>Tirò fuori i due <strong>lumini </strong>che Marcin gli aveva affidato. Sempre come per tacito accordo, Red pescò la scatola di fiammiferi dal fondo della tasca e li accese, piazzandoli sulla riva.</p>



<p>Rimasero immobili, a capo chino, per un’eternità.</p>



<p>Bill cercò di <strong>pregare</strong>, ma invano. Continuava a pensare alla fredda geometria di quel posto, alla precisione crudele con cui tutto era stato disegnato e messo in atto. Qualcuno aveva speso tempo ed energie per fare un progetto, disboscare quella zona, creare collegamenti ferroviari, costruire le baracche e le case degli ufficiali, le cucine e le latrine, le docce e le camere a gas. Con organizzazione. Con ordine. Al solo scopo di eliminare uomini, donne e bambini innocenti.</p>



<p>Era la più grande manifestazione di <strong>disumanità </strong>che avesse mai visto. Bill non riusciva a spiegarsi come nessuno avesse messo in dubbio quel folle progetto. Dov’era il resto della popolazione? Come aveva permesso che si arrivasse a questo? A tal punto era giunto il lavaggio del cervello della propaganda?</p>



<p>E poi si ricordò di una frase di Edmund Burke.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Perché il male trionfi, è sufficiente che le brave persone non facciano nulla.”</em></p></blockquote>



<p>Pensò al fatto che altri atleti del suo stesso colore venivano pagati molto meno delle loro controparti bianche e rischiavano la carriera a protestare.</p>



<p>Pensò agli avanzi strapagati e passatigli di nascosto nei retrobottega dei ristoranti quand’era al college ed era già il miglior giocatore della nazione.</p>



<p>Pensò che con tutti i suoi soldi, in alcune parti del paese non poteva mangiare negli stessi ristoranti dei bianchi, usare gli stessi cessi dei bianchi, bere dalla stessa fontanella dei bianchi. E pensò che benché fosse il cestista più vincente di sempre, aveva dovuto dormire per anni in bettole pidocchiose mentre i suoi colleghi bianchi, riserve comprese, se ne stavano nei migliori alberghi della zona.</p>



<p>Pensò a quella volta che gli erano entrati in casa a senza rubare niente ma gli avevano spaccato tutti i trofei, scritto “negro” sui muri e defecato nel letto. E pensò al fatto che non poteva ancora votare, e che ai suoi figli veniva offerta un’educazione peggiore per il solo fatto di essere neri. E che tante, troppe persone con il colore della sua pelle e senza le sue disponibilità economiche venivano bersagliate dalla polizia, incarcerate dai giudici, bollate a vita e ammazzate impunemente perché nessuno gli aveva mai offerto una chance per un’esistenza migliore.</p>



<p>Pensò alla faccia irriconoscibile di <strong>Emmett Till</strong>, massacrato di botte a 14 anni per aver fischiato dietro a una donna bianca.</p>



<p>Quanta “brava gente” si era opposta a tutto questo? Quanti avevano protestato, si erano fatti sentire, avevano pagato di tasca loro l’amore per l’uguaglianza? E quanti invece avevano solo fatto spallucce, voltato la testa dall’altra parte e accettato questo stato di cose senza obiettare?</p>



<p><em>“Perché il male trionfi, è sufficiente che le brave persone non facciano nulla.”</em></p>



<p>Anche qui era successo lo stesso, portato all’estremo e condensato in una ferocia e una crudeltà senza pari nel corso di pochi anni.</p>



<p>L’essere umano non impara mai.</p>



<p>Sentiva il sangue ribollirgli nelle vene e dovette fare uno sforzo enorme per ricordarsi dov’era, con chi si trovava e dove doveva concentrare la sua attenzione. Gli venne in mente che nel corso degli anni, cinque persone su tutte gli erano state vicine in queste battaglie quotidiane per riaffermare la sua dignità: i suoi genitori, suo nonno, il proprietario dei <strong>Boston Celtics</strong> Walter Brown, e l’uomo che gli stava accanto: coach Arnold “Red” Auerbach.</p>



<p>Aprì gli occhi e vide che quest’ultimo stava pregando. Non l’aveva mai visto pregare prima e muoveva solo le labbra senza parlare, ma ne era sicuro. Recitava il <strong>Kaddish</strong>, la preghiera ebraica per i morti.</p>



<p>Sentì l’amore nei suoi confronti crescere a dismisura. Percepì che il loro legame si stava rafforzando in maniera indissolubile, laggiù in Polonia in una mattina d’agosto del 1964. Due uomini di tribù diverse ma con un destino in comune.</p>



<p>E ancora di più, si rese conto che al netto dei successi sul campo, in quell’istante coach Auerbach era il rappresentante assoluto e l’incarnazione stessa del Gioco.</p>



<p>Le sue preghiere abbracciavano tutti coloro che appartenevano al loro mondo e che non potevano essere lì con loro: dai ragazzi con cui si sbucciava le ginocchia nei playground di Brooklyn al il primo commissioner dell’NBA Maurice Podoloff; da Ossie Schectman, che aveva segnato il primo canestro della storia della Lega, ad <strong>Abe Saperstein </strong>degli Harlem Globetrotters; da Max Zaslofsky ad Eddie Gottlieb dei Warriors del suo amico Wilt; da Dolph Schayes all’ ”altro” Red, quel ragazzo di nome <strong>Holzman </strong>che qualche anno più tardi avrebbe sublimato il concetto di Jew Ball con i suoi <strong>Knicks</strong>.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/lf-834x1024.jpg" alt="" class="wp-image-12431" width="434" height="532" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/lf-834x1024.jpg 834w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/lf-244x300.jpg 244w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/lf-122x150.jpg 122w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/lf-768x943.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/lf-1250x1536.jpg 1250w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/lf-1667x2048.jpg 1667w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/lf-1080x1327.jpg 1080w" sizes="(max-width: 434px) 100vw, 434px" /><figcaption>Foto: sports.ha.com</figcaption></figure></div>



<p>Erano tutti figli della diaspora, tutti ebrei la cui famiglia aveva abbandonato odio e persecuzioni per ricominciare in America. Avevano scritto la storia della palla a spicchi in modo indelebile nel corso dei decenni. Tutti loro si sarebbero potuti perdere in questa carneficina se i loro padri avessero fatto una scelta diversa. E tutti avevano un amico o un parente che, metaforicamente o no, riposava nelle acque di quello stagno.</p>



<p>Che lo sapesse o meno, coach Auerbach stava pregando anche per loro.</p>



<p>Una volta terminato il Kaddish, Red si asciugò una singola, solitaria lacrima che gli colava su una guancia, si voltò ed entrambi si diressero verso l’uscita, in silenzio. Avevano fatto quello che dovevano fare.</p>



<p>Varcare la soglia del campo fu come tornare a galla dopo un’immersione. Entrambi ritrovarono il respiro. Red iniziò a frugarsi nelle tasche per pescare il suo proverbiale sigaro, quando vide dall’altra parte della strada una vecchia conoscenza.</p>



<p>Il catafalco a quattro ruote li aspettava. Marek tirò giù il finestrino e giochicchiò con lo Zippo, senza dire nulla e sorridendo timidamente.</p>



<p>Ricambiarono il sorriso e montarono in macchina, diretti verso la stazione.</p>



<p>Ora potevano tornare a casa.</p>



<div style="height:63px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><em>(N.d.A. Il racconto è liberamente ispirato da fatti realmente accaduti, raccontati da Bill Russell nel libro &#8220;Red and Me: My Coach, My Lifelong Friend&#8221;, Bill Russell with Alan Steinberg, HarperCollins, 2009.)  </em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>The Talk</title>
		<link>https://aroundthegame.com/the-talk/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Rusnighi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Apr 2021 12:30:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[daunte wright]]></category>
		<category><![CDATA[derek chauvin]]></category>
		<category><![CDATA[George Floyd]]></category>
		<category><![CDATA[Jakob Blake]]></category>
		<category><![CDATA[Stephen A. Smith]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[C’è una conversazione che avviene tutti i giorni, in tutte le parti d’America. Le famiglie afroamericane lo chiamano “The Talk”. E no, non si tratta della solita metafora di api e fiori per spiegare come nascono i bambini.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="955" height="538" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/03/7db34f_d8cab96d28c6431a98174c2d36521dbb-mv2-edited.jpg" alt="" class="wp-image-15910" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/03/7db34f_d8cab96d28c6431a98174c2d36521dbb-mv2-edited.jpg 955w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/03/7db34f_d8cab96d28c6431a98174c2d36521dbb-mv2-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/03/7db34f_d8cab96d28c6431a98174c2d36521dbb-mv2-edited-150x85.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/03/7db34f_d8cab96d28c6431a98174c2d36521dbb-mv2-edited-768x433.jpg 768w" sizes="(max-width: 955px) 100vw, 955px" /><figcaption>FOTO: Celtics Wire</figcaption></figure></div>



<p>C’è una conversazione che avviene tutti i giorni, in tutte le parti d’America.</p>



<p>Da una parte un adulto, dall’altra il figlio, la figlia o il/la nipote, di solito appena adolescenti ma a volte anche più giovani. È una chiacchierata che è sempre la stessa da anni. Da secoli. Cambiano forse le circostanze, cambiano le modalità e il tono in cui avviene, ma il succo è sempre quello.</p>



<p>Le famiglie afroamericane lo chiamano <em>“The Talk”. </em>E no, non si tratta della solita metafora di api e fiori per spiegare come nascono i bambini.</p>



<p>Ogni teenager di colore in America se l’aspetta, prima o poi. E sa che quando è il momento, conviene ascoltare e imprimersi ogni parola a fuoco nella mente. Perché non ci sarà tempo di leggere gli appunti quando ci sarà bisogno di ricordarselo.</p>



<p>“The Talk” è con te ogni volta che vai a scuola o torni a casa da solo. Ogni volta che la mamma ti manda a comprare il latte alla drogheria all’angolo. Ogni volta che ti fermi per strada a fare due chiacchiere con gli amici, facendo un po’ lo sbruffone come tutti coloro che cominciano ad affacciarsi al mondo e vogliono mostrare di non averne paura. E soprattutto, “The Talk” non te lo puoi dimenticare mai quando sali in macchina, che tu sia al volante o un passeggero poco importa.</p>



<p>Non c’è un manuale per “The Talk.” Non c’è una legge o una regola scritta. Sono semplicemente delle istruzioni secche, incontrovertibili, spietate che possono fare la differenza tra la vita e la morte ogni giorno che Dio manda in Terra.</p>



<p>· <em>If you are stopped by the police, always answer &#8216;yes sir, no sir&#8217;. S</em>e vieni fermato dalla polizia, rispondi sempre “Sissignore” o “Nossignore”.</p>



<p>· <em>Pull over your vehicle right away.</em> Accosta con la macchina immediatamente.</p>



<p>· <em>Don’t put your hands in your pockets.</em> Non metterti le mani in tasca.</p>



<p>· <em>Keep your hands visible on the steering wheel and don&#8217;t make any sudden moves.</em> Tieni le mani bene in vista sul volante e non fare movimenti bruschi.</p>



<p>· <em>Don&#8217;t reach for items in your wallet or glove compartment, without informing the law enforcement officer first.</em> Non prendere nulla nel portafoglio o nel cassettino del cruscotto senza prima dirlo all’agente.</p>



<p>· <em>Obey all commands. </em>Ubbedisci a tutti gli ordini.</p>



<p>· <em>Don’t argue, even if you are right. If you think you are falsely accused, save it for the police station.</em> Non ribattere o rispondere, mai. Neanche quando hai ragione. Se credi di venire accusato ingiustamente, ti difenderai al commissariato.</p>



<p>E poi l’ultima frase, la più raggelante.</p>



<p>· <em>I would rather pick you up at the station than the morgue. </em>Preferisco venirti a prendere al commissariato che all’obitorio.</p>



<p>Non bisogna dimenticarselo mai, “The Talk.” È più sacro dei Dieci Comandamenti. Perché se ti dimentichi i Dieci Comandamenti, il Padreterno ti giudicherà quando vai all’altro mondo. Se ti dimentichi “The Talk”, è possibile che tu ci finisca in fretta, all’altro mondo.</p>



<p>“The Talk” se l’è ricordato bene <strong>Stephen A. Smith,</strong> commentatore sportivo di ESPN, quando è stato fermato dalla polizia di New York mentre guidava, con la figlia undicenne sul sedile posteriore dell’auto. Smith racconta la sua esperienza qui sotto dal momento 1:11, commentando il caso di <strong>Jacob Blake </strong>(uno che “The Talk” non l’aveva mandato a memoria, e difatti è finito con sette pallottole nella schiena, rimanendo paralizzato).</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="First Take on LeBron James&#039; response to the police shooting of Jacob Blake in Wisconsin" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/qShB1nTsmeA?start=71&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>A Smith è andata bene: l’hanno lasciato andare quando l’hanno riconosciuto. Ma tutt’oggi una spiegazione razionale del perché l’hanno fermato, non c’è. O meglio, c’è: ma molti non vogliono sentirla.</p>



<p><strong>George Floyd,</strong> che “The Talk” non l’aveva scordato, è soffocato con il ginocchio di un altro agente sul collo per quasi 9 minuti, colpevole di aver pagato un pacchetto di sigarette con una banconota falsa. La sua morte, una delle 31 avvenute nel 2020 tra gli <strong>afroamericani </strong>per mano della <strong>polizia </strong>secondo la NAACP, ha acceso la miccia della rivolta a Minneapolis e nel resto d’America. Ha costretto la legge a processare la legge dopo che l’opinione pubblica nazionale e mondiale ha chiesto risposte, non ammettendo più sospensioni senza stipendio o cambi d’incarico, invece della galera, per una persona con la divisa che uccide un’altra persona che la divisa non la indossa e ha l’aggravante di troppa melanina.</p>



<p>E proprio in quei giorni, mentre gli occhi del mondo erano puntati sul processo a <strong>Derek Chauvin</strong> (condannato qualche mese dopo a 22 anni e 6 mesi di carcere per omicidio di secondo grado), Daunte Wright veniva freddato per errore da un agente di polizia che voleva fulminarlo con un Taser e invece ha estratto la pistola.</p>



<p><strong>Daunte Wright,</strong> che era stato fermato per un’infrazione al codice della strada, aveva una pendenza penale. Quando hanno tentato di arrestarlo, ha cercato di scappare e gli hanno sparato. Non aveva armi addosso.</p>



<p>Non aveva aggredito nessuno.</p>



<p>Daunte si è fatto prendere dal panico. Ha dimenticato “The Talk”. Ed è finito al cimitero.</p>



<p>Sono sicuro che “The Talk” sia avvenuto anche nella cameretta dei nostri idoli della NBA: LeBron James, Allen Iverson, Magic. Perfino di Michael Jordan. Non sono altrettanto sicuro che lo stesso sia accaduto a Gordon Hayward, Larry Bird o Jerry West. E non è colpa loro, intendiamoci. Ma chiediamoci perché.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/03/848ee7_8b81f81bbce345aebdfc3bf6e8813961-mv2-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-15903" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/03/848ee7_8b81f81bbce345aebdfc3bf6e8813961-mv2-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/03/848ee7_8b81f81bbce345aebdfc3bf6e8813961-mv2-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/03/848ee7_8b81f81bbce345aebdfc3bf6e8813961-mv2-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/03/848ee7_8b81f81bbce345aebdfc3bf6e8813961-mv2-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/03/848ee7_8b81f81bbce345aebdfc3bf6e8813961-mv2-1536x864.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/03/848ee7_8b81f81bbce345aebdfc3bf6e8813961-mv2-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/03/848ee7_8b81f81bbce345aebdfc3bf6e8813961-mv2.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>FOTO: Yahoo! Sports</figcaption></figure></div>



<p>Siamo davvero tutti creati uguali, come dice la Dichiarazione d’Indipendenza di questi <strong>Stati Uniti d’America?</strong></p>



<p>In un Paese dove, nel 2020, una donna di colore viene pagata il 37% in meno rispetto a un uomo bianco? In un Paese dove, fino a inizio 2020, non era illegale per un datore di lavoro licenziare un dipendente afroamericano che portasse i capelli <em>al naturale (</em>quindi con treccine, “cornrows”, afro o semplicemente non trattati)? In un Paese dove, nonostante l’uguaglianza di trattamento sulla carta, esiste ancora la segregazione scolastica, come dimostrato (tra le altre cose) dal meraviglioso documentario Teach Us All? In un Paese dove per decenni la pratica del “redlining” ha mantenuto in vita i ghetti, e le banche hanno continuato a elargire mutui a condizioni di usura per gli afroamericani?</p>



<p>Viene fatto anche a noi bianchi “The Talk” la prima volta che prendiamo in prestito la macchina di papà o i nostri genitori si rendono conto che non ci possono più tenere in casa, che abbiamo voglia di uscire, di vedere gli amici, di andare a prendere un gelato con la ragazza della classe accanto? Non credo. E perché loro sì, e noi no? Perché si continua ad accettare questo stato di cose come la normalità, o al peggio come una disgrazia inevitabile che però tutto sommato, non è un problema nostro? Perché i neri non sono come noi, forse? Perché è giusto trattarli diversamente?</p>



<p><em>Perché se lo meritano? </em></p>



<p>O magari perché c’è qualcosa di più marcio all’origine che non vogliamo scoperchiare per paura di rimettere in discussione tante, troppe cose? Abbiamo davvero tutti gli stessi diritti e le stesse opportunità, come sostiene gran parte dell’opinione pubblica, soprattutto bianca? Non sono domande nuove. Ma sono domande che si evitano da troppo tempo.</p>



<p>Da prima di Joe Biden.</p>



<p>Da prima di Donald Trump.</p>



<p>Da prima di Barack Obama.</p>



<p>L’America nera ce lo sta dicendo da decenni che le cose devono cambiare.</p>



<p>Ce l’ha detto con la letteratura, con James Baldwin e Ta Nehisi-Coates.</p>



<p>Ce l’ha detto con la musica, con Marvin Gaye e Public Enemy.</p>



<p>Ce l’ha detto con il cinema, con Spike Lee e Ava Du Vernay.</p>



<p>Ce l’ha detto con la TV, in programmi come “Otto sotto un tetto” e “Willy il principe di Bel Air.”</p>



<p>Ce l’ha detto con una risata amara, con Dick Gregory e David Chappelle.</p>



<p>Ce l’ha detto con lo sport, con Mohammed Ali e Colin Kaepernick, e con le proteste dei giocatori NBA nello scorso e in questo campionato.</p>



<p>Ce l’ha detto con le buone, con MLK e Jesse Jackson.</p>



<p>Ce l’ha detto con le meno buone, con Malcolm X, i Black Panthers e Black Lives Matter. Ce l’ha detto con le cattive, come successo nelle rivolte di LA, a Ferguson e l’estate scorsa.</p>



<p>E a <strong>Minneapolis,</strong> nell’aprile del 2021, l’America nera si è ancora una volta trovata a gridare al resto del Paese che è arrivata l’ora di guardarsi allo specchio. Chissà se, prima o poi, verrà ascoltata.</p>



<p>Intanto, “The Talk” continua a risuonare nelle camerette. Intanto, l’America brucia.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Steve Francis: Kobe, l&#8217;NBA e i rimpianti di una carriera “instabile”</title>
		<link>https://aroundthegame.com/il-no-a-vancouver-il-ricordo-di-kobe-bryant-i-rimpianti-di-una-carriera-instabile-intervista-a-steve-francis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Rusnighi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Mar 2021 23:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[houston rockets]]></category>
		<category><![CDATA[kobe bryant]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
		<category><![CDATA[nba draft]]></category>
		<category><![CDATA[steve francis]]></category>
		<category><![CDATA[vancouver grizzlies]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[L'intervista di The Undefeated (ESPN) a Steve Francisc, in esclusiva italiana su Around the Game.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/c82b32_52ec5a09923f4b498876857eda856afb-mv2.jpg" alt=""/></figure>



<p><em>{{translate_pretext}}</em></p>



<p>Sembra incredibile che siano passati più di 20 anni dalla nomina di<strong> Steve Francis </strong>a Rookie of the Year 1999/2000, a pari merito con Elton Brand.</p>



<p>Francis fu spettacolare in quella stagione: 18 punti di media e secondo nella gara delle schiacciate del 2000, resa famosa dalle incredibili gesta di Vince Carter. Una carriera da superstar nella NBA pareva scontata per “Steve Franchise”, che non sembrava avere problemi nel vivere all’altezza del suo soprannome. </p>



<p>Ma nonostante le tre partecipazioni da titolare all’All-Star Game, il periodo memorabile di Francis a Houston durò solo cinque stagioni complete, con un’unica apparizione ai Playoffs. L’ex atleta di Maryland, che ha indossato tre casacche NBA agli ordini di otto coach diversi nei suoi nove anni nella Lega, sostiene che la mancanza di stabilità fu uno degli ostacoli maggiori alla sua carriera. </p>



<p>In un pezzo rivelatorio scritto di suo pugno per The Players’ Tribune nel 2018, Steve ha parlato delle altre difficoltà affrontate in campo e fuori. Ci siamo incontrati con lui per discutere di questo, del suo trascorso in NBA e di <em>quelle foto,</em> circolate sul web negli ultimi anni, che hanno destato la preoccupazione di molti riguardo al suo stato di salute.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/steve-francis-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-11826" width="512" height="288" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/steve-francis-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/steve-francis-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/steve-francis-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/steve-francis-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/steve-francis-1536x864.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/steve-francis-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/steve-francis.jpg 2000w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></figure>



<div style="height:35px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La NBA ha sfruttato la “Bubble” per evidenziare i problemi sociali che affliggono il paese. Che ne pensi?</strong></h2>



<p><em>È un bel cambiamento. E credo che in generale, la Lega voglia essere più coinvolta in quello che vogliono i giocatori. Quando ho iniziato io, la NBA dettava le regole e da lì non si schiodava. Mi fa piacere vedere che Adam Silver è pronto ad ascoltare chi sta in campo quando ci sono delle cose da discutere, senza far finta di non vedere che gli addetti ai lavori e tutti noi in America siamo frustrati da quanto sta accadendo. </em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sono passati vent’anni dalla tua prima stagione NBA e dalla tua vittoria a pari merito come Rookie of the Year. Sembra ieri, eh?</strong></h2>



<p><em>È vero, gli ultimi vent’anni sono volati in un attimo. In quel periodo della mia vita mi sono dovuto abituare a viaggiare come si viaggia nella NBA, ad avere soldi, a poter fare le cose che avevo sempre sognato da bambino. È stato l’inizio di una nuova fase della mia vita – come adesso. </em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>E che mi dici di questa nuova fase?</strong></h2>



<p><em>Ne ho passate tante. Sono cresciuto povero, e molti dei miei familiari hanno avuto problemi di droga, ma non ho mai smesso di lottare. Ne ho parlato nella mia docuserie.</em> <em>Tutto sommato, credo di aver avuto una vita meravigliosa. E credo che raccontare la mia storia possa aiutare gli altri.</em></p>



<p><em>Non è stato semplice, ma ho continuato a combattere e sono riuscito ad andare al college, sono diventato papà e a Houston ho una posizione di rilievo nella comunità. Voglio mostrare tutti gli aspetti della mia vita e parlare delle persone che ho incontrato durante i miei anni a Washington DC e che non hanno la stessa visibilità che ho io.</em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Nel corso degli anni &#8211; e soprattutto nel tuo articolo apparso su The Players’ Tribune, e poi nella docuserie &#8211; hai discusso del tuo periodo buio.</strong></h2>



<p><em>Sì, non voglio nascondere niente. Tanti hanno parlato di problemi come l’alcolismo, ma se si guarda cosa stavo passando, mi ero semplicemente perso per strada. I drammi accadono a tutti, che sia una morte in famiglia o la fine della tua carriera. Siamo esseri umani. Come chiunque altro, ho avuto delle difficoltà e mi sono ammalato. </em></p>



<p><em>Sono dovuto andare in ospedale per recuperare. Adesso sto bene, ma ci sono state un sacco di voci che parlavano di droga, tra le altre cose. E quando le voci cominciano, è lì che scopri chi fa veramente parte della famiglia.</em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>In quegli anni sono circolate tante foto di te che hanno destato molte preoccupazioni sulla tua salute. Come hai reagito a quelle immagini?</strong></h2>



<p><em>Le guardavo e pensavo “Oddio, ma dov’ero? Almeno mi sono divertito?”</em></p>



<p><em>A dirla tutta, però, le foto m’interessano poco. È facile fare una brutta foto. Uno ci vede quello che vuole. A me non interessa, come ho detto. Conta più chi sei dal punto di vista morale. </em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Che cos’è che ti faceva arrabbiare in quel periodo?</strong></h2>



<p><em>L’unica opinione che a me importava era quella dei miei figli. Non l’avevano presa bene, e a quel tempo erano piccoli. Ne sentivano di tutti i colori. Ecco, quello non mi è piaciuto.</em></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/francis.jpg" alt="" class="wp-image-11827" width="475" height="317" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/francis.jpg 950w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/francis-300x200.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/francis-150x100.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/francis-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 475px) 100vw, 475px" /></figure>



<div style="height:35px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Torniamo alla tua carriera NBA. Sei stato scelto da Vancouver ma non hai voluto saperne di andarci. Hai dei rimpianti?</strong></h2>



<p><em>Assolutamente no. È un business. Voglio dire, il basket è quello dovunque giochi. </em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tanti, me compreso, potrebbero dirti che Vancouver è un posto fantastico. Ti è mai piaciuto visitarla quando venivi in trasferta?</strong></h2>



<p><em>Non ho mai potuto farlo. Quando giocavamo a Vancouver dovevo avere le guardie del corpo fuori dalla mia stanza d’albergo.</em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le guardie del corpo?!</strong></h2>



<p><em>Giuro. La gente mi tirava pile, mostrava foto di me col ciuccio in bocca o insultava mia nonna. Non era un bell&#8217;ambiente. Credo di essermi comportato da professionista, date le circostanze. </em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La morte di Kobe Bryant nel gennaio 2020 è stata un duro colpo per tutti. Cos’hai imparato da lui durante la tua carriera?</strong></h2>



<p><em>A giocare al massimo. Sempre. Negli All-Star Game a cui ho partecipato, io e Kobe eravamo le due guardie titolari. A lui non piaceva che non si difendesse. Ogni volta che era in campo – anche negli All-Star Game – doveva dimostrare di essere il migliore e far vincere la squadra.</em></p>



<p><em>Mi ricordo che un anno stavamo giocando contro i Lakers a Los Angeles. Kobe mi marcava sempre: a lui piaceva prendere in consegna il miglior giocatore avversario. Ho fatto una virata sulla linea di fondo e ho tirato in allontanamento. Avevo lavorato quel movimento tutta l’estate, e Kobe fa: “Ah, vedo che ti sei allenato.” Se n’era accorto, e per me ha significato tanto.</em></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://cdn.vox-cdn.com/thumbor/x33FiRUQgYCU4qVJizPeTwBSV_o=/0x516:1715x1872/1200x800/filters:focal(796x898:1070x1172)/cdn.vox-cdn.com/uploads/chorus_image/image/65620023/51662903.jpg.0.jpg" alt="" width="600" height="400"/></figure>



<div style="height:35px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Com’è stato giocare con Hakeem Olajuwon, uno dei più grandi lunghi di tutti i tempi?</strong></h2>



<p><em>Mi ha fatto da zio e da fratello maggiore. Fin dal primo giorno mi ha insegnato cosa vuol dire essere un professionista. Si è fatto un nome, e vedere quanto lo ama la città di Houston è una cosa che fa bene al cuore. </em></p>



<p><em>Hakeem è arrivato in America senza niente. Si è costruito un impero e un seguito che ci sarà sempre. Ha avuto un’enorme influenza su di me fuori dal campo: è un uomo d’affari molto intelligente e mi ha insegnato a gestire le mie attività lontano dal terreno di gioco. </em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La reputazione di Olajuwon è senz’altro legata al suo rimanere a Houston per 17 delle sue 18 stagioni NBA. Tu sei stato ceduto dopo cinque anni. Ti ha fatto male?</strong></h2>



<p><em>Ma certo &#8211; a chi non avrebbe fatto male? Il Toyota Center l’ho tirato su io. È lì che ho cominciato a capire che la NBA è un business. Quando sono andato ad Orlando, almeno all’inizio le cose andavano benissimo. Poi sono finito a New York.</em></p>



<p><em>Il mio problema è sempre stato la mancanza di stabilità con i coach. A Houston ho avuto due allenatori. Tre a Orlando. Due ai Knicks. E ancora Rick Adelman quando sono tornato ai Rockets. Ti sembra una carriera stabile? A me no. </em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Vince Carter ha giocato fino a 43 anni. Tu hai smesso a 32. Hai dei rimpianti sull’aver appeso le scarpe al chiodo così presto? </strong></h2>



<p><em>Più o meno. Mi sarebbe piaciuto giocare di più? Assolutamente. Non ho avuto quell’opportunità, e per un po’ ho avuto tanta rabbia dentro. Sapevo di potere ancora dire la mia. Ma non si può avere tutto nella vita. Non puoi legartela al dito o flagellarti per situazioni che non si possono controllare. Sono arrivato nell’NBA e ho lasciato il segno &#8211; è già qualcosa. Anche oggi, mi piacerebbe tornare nella Lega in un modo o nell’altro. </em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un’ultima domanda su quella famosa stagione da rookie. Ancora prima di aver toccato palla tra i professionisti, sei finito sulla copertina di ESPN Magazine insieme a Beyoncé e alle Destiny’s Child. Che cosa ti ricordi di quella giornata?</strong></h2>



<p><em>La mia carriera è cominciata lì. Ero una matricola e sono finito a fare una sessione fotografica con quelle tre ragazze che erano già famose, anche se ancora non superstar. Avevo ascoltato qualche loro pezzo prima d’incontrarle, ma quando mi hanno detto del servizio ho scoperto che a Houston le conoscevano tutti. L’unica cosa che m’interessava era essere vestito meglio di loro e mi sono consultato con Cuttino Mobley per scegliere gli abiti giusti.  </em></p>



<p><em>È stato fantastico sapere che eravamo entrambi all’inizio di qualcosa di speciale a Houston. Abbiamo condiviso la copertina di un settimanale di portata nazionale e quando è finito tutto mi sono detto: “Scommetto che ogni giocatore nella NBA vorrebbe essere al mio posto”.</em></p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Contro il pregiudizio: intervista a tre donne agenti in NBA</title>
		<link>https://aroundthegame.com/contro-il-pregiudizio-intervista-a-tre-donne-agenti-in-nba/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Rusnighi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Mar 2021 02:27:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[{{translate_pretext}} Erika Ruiz non ha avuto qualcuno a cui ispirarsi per diventare un agente NBA. Qualcuno come lei, perlomeno. Per questo cerca sempre di dare consigli ad altre donne di colore che vogliono intraprendere la sua stessa strada. “Non c’era proprio nessuno,” ha dichiarato la statunitense di origini messicane durante la sua intervista a Andscape. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/09/c82b32_06accf8c708442d1b32fdc5bf98e9f7c-mv2.jpg" alt="" class="wp-image-27788" width="603" height="402" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/09/c82b32_06accf8c708442d1b32fdc5bf98e9f7c-mv2.jpg 525w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/09/c82b32_06accf8c708442d1b32fdc5bf98e9f7c-mv2-300x200.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/09/c82b32_06accf8c708442d1b32fdc5bf98e9f7c-mv2-150x100.jpg 150w" sizes="(max-width: 603px) 100vw, 603px" /><figcaption>FOTO: Denver Post</figcaption></figure></div>



<p>{{translate_pretext}}</p>



<p><strong>Erika Ruiz </strong>non ha avuto qualcuno a cui ispirarsi per diventare un <strong>agente NBA.</strong> Qualcuno come lei, perlomeno. Per questo cerca sempre di dare consigli ad altre donne di colore che vogliono intraprendere la sua stessa strada.</p>



<p>“Non c’era proprio nessuno,” ha dichiarato la statunitense di origini messicane durante la sua intervista a <strong>Andscape.</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“E questo mi spinge ad andare avanti. Chiunque dica che questa non è una professione difficile o che non è dura cercare di farcela senza avere attorno qualcuno che ti assomigli, si prende un po’ in giro, direi. E non lo dico per fare una critica: è il lavoro.Ci sono volte in cui mi fanno un complimento, anche piccolo, e mi dicono: ‘Sei tu che mi hai fatto venire voglia di entrare in quest’ambiente’. Mi basta per continuare per settimane e mesi, andando da ‘Mi piacerebbe farcela’ a ‘Devo farcela’ a ‘Posso farcela’. Ci dev’essere un qualcosa che ti sprona. E finché questo può aprire una, dieci, cento, mille porte, allora andrò avanti senza fermarmi.”</em></p><p>(Erika Ruiz)</p></blockquote>



<p>La stagione NBA 2020/21 è partita con circa 450 giocatori che fanno capo a uno stuolo di agenti. Ma di questi, solo tre sono donne: Ruiz e due bianche, <strong>Danielle Cantor </strong>e <strong>Jessica Holtz.</strong> Alcuni agenti registrati con l’Associazione Giocatori, la NBPA, sono donne afroamericane, tra cui Nicole Lynn che lavora anche con l’NFL. Nessuna tra loro, però, ha rappresentato gli atleti in termini di contratti di gioco prima della stagione.</p>



<p>Marzo è <strong>Women’s History Month </strong>negli Stati Uniti. E quindi The Undefeated ha pensato di parlare a Ruiz, Holtz e Cantor del loro percorso e di come sperano d’ispirare altre donne con il loro esempio.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Chi o cosa vi ha spinto a diventare un agente NBA?</strong></h2>



<p><strong>Cantor: </strong>Nei primi sette anni di carriera ho lavorato per SFX, un’agenzia molto importante. Mi occupavo di branding e di marketing nei contratti di sponsorizzazione per gli atleti. Poi ho cominciato a collaborare con David Falk, per due ragioni: uno, perché è uno dei migliori in questo business oltre che un autentico pioniere, e due perché l’idea me l’ha data lui. Mi ha detto: ‘Voglio che mi fai da partner, ma non solo per questioni di marketing, PR o cose così: devi diventare un’esperta di salary cap e di CBA, il contratto di negoziazione collettiva, e prendere l’abilitazione’. Se non me l’avesse proposto, non credo che ci avrei mai pensato.</p>



<p><strong>Holtz: </strong>Danielle Cantor. È nel settore da una vita e ha un’intelligenza incredibile. Inoltre, ho tantissime ex colleghe di quando lavoravo negli uffici della Lega e che adesso occupano posizioni di front office &#8211; Becky Bonner a Orlando, Teresa Resch a Toronto e Annabel Padilla a Brooklyn, ad esempio. Guardando le mie colleghe e parlando con i clienti, ho capito quali erano le mie possibilità. Questa è stata la mia ispirazione.</p>



<p><strong>Ruiz: </strong>Ho avuto un primo contatto con l’ambiente quando giocavo al college. Nello stesso periodo, altri atleti sono diventati professionisti. E più andavo a fondo, più mi dicevano che si tratta di un’industria durissima, competitiva da morire e dove per le donne non c’è spazio. E chi me lo diceva non voleva necessariamente essere negativo, ma non voleva indorare la pillola. ‘Non sai in che business ti stai andando a ficcare’, mi spiego? Ma dovevo essere sicura: se volevo veramente entrarci, dovevo farlo al 100%. E credo che a spingermi sia stato il rendermi conto che potevo crearmi il mio percorso, una volta capito meglio come funzionava. Mio padre me lo diceva sempre: se vuoi qualcosa, non aspettare che ti aprano la porta, buttala giù.”</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/c82b32_55d4ccab250a4b589faaeaa2a6c50751-mv2.png" alt=""/><figcaption>FOTO: Andscape</figcaption></figure></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Chi è stato il vostro primo cliente nella NBA? E che effetto vi ha fatto quando vi hanno detto che vi volevano come procuratore?</strong></h2>



<p><strong>Cantor:</strong> David e io abbiamo più o meno co-rappresentato tutti i nostri giocatori dal 2007 in poi. Il primo atleta seguito solo da me è stato Malcolm Brogdon. Sono stata coinvolta in ogni aspetto: dalle runioni di reclutamento alle contrattazioni dei free agent, dai preparativi per il Draft alle chiamate per il Draft stesso. Con Malcolm è stata tutta una questione di tempismo &#8211; è arrivato quando sapevo di avere abbastanza esperienza e i contatti necessari. E soprattutto, ero convinta delle mie capacità. Malcolm mi ha dato fiducia, è la persona giusta perché si espone per quello in cui crede. Insomma, una specie di congiunzione astrale.</p>



<p><strong>Holtz:</strong> Se parliamo di contratti, i miei primi due clienti sono stati Devin Booker e Karl-Anthony Towns dopo che Leon Rose, un nome storico in quest’ambiente, è diventato presidente dei Knicks. Sono stati loro a scegliere me e l’hanno fatto di loro iniziativa, senza nessuna pressione da parte dell’agenzia. È stata una decisione loro perché si sono fidati di me. E questa fiducia, questa convinzione che li potessi rappresentare e proteggere durante la loro carriera, oltre che essere un onore, ha significato moltissimo per me. Sapevano che ero la persona giusta per quel lavoro, poco importava che fossi uomo o donna. È qualcosa di speciale, che non do affatto per scontato.</p>



<p><strong>Ruiz: </strong>Ho cominciato da assistente. Ma il primo giocatore è stato Jordan Bell. In seguito, il manager di Jordan mi ha detto che hanno firmato con CAA perché c’ero io. E questo l’ho scoperto mesi dopo. Ha contato tantissimo per me: non me lo sono mai dimenticato e mi ha dato il coraggio di andare avanti con più forza.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Qual è stata la difficoltà maggiore o il momento più deludente durante la vostra carriera nel mondo dello sport?</strong></h2>



<p><strong>Cantor: </strong>Anni fa, quando già avevo il patentino da agente e seguivo ogni dettaglio sia in campo sia fuori, sono andata a vedere una partita dei Pacers con David Falk. Eravamo seduti a bordocampo e di fianco a lui c’era il proprietario di un team assieme a sua moglie. Lei ha cercato di fare conversazione con me per far sì che David e suo marito potessero parlare in pace. E dopo qualche minuto, ho capito: pensava che fossi la compagna di David. Mi sono sentita insultata, più scioccata che altro, perché con questa signora io stavo parlando d’affari. Fino a quel momento non mi ero resa conto che un sacco di gente probabilmente la pensava allo stesso modo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/c82b32_794bf8982f164f40a33a7700efabab66-mv2.jpg" alt="" width="439" height="659"/><figcaption>FOTO: Andscape</figcaption></figure></div>



<p><strong>Holtz: </strong>I momenti bui ci sono stati, come quando ti senti fuori posto o ti fanno sentire fuori posto. C’è chi ti fissa o cerca qualcuno più qualificato per avere conferma di quanto stai dicendo. Mi hanno persino detto: ‘Mi faccia parlare con l’agente’, invece di discuterne con me, anche se potevo rispondere, o comunque avevo la risposta a portata di mano, o i contatti giusti. Mi ha sempre dato sui nervi e mi ha fatto capire che c’è una ragione. Non è una cosa diretta a me necessariamente e non devo prendermela troppo sul personale. Chi è nella mia posizione viene visto in una certa maniera. Sono io a dover far cambiare questa percezione e fare quanto in mio potere per gestire questo cambiamento a mio vantaggio, ma soprattutto devo cambiare le cose per altre persone nelle mie circostanze.</p>



<p><strong>Ruiz: </strong>Per tutte noi ci sono situazioni che possono venire percepite come un insulto. E se mi dovessi concentrare su quest’aspetto, probabilmente mollerei. Cerco di non fissarmi su queste cose. Per me è tutta una questione di prospettiva.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Che cosa deve ancora accadere per far entrare più donne, specialmente di colore, in questa particolare professione? </strong></h2>



<p><strong>Cantor: </strong>Ci stiamo arrivando. Ci siamo quasi. Dobbiamo parlarne di più, ci devono essere maggiori possibilità per noi donne. E sono d’accordo: per quanto riguarda le donne di colore, bisogna farsi le ossa e farsi notare per avere queste opportunità. A mio avviso, parte del problema è il fatto che tantissime in questo settore lavorano nel marketing o nelle pubbliche relazioni, o ancora in un ruolo di supporto e assistenza del cliente. In generale non vengono viste in ruoli di upper management o come agenti. E così, anche quando si cercano donne, di colore e non, per questi profili, non c’è nessuno con sufficiente esperienza. È il classico cane che si morde la coda: non puoi fare esperienza se nessuno ti dà la possibilità, e viceversa.</p>



<p><strong>Holtz: </strong>Si tratta di vedere per credere, per quanto mi riguarda. Prendiamo Gregg Popovich, il coach di San Antonio, che dopo una sua espulsione ha dato la panchina a Becky Hammon, la sua assistant coach. Vedere una donna fare da capoallenatore per una squadra NBA – peraltro, aveva tutte le carte in regola e lo sapeva benissimo &#8211; è stato un momento fondamentale nella storia dello sport. Il fatto di affidarle quella posizione sin dall’inizio non è stata affatto una scelta popolare, e tutt’altro che scontata. Bisogna che gli uomini ci supportino per poter raggiungere una vera uguaglianza in termini di opportunità. Devono poter guardare al di là delle apparenze e dire <em>‘Sai cosa c&#8217;è? Lei è la persona giusta per fare quel lavoro’, </em>anche se non è un ruolo tradizionalmente occupato da donne e donne di colore. È qui che gli uomini entrano in gioco e ci possono dare una mano in questo percorso.</p>



<p><strong>Ruiz: </strong>Il talento c’è, ne sono convinta. Vedo tante di quelle donne e uomini, in particolare di colore, che hanno questa passione e le giuste qualità. A chi sta in alto e si occupa di reclutare nuovi agenti direi di mettere nella ricerca dei procuratori lo stesso impegno dedicato al rappresentare i clienti e allo scovare la prossima superstar in campo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/c82b32_8b5f7bbeacd1452cb5193c8bfadf073a-mv2.jpeg" alt="" width="276" height="473"/><figcaption>FOTO: Andscape</figcaption></figure></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Che responsabilità vi sentite addosso per le donne che vi considerano un esempio da seguire?</strong></h2>



<p><strong>Cantor:</strong> È una responsabilità enorme. Io preferisco lavorare dietro le quinte. Ma quando mi sono resa conto di quello che poteva rappresentare per tutte le giovani donne che verranno dopo di me, ho deciso di farmi sentire. È una grossa responsabilità, appunto.</p>



<p><strong>Holtz: </strong>Io voglio aprire le porte ad altre donne. Voglio poter dimostrare ad altre come me che possiamo farcela, che è una cosa normale e che abbiamo un posto da occupare. Ci sono tantissime colleghe che fanno un lavoro incredibile ogni giorno, e spesso e volentieri nessuno lo nota o lo fa notare. Per cui, se possiamo unire le forze e riesco a portare altre donne dalla mia parte nel corso della mia carriera, dimostrando loro che siamo alla pari con gli uomini, l’impatto sarà maggiore. E questa è la cosa che conta di più per me.</p>



<p><strong>Ruiz: I</strong>l fatto di essere autentica, senza filtri o conformismi, è qualcosa che devo non solo a me stessa, ma anche a chiunque vuole fare questo percorso o mi vede come modello. Ho letto il libro di Abby Wambach e c’è una frase che mi è molto piaciuta: ‘Sono grata per quello che ho, ma voglio quanto mi spetta.’ È una cosa importantissima, perché se non lo faccio per me, non aiuto chi verrà dopo di me.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Che cosa dite alle altre donne che vi contattano per avere consigli?</strong></h2>



<p><strong>Cantor: </strong>Al momento mi piace fare da mentore e parlare del business con le giovani donne che vogliono farlo. Io non ho avuto un modello da seguire o qualcuno che mi prendesse sotto la sua ala, anche se mi sarebbe piaciuto. È fondamentale rendersi conto delle possibilità e fare ancora di più. E so bene che chi ci seguirà, farà esattamente questo. Parlo per esperienza personale: troppo spesso noi donne ci sentiamo minacciate da altre donne forti, intelligenti e di talento. Non è il mio caso e non credo ci sia alcuna ragione per sentirsi minacciate. Secondo me dovremmo fare gruppo, aiutarci e sostenerci a vicenda.</p>



<p><strong>Holtz: A</strong> loro dico di credere in sé stesse e dare retta all’istinto. Si parla spesso d’intuito femminile, ma è la verità, specialmente in un ambiente dove l’intuito e i rapporti sono alla base. Per cui tento di dare un incoraggiamento in queste situazioni. Se ce l’ho fatta io, allora ce la potete fare anche voi. Lavorate sodo, siate ambiziose e soprattutto sappiate che avete tutto il diritto di starci, in quest’ambiente.</p>



<p><strong>Ruiz: </strong>Non c’è un vero e proprio modello da seguire per diventare un agente NBA, così come non c’è una tempistica fissa. Non è mai troppo tardi per cominciare. C’è da dire che ho avuto il supporto di tantissimi, e la cosa mi ha molto sorpreso dopo il Draft. Sulla sua pagina Instagram, <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.instagram.com/onherturf" target="_blank" rel="noopener">On Her Turf </a></span>ha postato che sono stata l’unica donna a rappresentare un giocatore nel Draft, e il feedback è stato più che positivo. Cerco di farmi sentire con più persone possibili e di sicuro voglio continuare a raggiungere più gente possibile.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Russell contro Russell</title>
		<link>https://aroundthegame.com/russell-contro-russell/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Rusnighi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Feb 2021 09:54:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[bill russell]]></category>
		<category><![CDATA[Boston]]></category>
		<category><![CDATA[olimpiadi]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[Niente. In TV non c’era un accidente di niente. Oddio, a occhio e croce due o tre programmi interessanti si potevano anche trovare. Ma erano in tedesco. E di tedesco lui non capiva una parola. A malapena “Morgen” e “Danke”, giusto per dire qualcosa al personale del ristorante dove si scodellava tre pasti al giorno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/07/7db34f_3cbcc8e2ba754d308c816e35fd56fa2b-mv2-1024x576.jpeg" alt="" class="wp-image-25616" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/07/7db34f_3cbcc8e2ba754d308c816e35fd56fa2b-mv2-1024x576.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/07/7db34f_3cbcc8e2ba754d308c816e35fd56fa2b-mv2-300x169.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/07/7db34f_3cbcc8e2ba754d308c816e35fd56fa2b-mv2-150x84.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/07/7db34f_3cbcc8e2ba754d308c816e35fd56fa2b-mv2-768x432.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/07/7db34f_3cbcc8e2ba754d308c816e35fd56fa2b-mv2-1536x864.jpeg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/07/7db34f_3cbcc8e2ba754d308c816e35fd56fa2b-mv2-1080x608.jpeg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/07/7db34f_3cbcc8e2ba754d308c816e35fd56fa2b-mv2.jpeg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Niente.</p>



<p>In TV non c’era un accidente di niente.</p>



<p>Oddio, a occhio e croce due o tre programmi interessanti si potevano anche trovare. Ma erano in tedesco. E di tedesco lui non capiva una parola. A malapena “Morgen” e “Danke”, giusto per dire qualcosa al personale del ristorante dove si scodellava tre pasti al giorno da una settimana.</p>



<p>Non era il tipo da lamentarsi, ma la cucina locale non la digeriva proprio. Sauerkraut a colazione? Dio mio, no. E poi salsicce extralarge che puzzavano maledettamente (anche se non erano malaccio), un pane nero e acido che riusciva a trangugiare solo con quantità industriali di burro e una poltiglia immonda di yogurt, germi di grano e succo di frutta che chiamavano “Bircher Muesli”. Finiva per farsi andare bene tutto perché moriva di fame, ma avrebbe dato un braccio per ingozzarsi di pancake con sciroppo d’acero e sgranocchiare due strisce di bacon come Dio comanda</p>



<p>Fortuna che la sera si mangiava meglio, seppure in modo un po’ monotematico: Wiener Schnitzel il lunedì, Wiener Schnitzel il martedì, Wiener Schnitzel il mercoledì e via discorrendo. Magari c’era anche altro sul menù, ma non voleva rischiare, anche perché non ci capiva un’acca. E poi c’era Ingrid, la cameriera che regolarmente lo serviva al tavolo e che due cucchiaiate extra di patate gliele dava sempre, assieme a un mezzo sorriso da cavare il fiato. Non che la guardasse più di tanto in faccia, intendiamoci: indossava sempre un costume tipico bavarese che lasciava poco all’immaginazione, e ogni sera lui si sorprendeva a invocare Domineddio con la devozione di un anacoreta che un bottone – uno solo! – di quella camicetta bianca tutta sbuffi decidesse di ammutinarsi per una frazione di secondo. Purtroppo il Padreterno non aveva finora compiuto miracoli di natura sartoriale. Anche se forse era meglio così: non era sicuro di cosa avrebbe fatto se la sua richiesta fosse stata esaudita. Specialmente con un genitore di fianco. Meglio non pensarci.</p>



<p>Finalmente, dopo uno zapping indolente durato cinque minuti buoni, si trovò a decidere tra un orrendo festival di musica tirolese, una partita di calcio e un film western. Scartata per ovvi motivi la prima opzione, pensò che di sport nei prossimi giorni ne avrebbe visto anche troppo e quindi si decise per il western. Tornò a sedersi in poltrona, mentre sullo schermo un biondo vestito di stracci affondava la faccia in una padella di fagioli al sugo. Non era Shaft, ma poteva anche andare bene da qui a ora di cena.</p>



<p>Il padre era sdraiato sul letto, intento a leggere Baldwin in silenzio, le gambe interminabili appoggiate sull’altra poltrona. Niente di nuovo, per carità: anche se quello era il migliore albergo di Monaco, sembrava tutto in miniatura. Specialmente per un sette piedi.</p>



<p>Si chiese come facesse a prendere sonno in quella sorta di scatola da scarpe, e poi si rese conto che la domanda era superflua: tanto non gliel’avrebbe mai detto. L’illustre genitore non era tipo da fare rimostranze inutili, anche se molti (specialmente la stampa di <strong>Boston)</strong> la pensavano diversamente.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7db34f_d11b37afb8884ee4ad04a96fc27c554d-mv2.jpg" alt=""/><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Passò qualche minuto. Sullo schermo il rumore esagerato di cazzotti e pallottole, sul letto il fruscio delle pagine. E in sottofondo, il ronzio dell’aria condizionata in quel pomeriggio di fine agosto 1972. Anche se aveva appena piovuto, faceva un caldo becco. Il mondo si preparava alla cerimonia di apertura della XX <strong>Olimpiade,</strong> Brando corleoneggiava sontuosamente nei cinema e a pochi isolati di distanza, i fanatici palestinesi di Settembre Nero si preparavano per scrivere una delle pagine più sanguinarie nella storia dello sport.</p>



<p>Ma <strong>William Russell Junior </strong>questo non lo sapeva. Suo padre gli aveva regalato quel viaggio in Europa perché voleva fargli respirare un’atmosfera diversa da quella di Seattle e tenerlo occupato dopo la scuola. E ovviamente, entrambi erano ansiosi di assistere a quello che molti definivano “il più grande spettacolo del mondo.” Certo, per papà Bill non era la prima volta: aveva vinto l’oro (<em>ça va sans dire</em>) a Melbourne nel ’56. Godersi le Olimpiadi da spettatore era un’altra cosa, però. Specialmente con un quindicenne al seguito.</p>



<p>“Papà?”</p>



<p>“Mhm?”</p>



<p>“Che ne dici della squadra di quest’anno?”</p>



<p>“Niente male.”</p>



<p>“Secondo te vinceranno?”</p>



<p>“Direi di sì. Anche se i russi sanno il fatto loro.”</p>



<p>“Chi è il tuo preferito?”</p>



<p>“Hank Iba.”</p>



<p>“Ma lui è l’allenatore, papà! Intendo tra i giocatori.”</p>



<p>“Hank Iba.”</p>



<p>William Junior scosse la testa. A volte il suo vecchio non lo capiva proprio. Cosa voleva dire? Che un allenatore conta più di chi è in campo? Che Hank Iba era speciale e sapeva ottenere risultati indipendentemente dal talento a sua disposizione? Boh.</p>



<p>Sembrava quasi che gli piacesse risultare incomprensibile. Ma d’altronde glielo aveva insegnato nonno Jake. “È sempre meglio capire che essere capiti.” Appunto.</p>



<p>“Papà?” chiese all’improvviso, sempre fissando lo schermo.</p>



<p>“Mhm?” bofonchiò il padre, senza smettere di leggere.</p>



<p>“Tu pensi che possa giocare nell’NBA?”</p>



<p>“Se è questo che vuoi e lo desideri abbastanza, allora sì. Ma prima di tutto devi andare al college.”</p>



<p>“Gioco tutti i giorni, sai. E ho battuto tutti quanti a scuola.”</p>



<p>“Bravo”.</p>



<p>“Mi sa che devo trovare un nuovo stimolo.”</p>



<p>“Bene.”</p>



<p>“Papà?”</p>



<p>“Mhm?”</p>



<p>“Vuoi giocare uno contro uno?”</p>



<p>Silenzio.</p>



<p>Russell senior abbassò il libro. Russell junior distolse lo sguardo dalla TV dove un tizio con la barba le stava dando di santa ragione a tre messicani. Per una frazione di secondo che parve eterna, i due si fissarono.</p>



<p>“Lo sai che non gioco più, figliolo.”</p>



<p>Non mentiva. Sin da quando aveva appeso le scarpe al chiodo, nessuno l’aveva mai visto con un pallone da basket in mano. Nessuna partita delle vecchie glorie, nessuna esibizione di beneficenza. Niente. I nastri dei vecchi incontri venivano conservati insieme ai filmini di famiglia, gli album con i ritagli di giornale accumulavano polvere nella libreria. La casa sul lago in cui vivevano non aveva neanche un canestro in giardino. Gli unici due segni della storica carriera di <strong>William Felton Russell </strong>erano le foto appese alle pareti dello studio e una bacheca traboccante di medaglie, coppe e trofei celebrativi, molti dei quali rabberciati alla meglio con il nastro adesivo. Ma per il resto, nessun segno di ostentazione. Nessuna icona celebrativa. Come diceva sempre, il basket era stato parte della sua vita ma non era la sua vita.</p>



<p>William Junior era deluso. A scuola gli chiedevano sempre com’era vivere con una leggenda e lui invariabilmente rispondeva, spiazzante: “Non saprei. Io vivo con mio papà.”</p>



<p>Lo sapeva bene che suo padre non aveva più toccato palla dal 23 aprile 1969. L’aveva letto tante volte. I <strong>Lakers </strong>erano sicuri di vincere quella<strong> Gara 7.</strong> Avevano appeso al soffitto un oceano di palloncini gialli e viola che dovevano cadere sulla folla dopo la sirena, mentre la banda di USC suonava “Happy Days Are Here Again”, come descritto nel volantino stampato in migliaia di copie e lasciato sui seggiolini del Forum. E il buon Bill, visto il programma della serata, aveva pensato bene di fare il guastafeste. Risultato? 108-106 e titolo ai <strong>Celtics,</strong> come da copione.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7db34f_24d44a89717d4783b9806afa91c23141-mv2.jpg" alt="" width="682" height="472"/><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Ce n’erano di storie da raccontare. E forse era vero. Forse William viveva davvero con una leggenda. Ma per lui quel gigante dall’aria solenne e dalla risata esplosiva che amava giocare a golf, gli controllava i compiti e collezionava trenini elettrici era solo papà. E allora perché non fare due tiri con suo figlio, santiddio? Era davvero così importante rispettare un impegno preso&#8230; con chi, poi?</p>



<p>William Junior si sentiva esasperato da quell’eccesso d’integrità. E per una volta, l’irruenza dei suoi quindici anni ebbe la meglio sul suo enorme rispetto per l’uomo che l’aveva messo al mondo.</p>



<p>“Cos’è, hai paura di fare una figuraccia?”</p>



<p>Silenzio.</p>



<p>“No.”</p>



<p>“Be’, secondo me hai paura”, ribatté William Junior con un mezzo sorriso di sfida.</p>



<p>Silenzio.</p>



<p>Si accorse di aver fatto andare la bocca a sproposito e di dover cambiare argomento, per cui accennò un saluto frettoloso e tornò in camera sua per prepararsi per la cena. Si infilò in doccia. Voleva presentarsi tirato a lucido all’appuntamento con Ingrid e quel fatidico bottone. Hai visto mai che stasera era la volta buona.</p>



<p>Aveva appena finito di asciugarsi quando il telefono sul comodino squillò. E dall’altra parte, una voce che conosceva bene pronunciò un ordine secco.</p>



<p>“Scendi.”</p>



<p>Click.</p>



<p>William Junior restò per due secondi con la cornetta in mano, inebetito. Appena riavutosi, infilò senza guardare una t-shirt e un paio di pantaloni della tuta, calze bianche e le adidas che la mamma gli aveva regalato per Natale. Si catapultò giù dalle scale. Meglio non farla aspettare, quella voce.</p>



<p>Arrivato nella hall, si sentì chiamare. E, voltatosi, lo vide. Indossava una maglietta bianca da allenamento, calzoncini verdi – <em>quei </em>calzoncini verdi &#8211; con due bande bianche e le scarpacce nere di tela usate nella finale del ’69. Nella mano destra reggeva un secchio da champagne stracolmo di ghiaccio, dal quale spuntavano quattro colli di bottiglia con tappo a corona e un cavatappi di metallo.</p>



<p>“Andiamo.”</p>



<p>“Dove?”</p>



<p>“Vedrai.”</p>



<p>OK, pensò lui. Meglio non fare domande. Tanto non avrebbe cavato un ragno dal buco.</p>



<p>Dieci minuti più tardi, il taxi si fermò davanti all’entrata di una cattedrale di cemento nel cuore di Monaco.</p>



<p>“Aspetta qui. Torno subito.”</p>



<p>Due minuti dopo, Bill senior tornò verso l’auto, pagò il tassista e gli disse semplicemente: “Eine Stunde”. Il tizio al volante annuì.</p>



<p>“Vieni.”</p>



<p>William uscì dal taxi, sempre più incuriosito e sempre più a corto di parole. Uno sbarbato sovrappeso vestito da guardia giurata salutò entrambi con un cenno del capo e si avviò verso una delle porte di servizio. Bill lo seguì a ruota, con William Junior che dovette correre per stargli dietro. Cinque minuti buoni di marcia in corridoi semibui, il silenzio interrotto solo dai passi dei tre e dal tintinnio delle bottiglie. E poi finalmente videro una pozza di luce che illuminava a giorno un campo da basket circondato da un mare di tribune immerse nell’oscurità. All’interno del cerchio di centrocampo, un pallone.</p>



<p>Bill recuperò una banconota da 200 marchi dal calzino, afferrò le due birre nel secchio e allungò il tutto allo sbarbato, che ricambiò con un sorriso a trentadue denti e si diresse verso gli spogliatoi felice come una Pasqua. Sarebbe rientrato tardi stasera, ma una settimana di paga extra per un’ora di straordinario valeva bene i teutonicissimi improperi della sua signora.</p>



<p>Senza proferire verbo, papà Russell entrò in campo, posò il secchio sul tavolo del referto e prese in mano il pallone.</p>



<p>“Be’, che aspetti?”</p>



<p>William Junior, che stupido non era ma aveva bisogno di raccapezzarsi, ritrovò finalmente il numero di casa.</p>



<p>“Papà, ma dove siamo?”</p>



<p>“<strong>Basketballhalle”</strong>.</p>



<p>“La palestra olimpica?”</p>



<p>“Esatto.”</p>



<p>“Ma come&#8230;? E che ci facciamo qui?”</p>



<p>“Uno contro uno. A quanto arriviamo?”</p>



<p>Non ci credo, pensò. L’ho convinto.</p>



<p>“Ai 21?”</p>



<p>“OK”.</p>



<p>Si diressero verso l’area, sempre in silenzio. Bill passò il pallone al figlio, piegò le gambe in posizione difensiva sulla linea del tiro libero e attese. Il giovane Russell non poté trattenere un sorriso. Finalmente.</p>



<p>Fece una partenza incrociata a sinistra, due palleggi e una volta sotto canestro fece per segnare in appoggio. Era stato facile. Troppo facile. William Junior vide tutto nero, sentì solo il rumore sordo della palla che si stampava sul tabellone e prima che potesse capire cosa stava succedendo, il padre lo stava guardando con la sfera in mano.</p>



<p>“Riprova.“</p>



<p>Tentò allora il tiro in sospensione. Aveva un buon jump-shot, questo lo sapeva. Niente di letale, ma abbastanza affidabile. Gli sembrava una conclusione più sicura. Il polso rilasciò la palla con una parabola altissima. Questa entra, pensò. Ma Bill saltò da fermo e, senza neanche sforzarsi, interruppe la traiettoria del pallone a mezz’aria e lo tirò giù con entrambe le mani come una mela dall’albero.</p>



<p>“Riprova.”</p>



<p>OK, papà. L’hai voluto tu. Uscì dall’area palleggiando, preparandosi mentalmente all’impatto. Se il suo vecchio voleva giocare duro, tanto meglio. Prese una rincorsa che sembrava infinita, mise la palla a terra due volte e si librò in aria con tutta la sua forza del suo metro e novanta. Adesso ti schiaccio in testa, papà.</p>



<p>All’improvviso si scontrò con un muro di cemento armato, sentì il braccio cedergli e si ritrovò lungo disteso per terra mentre Bill gli sorrideva con l’arancia nella mano sinistra. Aveva appena avuto l’onore di ricevere non uno, ma tre di quelli che i cronisti sportivi chiamavano “Wilsonburgers”, anche se gli era stata risparmiata l’ignominia di doversi rimangiare la sfera.</p>



<p>“Adesso tocca a me”.</p>



<p>Il tutto durò una frazione di secondo. Primo passo a sinistra, due falcate e William Junior vide papà &#8211; il suo papà, quello che solo un’ora prima era disteso sul letto a leggere “The Fire Next Time” e che da tre anni e mezzo non entrava in campo neanche per una partitella con gli amici – abbandonare il suolo e decollare. Letteralmente. Una sorta di uragano caraibico fece tremare tutto il supporto del canestro.</p>



<p>“Uno a zero”.</p>



<p>Uh-oh, si disse William Junior. Mi sa che sono nei guai.</p>



<p>Bill si riposizionò in cima all’area con il pallone in mano. Come da migliore tradizione dei playground, chi segnava aveva diritto a mantenere il possesso.</p>



<p>Finta di tiro. Il giovane Russell abboccò come da manuale, liberando la pista per un altro decollo. Affondata a due mani e due a zero.</p>



<p>Provò a difendere in maniera più aggressiva. Niente da fare: il padre si portò spalle a canestro e lasciò partire un gancio sinistro che andò a segno dopo aver fatto sponda sul tabellone. “Tre a zero”.</p>



<p>Va bene. Allora facciamolo tirare da lontano. Dopotutto era un centro e i centri non sono buoni tiratori, giusto? Tiro piazzato dalla media distanza. Solo rete e quattro a zero. William Junior si sentì cadere le braccia. C’era qualcosa che non sapesse fare? E poi si ricordò di zio Wilt, che il giorno del Ringraziamento parcheggiava la sua Lamborghini nel vialetto di casa Russell per sbranarsi un tacchino intero e passare il pomeriggio a giocare con i trenini elettrici nello studio.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7db34f_1a7c50da202843258e2d0ea8d0a1dd2a-mv2.jpg" alt=""/><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Zio Wilt aveva appena vinto il suo secondo titolo con i Lakers, ma i migliori anni della sua carriera li aveva passati affrontando suo padre. Era una sorta di divinità pagana prestata al basket, uno che spostava gli avversari sollevandoli come bambole di pezza quando gli davano noia. Era anche una macchina da statistiche: aveva segnato 100 punti in una partita e 50 di media in una stagione, prendeva rimbalzi a grappoli e stoppava l’impossibile. Aveva persino vinto la classifica degli assist, porca miseria. Lui e papà se le davano di santa ragione ogni anno e zio Wilt aveva quasi sempre la meglio, anche se poi erano i Celtics a portare a casa l’anello.</p>



<p><em>Papà è abituato a giocare &#8211; e a vincere! &#8211; contro uno così. Che speranza ho io?</em></p>



<p>Nessuna, era ovvio. Ma non poteva tirarsi indietro. Era un Russell e da tempo immemore, i Russell avevano una parola sola. Per cui decise di dare il massimo e vendere cara la pelle. Al diavolo il risultato.</p>



<p>Finalmente, dopo il decimo canestro consecutivo, William Junior riuscì a catturare un rimbalzo su una palla vagante. Tirò subito, preso dal panico, scheggiando solo il ferro. Miracolosamente riuscì a mantenere il possesso. Cacciò un respiro che gli disingolfò il cervello e cercò di concentrarsi. E lentamente, azione dopo azione, i muscoli cominciarono a sciogliersi. Inizio à tirare in modo meno legnoso, a muoversi con più decisione, a difendere con maggiore aggressività e meno timore reverenziale.</p>



<p>La partita assunse gradualmente un suo ritmo. E, come per tacito accordo, nessuno dei due parlava, neanche per segnare il punteggio. Era una sorta di magico rituale, una danza antica e sempre nuova tra uomo e uomo. Uno scontro tra generazione che si ripeteva da secoli in tutte le culture del mondo.</p>



<p>Presente contro futuro.</p>



<p>Padre contro figlio.</p>



<p>Russell contro Russell.</p>



<p>E quando sul 19 a 0 il pallone finì in tribuna dopo l’ennesima stoppata subita, William Junior seppe dentro di sé che avrebbe continuato volentieri a giocare per sempre. Poco importava che non riuscisse a fare un singolo punto. Gli piaceva il fatto che suo padre non gli facesse sconti, che lo rispettasse abbastanza per trattarlo come uno dei suoi avversari. Per trattarlo da uomo.</p>



<p>Ti voglio bene, papà &#8211; pensò.</p>



<p>Andò a recuperare la palla e si posizionò sul gomito dell’area, pronto per un altro disperato attacco al canestro, quando vide che Bill era immobile, dritto come un palo. “Segna.”</p>



<p>Cosa?! No. Lui non era tipo da elemosinare canestri da nessuno, mai. Specialmente in un momento puro come questo.</p>



<p>“No, papà”.</p>



<p>“Segna”.</p>



<p>“Ma perché? Non capisco.”</p>



<p>“Tu segna e basta. Due volte.”</p>



<p>“Vuoi fregarmi con una stoppata all’ultimo come sempre?”</p>



<p>“Ti prometto che non mi muovo.”</p>



<p>William Junior sapeva che non mentiva mai, ma non riusciva a raccapezzarsi. Sapeva anche che avrebbero passato lì tutta la notte se non gli avesse ubbidito, per cui decise di stare al gioco e accennò un’entrata a destra: palleggio, palleggio, due passi e appoggio a canestro. 19 a 1. Suo padre non si era spostato di un centimetro. Non si era neanche voltato a guardare il canestro.</p>



<p>Non aveva senso. Perché, dopo essersi scannati per un’eternità, farlo segnare così? Gli faceva pena, forse? Pieno di rabbia in corpo, tornò a fronteggiare il padre, che con la maglietta gocciolante di sudore era bloccato sulla linea di tiro libero.</p>



<p>Fece una breve finta di tiro. Niente. Poi una finta di testa. Niente. Gli sembrava di avere di fronte una statua. Alla fine decise e palleggiò una volta, si arrestò in due tempi e lasciò partire una parabola perfetta. 19 a 2.</p>



<p>Recuperò il pallone da sotto il canestro e si riposizionò in cima alla lunetta. E in una frazione di secondo, la statua si rianimò: suo padre piegò di nuovo le ginocchia e allargò le braccia lunghissime, occupando per intero la sua visuale come un’eclissi, più feroce e determinato di prima. Le ostilità ripresero con maggiore foga e determinazione.</p>



<p>A William Junior quella farsa non era piaciuta. Ricominciò a combattere su ogni possesso, a difendere alla morte e a saltare su ogni rimbalzo. Voleva dimostrare che poteva segnare da solo, senza pietà o concessioni da parte di nessuno. Quei punti se li voleva guadagnare.</p>



<p>Ma dopo altri cinque minuti di lotta senza quartiere in cui arrivò quasi a realizzare un altro canestro, giunse il momento di svegliarsi dal sogno. Bill mise a segno l’ennesimo gancio dall’angolo con appoggio al tabellone e chiuse la pratica con tomahawk che squassò i muri della palestra. 21 a 2, partita finita.</p>



<p>William Junior crollò a terra esausto. Era sudato fradicio, gli mancava il respiro e per un interminabile minuto non riuscì a fare altro che fissare il soffitto. E poi vide una mano enorme tendersi verso di lui e due occhi pieni d’affetto guardarlo come solo un padre sa guardare un figlio. “Forza.”</p>



<p>Bill lo aiutò a rialzarsi. William Junior si rimise in piedi a fatica. “Vuoi da bere?” &#8211; “Certo.”</p>



<p>Bill andò verso il tavolo del referto e affondò la mano nel secchio pieno d’acqua, estraendo due bottiglie di Coca Cola gelate. Rimasero in silenzio, bevendo a lunghi sorsi.</p>



<p>La faccia dello sbarbato fece capolino dal buio, con l’aria colpevole di chi sa di avere interrotto un momento speciale. Ma l’ora era passata, la birra finita e lui doveva tornare a casa per beccarsi la sua meritata dose d’insulti. Bill gli fece cenno col capo. Padre e figlio si diressero verso il corridoio che li avrebbe riportati all’esterno. Era sicuro che il tassista li stesse aspettando – i tedeschi sono gente precisa.</p>



<p>“Papà?”</p>



<p>“Dimmi”.</p>



<p>“Perché mi hai fatto segnare due volte?”</p>



<p>“Per due ragioni. La prima è che non voglio che tu dica in giro che sono stato così cattivo da massacrarti.”</p>



<p>“E la seconda?”</p>



<p>“La seconda è che potrai vantarti con tutti di aver segnato due volte contro <strong>Bill Russell.</strong>”</p>



<p>William Junior non potè fare a meno di sorridere.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7db34f_635ecbbc59ff47e791b1f1a27d8978f8-mv2.jpg" alt="" width="448" height="251"/><figcaption>FOTO: SLAM</figcaption></figure></div>



<p>Si chiusero alle spalle la porta di servizio. Lo sbarbato barcollò verso una scassatissima Volkswagen e partì senza indugio alla volta di casa. Assaporava già un’altra birra e voleva mostrare alla moglie i 200 marchi. Il tassista, come previsto, li aspettava con il motore acceso. Papà Bill abbozzò un sorriso. Precisi, questi tedeschi.</p>



<p>Cominciarono a camminare verso il taxi. “Andiamo. Non vogliamo far tardi per cena. Ti deciderai a parlarle stasera?”</p>



<p>“A chi?”</p>



<p>“Alla cameriera&#8230; come si chiama?”</p>



<p>“Ingrid. Ma come&#8230;?”</p>



<p>“Mi prendi per cieco? Sono stato giovane anche io, sai. E poi si vede che le piaci.”</p>



<p>“&#8230;”</p>



<p>“Se la guardassi in faccia ogni tanto, invece di fissarle la camicetta, l’avresti già capito.”</p>



<p>William Junior arrossì violentemente. “Dai, non prendertela”, gli disse Bill, scoppiando in una delle sue famose risate. “Ci siamo passati tutti. Certo, ti devi dare&#8230; ci dobbiamo dare una ripulita. Non ci possiamo mica presentare così, no?”</p>



<p>“È vero, papà.”</p>



<p>Salirono sul sedile posteriore del taxi e chiusero la portiera. L’auto fece una rapida inversione a U, uscì dal parcheggio del palazzetto e s’immise nel traffico.</p>



<p>William Junior si mise a guardare fuori dal finestrino, assaporando per la prima volta una strana sensazione di pace. Era come se l’universo avesse ristabilito una sorta di equilibrio. In quel momento si rese conto di essere stato parte di qualcosa di speciale in quella sera di agosto <strong>1972.</strong> Non aveva affrontato solo suo papà: aveva affrontato la storia del Gioco. La tradizione. Aveva dato del filo da torcere al più grande cestista di tutti i tempi.</p>



<p>E soprattutto poteva dire di avere lottato con l’uomo più speciale che conoscesse. Aveva giocato nell’ultima partita di sempre del grande Bill Russell, uscendone a testa alta. E all’universo non poteva chiedere di meglio.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
