<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Luca Mich | Around the Game</title>
	<atom:link href="https://aroundthegame.com/author/luca-mich/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://aroundthegame.com</link>
	<description>Dove il basket sopravvive agli highlight</description>
	<lastBuildDate>Sat, 22 Feb 2025 08:35:15 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>
	<item>
		<title>And1 Mixtape: quando l&#8217;NBA era davvero in quattro quarti</title>
		<link>https://aroundthegame.com/and1-mixtape-quando-l-nba-era-davvero-in-quattro-quarti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Mich]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 May 2021 11:54:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[And1]]></category>
		<category><![CDATA[jamal crawford]]></category>
		<category><![CDATA[kevin garnett]]></category>
		<category><![CDATA[latrell sprewell]]></category>
		<category><![CDATA[mixtape]]></category>
		<category><![CDATA[rafer alston]]></category>
		<category><![CDATA[stephon marbury]]></category>
		<category><![CDATA[vince carter]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[Il racconto è disponibile anche in versione podcast &#8211; clicka QUI per ascoltarlo! C’è stato un tempo, nemmeno troppi anni fa, in cui ciò che oggi è popolare ed onnipresente, non lo era affatto. Quello che oggi possiamo sentire su dischi, servizi streaming, file MP3, podcast, web radio, tv, documentari, non era impresso da nessun’altra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="800" height="427" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/08/7db34f_d950ee7b6e0145d198ce3e3ca06ba275-mv2.png" alt="" class="wp-image-27083" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/08/7db34f_d950ee7b6e0145d198ce3e3ca06ba275-mv2.png 800w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/08/7db34f_d950ee7b6e0145d198ce3e3ca06ba275-mv2-300x160.png 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/08/7db34f_d950ee7b6e0145d198ce3e3ca06ba275-mv2-150x80.png 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/08/7db34f_d950ee7b6e0145d198ce3e3ca06ba275-mv2-768x410.png 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure></div>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>Il racconto è disponibile anche in versione podcast &#8211; clicka <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://open.spotify.com/episode/1naDJkoXBjtobjJZ1WaJZQ?si=X8vXfj0uTrOywbEUD-l5zg&amp;dl_branch=1" target="_blank" rel="noopener">QUI </a></span>per ascoltarlo!</em></p></blockquote>



<p>C’è stato un tempo, nemmeno troppi anni fa, in cui ciò che oggi è popolare ed onnipresente, non lo era affatto. Quello che oggi possiamo sentire su dischi, servizi streaming, file MP3, podcast, web radio, tv, documentari, non era impresso da nessun’altra parte che nelle menti e nei cuori di pochi appassionati. Nicchie fatte di passione, di schiene rotte sull’asfalto, di spray colorato sui muri, di microfoni usati come armi per esprimere il proprio grido, di dischi scratchati e messi a tempo per creare una musica che, semplicemente, non esisteva prima, né esisteva dopo.</p>



<p>Dovevi esserci, lì in quel momento, nel block party, nell’appartamento di quel tipo che faceva il DJ, all’angolo di quel viale dove i dischi venivano martoriati, messi in loop all’infinito ed allora, solo allora, qualcuno aveva abbastanza battute per rapparci sopra, per sputare le sue rime, per raccontare qualcosa dentro quei nuovi e sempre originali quattro quarti.</p>



<p>C’è stato un tempo in cui addirittura qualcuno, in molti in realtà, sostenevano che non fosse nemmeno <strong>musica.</strong> Un tempo di servizi televisivi che spiegavano cos’era il <strong>rap </strong>e come nascesse.</p>



<p>C’è stato un tempo in cui il qui ed ora, il vissuto live di quei concerti improvvisati da un DJ e da un MC, un maestro di cerimonia che metteva in rima il suo di vissuto, era l’unico modo per sentire una cosa nuova nata nelle strade: la musica <strong>hip hop.</strong></p>



<p>E se oggi questa fa parte della cultura popolare, se di fatto a livello di superficie ha perso l’hip e si è trasformata in pop, mentre “beneath the surface” come scriveva GZA, rapper del Wu-Tang Clan, sotto la superficie batte ancora uno spirito underground motore di innovazione; se oggi tutti familiarizziamo con Jay Z, Tupac, Eminem, Nas, Kendrick Lamar, alcuni tra i migliori maestri di cerimonia, sul finire degli anni ’70, quando il movimento hip hop è nato, la vera star era quella che stava dietro la console, non davanti.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7db34f_190728eb2bae45488bd77d6239ec673c-mv2.png" alt="" width="801" height="578"/><figcaption>FOTO: This Song Is Sick</figcaption></figure></div>



<p>Il vero creatore di tutto quanto, era colui che metteva a tempo i dischi, che con gli scratch creava un suono nuovo: una melodia stridula che faceva ballare i breaker, che trasformava il giradischi in uno strumento. La vera star era lui, il DJ. DJ Kool Herc, Grandmaster Flash, Afrika Bambataa sono the originators, quelli che utilizzando il “break”, il pezzo di un brano funk con più batteria e meno melodia sopra, quello più ritmato capace di scandire il ballo e la rappata dei nuovi artisti, crearono di fatto un suono nuovo. E per sentirlo dovevi esserci, in una sorta di tradizione orale che dalla Jamaica e dai suoi soundsystem, dai balli tribali africani e dai suoi botta e risposta col pubblico disposto a cerchio, si estendeva al Bronx, a New York City, culla del movimento.</p>



<p>Era una questione di attitudine, di riuscire a combinare suoni e parole e dargli forma di immagine con il ballo. Di cucire tutto assieme con quel ritmo che faceva muovere il collo avanti e indietro: il ritmo in quattro quarti, quel boom-bap che magari non sai spiegare, ma che ti fa piegare.</p>



<p>Certe frequenze e certi palchi erano precluse al suono della strada per eccellenza, gli artisti si conoscevano sull’asfalto, iniziavano a collaborare quando si conoscevano d un evento al sabato pomeriggio, quando davanti a un microfono si scambiavano rime in uno contro uno, come in una sfida tra playmaker a suon di palleggi, rimbalzi sull’asfalto e frasi provocatorie.</p>



<p>L’attitudine era quella della strada, <strong>basket e</strong> hip hop erano intimamente collegati, l’uno l’espressione dell’altro, il megafono reciproco.</p>



<p>E dovevi essere lì, giocartela. Oppure, doveva arrivarti in mano, un po’ per caso o dopo ricerche nei mercati all’aperto di Canal Street o agli angoli delle strade, quella che fu la prima forma di divulgazione non ufficiale di quella tradizione orale, il primo supporto fisico a circolare tra gli appassionati, diffondendo a macchia d’olio una cultura e una passione di cui fino a quel momento si vociferava solamente.</p>



<p>Quella cosa, era il <strong>mixtape.</strong> Tecnicamente si trattava di una cassetta prima, di un CD poi e in seguito anche di una semplice e molto meno affascinante playlist, che alcuni DJ iniziarono a stampare e far circolare del tutto amatorialmente ed illegalmente per le strade di New York: dentro quei nastri era racchiuso il suono dell’asfalto. A volte si trattava di pezzi strumentali zeppi di scratch, altre di pezzi veri e propri con i migliori MC a sfidarsi a colpi di rima. Nei mixtape migliori i pezzi erano tutti mixati tra di loro in un’opera sartoriale di taglia e cuci, che il DJ preparava dopo aver catturato su nastro con registrazioni home-made la voce dei migliori rapper in circolazione.</p>



<p>Entrare in possesso di uno dei quei mix significava essere folgorati da qualcosa che di lì a poco avrebbe per sempre cambiato la musica, ma anche il modo stesso di promuoversi: i mixtapes erano l’unica stazione radio disponibile per quel nuovo genere musicale. E connettevano persone, chi ascoltava e chi la musica la faceva: senza quei supporti alcuni gruppi non si sarebbero nemmeno mai formati, erano ciò che rendeva possibili le relazioni sociali, il networking, e per molti artisti sarebbero stati anche il solo ed unico modo di confezionare un vero e proprio street album da sottoporre a qualche etichetta. Tutti i migliori hanno iniziato così, come Nas&#8230;</p>



<p>Ma che c’entra tutto questo con la pallacanestro? Beh, c’entra eccome, perché se l’era post <strong>Michael Jordan,</strong> a partire dal suo ritiro nel 1998, è stata quello che è stata ed ha mantenuto vivo l’interesse per il basket a stelle e strisce, la si deve proprio all’intuizione di un DJ che, fondendo come mai prima basket e hip hop, diede vita a un movimento enorme capace di rivoluzionare stile espressivo, modi di comunicare, vestire ed interpretare il gioco del basket.</p>



<p>Quel DJ era <strong>Set Free Richardson </strong>e nel &#8217;98 decise che per lo streetbasket giocato nei campetti della Mela, era ora di uscire allo scoperto. Set Free è colui che usando la tecnica dei mixtape musicali e mischiandola alle immagini dei movimenti più pazzeschi che potete immaginare su un campo da basket in asfalto, inventò gli <strong>And1 Mixtape.</strong> Il gioco dei prossimi 10 anni almeno, non sarebbe più stato lo stesso.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="The Creator of the And1 Mixtape - Set Free Interview" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/r5cjanXahvc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>La formula di Set, DJ della prima ora bronxiana, era semplice quanto piuttosto complicata tecnicamente da realizzare: unire cultura hip hop e basket dandogli la forma di un video mixtape, in cui le immagini dei migliori funamboli dei playground &#8211; quelli col ball handling immaginifico, i crossover più letali, i tricks che lasciano sul posto il difensore ma che sono roba da campetto (impossibili da vedere in NBA, a meno che non sia uno streetballer vero a farle, e si sa, gli streetballer puri tendenzialmente nella Lega non ci arrivano) &#8211; fossero perfettamente a tempo con la <strong>musica hip hop anni ’90.</strong></p>



<p>D’altra parte Set era amico fraterno di Mos Def, Common, Fat Joe: gente che ai tempi era il Gotha dell’hip hop underground e aveva voglia di farsi conoscere anche usando questi mezzi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Il rimbalzo sul cemento nel basket corrisponde al boom dei beat hiphop, il ciuff della retina al bap del rullante. Cassa e rullante, tiro dal palleggio e canestro: fateci caso, quando uno streetballer palleggia ha un ritmo preciso: è quello che abbiamo in mente noi quando mettiamo i dischi a tempo, è una danza che ubriaca l’avversario, lo butta a terra e gli tira in faccia: è l’essenza di questa cultura.” </em></p></blockquote>



<p>Parole di Set, ritmo e musica dei migliori giocatori di strada degli anni ’90.Il primo mixtape prende forma nella mente di Set quando Jeffrey Smith, marketing director del nascente brand <strong>And1,</strong> poi popolarissimo negli anni 2000 proprio grazie ai tape e alle sue star del playground, mostra a Set una cassetta con alcune azioni di un play newyorkese estremamente smilzo, leggero ma letteralmente immaginifico. Si chiama <strong>Rafer Alston </strong>ma da queste parti tutti lo conoscono come “<strong>Skip to my Lou”</strong> da una vecchia filastrocca americana e da quel primo passo calciato, “skip” appunto, che compie immancabilmente quando accelera: palleggio incrociato, hesitation, finta di andare a sinistra, crossover a destra, avversario a terra con le caviglie spezzate e 2 punti facili, ma comunque con una funambolico reverse. Poesia, creatività, roba mai vista, su nessun campo.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Rafer Alston &quot;Skippin&#039; On The Streets&quot;" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/2hMKYtZrC0s?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Quella cosa lì, la fa solo SKIP. E come si fa a mostrarla in giro? Devi esserci quando la fa, è come una punch-line in free-style del tuo MC preferito, lo scratch del DJ.. o ci sei o non la senti, non la vedi. Oppure no?</p>



<p>Set ha la soluzione e mixa tutto per And1: a fine ’99 &#8220;The Skip Tape&#8221; a.k.a. <strong>AND1 Mixtape Vol 1 </strong>vende più di 100.000 copie nelle sole strade di New York.</p>



<p>Ha inizio la rivoluzione, è nata una star e un nuovo modo di comunicare: le gesta dei migliori streetballer al mondo non saranno più solo ad appannaggio dei racconti orali tra chi si assiepa sulle reti del <strong>Rucker Park.</strong> Finalmente circolano su un supporto fisico e possono essere raccontate per davvero in tutto il mondo. Anche negli ambienti <strong>NBA,</strong> certo!</p>



<p>Rafer Alston in poco tempo è sulla bocca di tutti e senza avere un pedegree importante, senza scuole di spicco nel suo curriculum (ne cambia tre in tre anni, ma tutte di fascia piuttosto bassa), nessuna partita da 50 punti contro le università più blasonate, eppure proprio nel <strong>Draft 1999 </strong>viene scelto al secondo giro dai <strong>Milwaukee Bucks </strong>con la 39esima chiamata. Non altissimo, ma tanto da garantirgli una carriera nei pro, cosa che gente come Earl Manigault, Pee Wee Kirkland, Swee Pea e tante altre leggende dei playground non sarebbero mai riuscite a fare.</p>



<p>In NBA, Skip ci rimarrà per 11 anni, cambiando sei squadre e riusciendo addirittura a giocarsi una serie di <strong>NBA Finals </strong>da protagonista, con gli <strong>Orlando Magic </strong>di Dwight Howard e Turkoglu, persa contro i Lakers di Kobe Bryant e Pau Gasol.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Rafer Alston Rucker park spin move 2009 NBA finals" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/nnacX6wMQ9g?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Gli AND1 Mixtape lanciano ufficialmente il trend dello <strong>streetbasket hip hop version </strong>e il nascente marchio di abbigliamento e sneaker spopola, rubando quote di mercato ai colossi adidas e Nike.</p>



<p>La generazione hip hop vuole vestire AND1: ha il nome giusto (è la frase che chiunque pronuncia quando subisce fallo, segna e va in lunetta per il +1), è super cool, il logo è uno streetballer muscoloso sbruffone che trasuda street attitude, ha sotto contratto alcune delle star più idolatrate della generazione hiphop: <strong>Kevin Garnett,</strong><strong> Stephon Marbury </strong>(endorser della prima sneaker in assoluto), <strong>Rafer Alston,</strong> <strong>Darrel Armstrong,</strong> <strong>Latrell Spreewell,</strong><strong> Jamal Crawford.</strong></p>



<p>Sì, i bad guys della NBA vestono AND1.</p>



<p>I mixtape sono dappertutto, per le strade, nei tornei, li porti a casa con ogni acquisto di sneaker. In breve tempo, quei DVD vengono masterizzati, copiati e distribuiti anche in forma pirata, la mixtape-mania impazza e dilaga anche al di qua dell’Oceano.</p>



<p>Intanto And1 attorno a Rafer Alston e agli endorser NBA costruisce uno street team di funamboli da capogiro, tanto da far impallidire qualsiasi Globetrotter: Shane “The Dribbling Machine” Woney, Anthony “Half Man, Half Amazing” Heyward, “Main Event” Dixon, Grayson “The Professor” Boucher, Philip “Hot Sauce” Champion. Sono nomi che chiunque abbia avuto tra i 14 e i 20 anni a metà anni 2000, ricorda come e più di alcuni giocatori NBA.</p>



<p>And1 a quel tempo rivaleggiava in popolarità con la NBA stessa, mentre giocatori con la street attitude come “The Answer” <strong>Allen Iverson,</strong> “White Chocolate” <strong>Jason Williams,</strong> “The Franchise” <strong>Steve Francis,</strong> “Agent Zero” <strong>Gilbert Arenas,</strong> “The Big Sleep” <strong>Tracy McGrady </strong>e tanti altri di quella generazione, vengono assoldati dagli altri brand per rispondere ai rivali di And1 con la stessa moneta: faccia cattiva, atteggiamento gangsta, pants XXXXL e street credibility.</p>



<p><strong>Nike </strong>lancia addirittura un commercial che diventerà in breve tempo iconico, dove cassa e rullante diventano per davvero i soli suoni del pallone e della retina: sarà il pezzo che chiunque vorrà portare con sé nel ghettoblaster al campetto.I rapper/player sono su tutte le copertine dei magazine più cool: Slam, XXL, The Source, Complex. Fondendo alla perfezione immagine e performance, cambiano il volto della NBA &#8211; quello che <strong>David Stern,</strong> il commissioner di allora, ci metterà anni a <em>ripulire </em>nel post-MJ, cavalcando la competitività e l’opposta eleganza di <strong>Kobe Bryant.</strong></p>



<p>Nelle radio di tutto il mondo intanto impazzano Dr. Dre, il Wu-Tang Clan, Eminem e il primo MC re dei mixtape: 50 Cent. Il gansta rap è enorme.La strategia di And1 si espande nel 2003 con il primo <strong>Mixtape Tour:</strong> i video non vengono più assemblati partendo da immagini prese dai campetti di tutta America &#8211; è il team And1 stesso per intero a salire sull’autobus ufficiale e a scendere nei campetti americani a dare spettacolo e a sfidare squadre di streetballer più o meno professionisti.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="And1 Mixtape Tour 2003" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/H8v7uAnAROg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Da quelle sfide uscirà altro materiale per produrre una serie speciale di DVD. Dall’America all’Europa e fino alla Cina, con un prodotto così riuscito il passo è breve. E poi? Cos’è successo? Come mai non sentiamo più parlare di And1 e dei suoi giocolieri?</p>



<p>Come spesso succede per chi infiamma i cuori, il destino è di finire presto in cenere. Con l’entrata negli anni ’10 e lo spegnersi graduale di alcune delle stelle più luminose dello street basket, o almeno di coloro che lo avevano portato in NBA come Iverson, Marbury e Arenas, inizia ad esaurirsi anche il trend hiphop. L’NBA vuole darsi una ripulita nell’immagine e contestualmente marchi come Nike ed adidas iniziano a fare pressioni commerciali su Lega e grosse catene di distribuzione per eliminare il terzo incomodo dagli scaffali.</p>



<p>Qualche errore anche in termini di qualità del prodotto e l’incapacità di rinnovare la propria immagine, svincolandola dal trend gangsta, lasciano And1 al palo e i mixtape dopo quasi 10 anni di coolness diffusa in tutti i lati del globo, finiscono con il prendere la polvere in soffitta e in qualche garage dei collezionisti più nostalgici.</p>



<p>Di recente il marchio ha fatto di nuovo capolino nella Lega, ma sembra più un timido tentativo rispetto ad un vero rilancio. L’epoca dei pants XXXL, dei ballers rapper, della nicchia che diventa mercato, è ormai terminata da tempo. And1 rappresenta un passato dimenticato, un’adolescenza da outsider chiusa in un cassetto, eppure vissuta finchè si poteva farlo, fino all’ultimo crossover, finchè sognare un palleggio in virata di Skip to My Lou nelle NBA Finals era cosa proibita &#8211; e poi invece è accaduta. Ma chiedete a chi ha vissuto quegli anni che scarpa indossasse <strong>Vince Carter </strong>durante la gara delle schiacciate più bella di sempre, quel giorno del 2000 ad Oakland. Era una And1 Tai Chi rosso/bianca &#8211; e chi lo dimentica, se c’era.</p>



<p>Boom bap. Boom Bap. Boom… Vince salta, afferra la palla schiacciata a terra da T-Mac, incrocia la palla sotto le gambe, e&#8230; bap, è la schiacciata più bella di sempre. Boom, bap. Perché il basket negli anni zero, Carter e soci, lo giocavano davvero sui quattro quarti.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Barbershop Revolution: Julius Erving, Doctor J.</title>
		<link>https://aroundthegame.com/barbershop-revolution-julius-erving-doctor-j/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Mich]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Apr 2021 15:39:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[julius erving]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[È l’estate del 1941, siamo a Roxbury, quartiere afroamericano di Boston, Massachusetts. Il piccolo Malcolm Little entra in un negozio di commestibili con un elenco che l’amico Shorty gli aveva scritto per bene a caratteri cubitali, in stampatello. Malcolm compra un barattolo di liscivia, due uova e due patate bianche di grandezza media. Poi chiede [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="561" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/09/7db34f_1a6bb4414a794ff6898b4e20d691c684-mv2-1024x561.jpg" alt="" class="wp-image-27515" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/09/7db34f_1a6bb4414a794ff6898b4e20d691c684-mv2-1024x561.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/09/7db34f_1a6bb4414a794ff6898b4e20d691c684-mv2-300x164.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/09/7db34f_1a6bb4414a794ff6898b4e20d691c684-mv2-150x82.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/09/7db34f_1a6bb4414a794ff6898b4e20d691c684-mv2-768x421.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/09/7db34f_1a6bb4414a794ff6898b4e20d691c684-mv2-1080x592.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/09/7db34f_1a6bb4414a794ff6898b4e20d691c684-mv2.jpg 1400w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NetsDaily</figcaption></figure>



<p>È l’estate del 1941, siamo a Roxbury, quartiere afroamericano di Boston, Massachusetts. Il piccolo Malcolm Little entra in un negozio di commestibili con un elenco che l’amico Shorty gli aveva scritto per bene a caratteri cubitali, in stampatello. Malcolm compra un barattolo di liscivia, due uova e due patate bianche di grandezza media. Poi chiede al droghiere del negozio vicino a casa di dargli un grande barattolo di vaselina, un pezzo di sapone, un pettine fitto fitto e uno con i denti molto radi. Aggiunge un tubo di gomma con una testa di metallo per doccia, un grembiule e un paio di guanti, sempre in gomma. Il droghiere si insospettisce: <em>“Per caso vuoi farti la prima stiratura?” </em>. Malcom gonfia il petto, inspessisce la voce e grida orgoglioso: <em>“Proprio così, signore!”</em>.</p>



<p>Torna di corsa da Shorty e dà il via al processo che lo avrebbe portato ad avere dei capelli perfettamente lisci, come quelli dei bianchi che lo schifavano con tutti quei ricci in testa. Shorty sbuccia le patate, poi comincia a mescolare con un cucchiaio di legno mentre aggiunge lentamente mezzo barattolo di liscivia. Ne esce un miscuglio denso, bollente e gelatinoso al quale vengono pure aggiunte due uova. Shorty avverte il piccolo Malcolm: <em>“quando te lo appoggerò sui capelli dovrai stare molto fermo, sentirai bruciare parecchio ma più riuscirai a sopportarlo più lisci diventeranno i tuoi capelli!”.</em></p>



<p>La melassa inizia a colare sulla cute del piccolo Little, mentre Shorty inizia a tirarla con il pettine su tutta la superficie disponibile. Malcolm grida di dolore, stringe i denti e si aggrappa con tale violenza ai due lati del tavolo della cucina da dare l’impressione di volerli far coincidere. Quando Shorty gli passa il pettine tra i capelli è come se gli strappasse la pelle pezzo per pezzo. Suda, trema ed inizia a lacrimare: <em>“basta Shorty ti prego, penso che per questa volta siano abbastanza lisci così”. </em></p>



<p>Malcom in quel momento non lo sapeva, anzi, l’avrebbe realizzato lucidamente solo qualche anno dopo, ma quello fu il primo grande passo verso l’auto-degradazione: sopportò tutto quel dolore per fare come facevano tutti all’epoca, far diventare lisci quei capelli crespi e ricci così selvaggi e naturali da essere considerati sbagliati. Entrò così, senza pensarci e ritenendolo la cosa più giusta da fare, a far parte della moltitudine di uomini e donne afroamericane spinte con ogni mezzo a credere che i neri fossero esseri inferiori, fino al punto da distorcere i loro corpi nel tentativo di sembrare graziosi secondo i criteri di giudizio dei bianchi.</p>



<p>Sì, Malcom Little in quel momento era appena sedicenne e non si era ancora reso conto della violenza psicologica che il suo popolo si auto-infliggeva con quel gesto. E no, in quel momento Malcolm Little non era ancora diventato <strong>Malcolm X.</strong></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7db34f_bebb96b6107a42958e536ea0672f4020-mv2.jpg" alt="" style="width:758px;height:503px"/><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBC.com</figcaption></figure>



<p>Dovete sapere che ancora negli anni ’60, per un <strong>afroamericano </strong>era normalissimo stirarsi i capelli o coprirli con parrucche più simili possibili ai capelli dei bianchi: era un modo per sentirsi maggiormente accettati, per nascondere se stessi agli altri, per essere meno neri. E se camminate ancora oggi per le strade Harlem, di El Barrio, sopra la 126esima, noterete quanti negozi di parrucche ancora ci siano.</p>



<p>Pensate che i capelli lisci negli Stati Uniti vengono chiamati “the good hair”, letteralmente i capelli giusti, quelli lisci, morbidi, setosi &#8211; da donna bianca, in altre parole. Per molto tempo nelle comunità afroamericane questo è stato uno standard di bellezza che si cercava di raggiungere con pesanti permanenti chimiche e/o con parrucche cucite sui capelli intrecciati. Solo a fine anni ’60, infatti, grazie al movimento <strong>Black Feminism </strong>le ragazze e poi anche i ragazzi afroamericani iniziarono a ribellarsi a questi canoni estetici e a diffondere finalmente il “natural hair movement”: via libera alle capigliature afro, ai cornrows (le treccine), ai dreadlocks e tutto ciò che oggi rende così iconica e necessaria la manifestazione dell&#8217;io, la libertà di essere se stessi, che gli afroamericani esprimono con orgoglio anche attraverso la propria capigliatura.</p>



<p>Scorrete le discografie di Beyoncè, Solange, Gill Scott Heron, o ancora dei Parliament/Funkadelic, o di Rapsody, Alicia Keys, Kendrick Lamar; leggete le tra le righe del dress-code NBA quando Allen Iverson e Latrell Sprewell portavano la strada in campo con i loro cornrows, le treccine in testa; osservate con attenzione l’acconciatura nei discorsi della black panther Angela Davis o nei monologhi di Pam Grier nei film blaxploitation. Quei capelli non sono mai stati solo una questione di stile, ma di libertà, espressione e politica.</p>



<p>E’ per questo che i “barbershop”, quelli che noi chiamiamo barbieri o parrucchieri, sono così importanti nella cultura afroamericana: l’ora trascorsa lì dentro ad esprimere la propria personalità attraverso quei capelli così modellabili ed intrecciabili, è ogni volta una piccola rivoluzione di stile ed espressività; mentre le “barbershop conversations” vagano dalle storie di quartiere a quelle sportive, da chi abbia fatto per la prima volta il moonwalk in TV a chi abbia segnato più punti in carriera tra Magic e Bird, a chi abbia davvero rivoluzionato il gioco del basket così come noi lo conosciamo oggi. Oppure, chi, tra i due uomini volanti più iconici di tutti i tempi, abbia per davvero cambiato non solo il gioco, ma anche lo stile.</p>



<p>Tra chi idolatra il jump-man dalla testa rasata, <strong>Michael Jordan,</strong> e chi il dottore dal bulbo afro più famoso di tutti i tempi: Doctor J, <strong>Julius Erving.</strong></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7db34f_7d5207ed040444bdb2666bd9588be898-mv2.jpg" alt="" style="width:748px;height:498px"/><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBC.com</figcaption></figure>



<p>Julius Winfield Erving II, che anni dopo il mondo conoscerà solo ed unicamente come <strong>Doctor J,</strong> dal nomignolo datogli da un suo compagno di squadra alla High School che veniva invece chiamato “The Professor”, nasce nel 1950 a New York. Il mondo ancora non lo sa, ma da quel 22 febbraio qualcosa si mette in moto, il gioco della pallacanestro e il mondo dello sport in generale stanno per cambiare per sempre. E’ arrivato uno che vola, schiaccia saltando dalla linea dei liberi, sfoggia il suo capello afro in segno di libertà, tiene la palla come un’arancia grazie a delle falangi evidentemente sproporzionate. E ha un sorriso contagioso.</p>



<p>E’ arrivata la rivoluzione, e questa volta, contrariamente a quello che cantava qualche anno prima il poeta di Harlem Gill Scott Heron in “revolution will not be televised”, sono tutti sintonizzati davanti ai primi tv color. E i colori che vedono sono quelli della <strong>ABA,</strong> la lega professionistica antagonista alla <strong>NBA,</strong> che negli anni ’70 grazie al suo pallone color bianco/rosso/blu, all’afro e ai voli di Doctor J, alla gara delle schiacciate e a tante altre cose che oggi sono parte del mondo NBA, fece divertire ed appassionare alla pallacanestro intere generazioni di sportivi in tutto il mondo.</p>



<p>Ma prima di diventare il dottore, Julius Erving era soprattutto un ragazzo che amava giocare nei campetti della sua città, <strong>New York City,</strong> dove ancora oggi le barbershop conversations lo ricordano volare sopra ad ogni avversario al <strong>Rucker Park </strong>di <strong>Harlem,</strong> dove tornerà anni più tardi da affermato professionista, facendo paralizzare l’intero quartiere pur di vederlo giocare: chi si assiepava sulle reti di recinzione cercando di salire sempre più in altro, chi si arrampicava sugli alberi del parchetto attorno al campo&#8230; il ritorno di Doctor J al Park era quello del messia, e le immagini che si trovano oggi su YouTube ci ricordano il perché.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Dr. J at Harlem&#039;s famed Rucker Park" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/jK6OPqHpyWo?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>E sembra che proprio al Rucker Julius ricevette, un po’ come tutti, il suo primo soprannome “The Claw” (oggi il nickname di Kawhi Leonard), l’artiglio, per come inchiodava schiacciate con quelle lunghissime braccia che protendeva sopra ogni avversario, diventando virtualmente <em>instoppabile</em>.</p>



<p>Il suo era uno stile unico e inimitabile: in campo aperto faceva ciondolare quelle braccia lunghissime dispiegandole come ali quando saltava. Restava in aria un’eternità, quasi fluttuando, galleggiando, con quell’afro teso verso il cielo e la palla in un punto imprecisato dell’atmosfera, che riappariva puntualmente sul fondo della retina quando inchiodava le schiacciate per cui ancora oggi è ricordato a tutte le latitudini. E tutto questo ben prima di arrivare in NBA, fin dai tempi dei campetti, fin dagli anni del College a <strong>University of Massachusetts </strong>dove in due anni terrà una media di 26 punti e 20 rimbalzi a partita.</p>



<p>Dopo due anni di College, nel 1971 Julius firma per i Virginia Squires in ABA, lega professionistica che in quegli anni è nettamente più cool rispetto a una NBA orfana di Bill Russell e della dinastia dei Celtics, e molto più “ingessata” rispetto alla frizzante e creativa ABA ,che propone un basket più spettacolare, più vicino a quello di strada, dominato da guardie e playmaker e con poca presenza di schemi ad ingabbiare il gioco. E poi ci sono le cheerleaders, il pallone a spicchi colorato, il tiro da tre, stipendi tendenzialmente più alti della media NBA. Insomma, è il contesto ideale per scatenare la fantasia di Julius.</p>



<p>Erving parte subito in quarta, con una stagione clamorosa da 27 di media, che però non gli vale il premio di Rookie of the Year, che va invece a un&#8217;altra futura star NBA: Artis Gilmore. Intanto, però, Doctor J entra nelle case degli americani, la capigliatura afro &#8211; che lascia crescere nell’estate del ’69 &#8211; diventa iconica. La comunità afro-americana, ma anche quella bianca a dirla tutta, impazzisce per le sue schiacciate elevate a vera forma d’arte nel ’76, quando durante l’<strong>All-Star Game </strong>la lega decide di proporre per la prima volta questo format spettacolare. Julius decide di stravincere. Salta per primo in mondovisione dalla linea del tiro libero, chiudendo ogni discussione su chi dovesse vincere quella sera tra lui, George Gervin, Artis Gilmore e David Thompson, il Gotha della schiacciata negli anni ’70.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Julius Erving - 1976 ABA Slam Dunk Contest (Champion)" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/vRw-mN-fiAk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>In ABA Doctor J ci starà per 5 anni, 2 in Virginia, gli altri 2 nel New Jersey, con i Nets che saranno poi assorbiti dalla NBA nella stagione 196/77 assieme a Indiana Pacers, Denver Nuggets e San Antonio Spurs. Saranno 5 anni totalmente folli, irripetibili e purtroppo per noi anche irreperibili, dato che praticamente nulla di ciò che Julius e compagni fecero su un campo da basket venne tramandato ai posteri su nastro. Un vero peccato, perché è proprio in quegli anni e in quelle partite pazzesche che nacque la leggenda.</p>



<p>Si dice addirittura che il termine “posterizzare”, ovvero schiacciare con forza in faccia all’avversario, sia nato proprio dalle sue giocate, che avvenivano ad un altro livello, ad un’altra altezza &#8211; dove gli avversari riuscivano appena ad arrivare, per poi ricadere quasi subito, mentre il Doctor, beh, lui lì ci restava per diversi secondi, che parevano non finire mai. Non a caso, anni dopo Michael Jordan, uno che veniva chiamato “his airness”, disse che senza Doctor J, nonostante il suo idolo fosse sempre stato l’avversario David Thompson, non ci sarebbe stato nessun MJ. E nella gara delle schiacciate del ’85, omaggerà proprio Julius con un altro volo dalla linea dei liberi durante un’altra leggendaria gara delle schiacciate.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Twin Dunks - Dr. J vs. Michael Jordan - Freethrow Line Dunk - You Decide" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/hORKNd9JQ7I?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Dopo anni di tentativi, corteggiamenti e profonda invidia nei confronti della popolarissima &#8211; per quanto a tratti kitsch &#8211; ABA, nel 1976 l’NBA riesce a fondersi con la lega parallela e riesce finalmente a mettere le mani su Julius Erving, il vero oggetto del contendere: l’uomo più spettacolare della storia del basket è finalmente un giocatore della National Basket Association.</p>



<p>Il come ci arriva, però, ha del rocambolesco. I <strong>New Jersey Nets,</strong> che entrano anch’essi in NBA e ne detengono il contratto, sono costretti a pagare una tassa di 4 milioni di dollari ai New York Knicks per una specie di tassa che sa di Risiko: un’invasione di territorio a tutti gli effetti, che va pagata. L’arrivo del play Tiny Archibald grava sulle finanze dei Nets e l’aumento di salario promesso ad Erving alla fine non arriva. Julius non ci sta: sa di valere molto di più e partecipa ai training camp di altre squadre. Lo vogliono i Bucks, i Lakers e i Sixers.</p>



<p>I Nets sono in stato confusionale e lo offrono addirittura ai Knicks in cambio del pagamento della tassa territoriale. Sì, 4,8 milioni per Julius Erving: sarebbe un affare, ma i Knicks sono pur sempre i Knicks, e rifiutano. I <strong>Philadelphia 76ers </strong>allora mettono sul piatto 3 milioni per coprire una buona parte delle spese territoriali, più altri 6 milioni nelle tasche di Julius. Ci siamo: Doctor J diventa un Sixers per il resto dei suoi giorni, e la NBA cambia la sua geografia per sempre.</p>



<p>I Nets, di fatto, perdono Erving per una tassa e per il mancato coraggio di rilanciare. Roy Boe, GM dei New Jersey all’epoca, dirà poco dopo: la fusione tra NBA e ABA ha distrutto questa franchigia. E in effetti fino alle finali disputate contro Spurs e Lakers nel 2003 e 2004, dei Nets si sentirà parlare ben poco ad alti livelli.</p>



<p>Quella di Julius e dei contratti NBA è una storia nella storia. Non tutti sanno infatti che nel ’72 The Doctor fu al centro di una trattativa serratissima tra tre squadre delle due leghe, una cosa senza precedenti, che lo portò di fatto ad avere contratti legalmente validi per Virginia Squires, Atlanta Hawks (con cui disputò una Preseason immaginifica con Pete Maravich) e i Milwaukee Bucks. Questi ultimi lo avevano scelto al Draft ed erano pronti a schierarlo assieme a Kareem Abdul-Jabbar e Oscar Robertson. Riuscite a immaginarlo? E’ semplicemente il più grande “what if” della storia. Un tribunale di New York, però, sciolse ogni impiccio: Julius era di proprietà degli Squires di Virginia.</p>



<p>L’NBA sarebbe arrivata solo qualche anno più tardi, dopo tre titoli di MVP e due anelli di campione ABA con i Nets, che anni dopo ritireranno la sua maglia #32. Nel frattempo, entrando negli anni &#8217;80, i voli di Erving sono ovunque, la sua capigliatura diventa icona di stile, nascono le brillantine “Soul Glo” per capelli per accentuare la rotondità e lucentezza del bulbo afro. Sempre più personaggi pubblici dell&#8217;epoca (sportivi, musicisti, artisti) sfoggiano afro con grande orgoglio. La rivoluzione di Doctor J era un fatto di cultura e stile, non solo di pallacanestro.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7db34f_cc1a59f41ec743d7be679f908d41eab9-mv2.jpg" alt=""/><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Sports Illustrated</figcaption></figure>



<p>Nel frattempo Converse lo vuole come nuovo endorser delle sue sneaker ed il suo volto inizia ad apparire in decine di commercial e in cameo cinematografici: è letteralmente <em>The Man, </em>dall’underground della ABA al mainstream della NBA, è la star più cool d’America.</p>



<p>Julius forte del suo nuovo contratto da 6 milioni di dollari, ai Sixers lascerà il suo storico numero 32 indossando provocatoriamente proprio il numero 6: in NBA inizia così una nuova era. Sono gli anni in cui i 76ers danno vita a due grandissime rivalità, le cui immagini inizieranno ad arrivare anche in Italia (dove, non a caso, c&#8217;è una foltissima comunità di tifosi philadelphiani). Da un lato gli acerrimi rivali sono i Boston Celtics di Larry Bird, con cui danno vita a tre memorabili Finali di Conference consecutive dal 1980 al 1982, di cui due decise in Gara 7 a Boston; dall’altro gli odiati Los Angeles Lakers di Kareem e Magic, con cui i Sixers disputeranno ben tre NBA Finals nel giro di quattro stagioni (1980, 1982, 1983).</p>



<p>Sono anni pazzeschi, in cui l’NBA diventa di fatto il fenomeno globale che è oggi, preparando la strada a Michael Jordan, Kobe Bryant, Allen Iverson, LeBron James&#8230;</p>



<p>Sono tantissime le istantanee di Julius che lo ritraggono in volo nei Playoffs di quegli anni, intento a volare sopra ogni avversario. La più incredibile per quanto mi riguarda è e rimarrà per sempre la Windmill Dunk in testa a Michael Cooper:</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Best In Game Dunk Ever?  Dr. J Julius Erving Dunks On Michael Cooper" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/YWYrjqfZqA8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Schiacciata pazzesca, che Julius, lanciato in contropiede dopo una palla rubata, compie effettuando un terzo tempo appena dentro la linea del tiro da tre: palla tenuta in mano come un’arancia, due falcate lunghissime e un volo che termina con una delle più belle in-game dunk mai viste.</p>



<p>Indimenticabile poi anche quello che da molti viene definito come <em>il più bel canestro di tutti i tempi, </em>la Baseline Move contro i Lakers in finale nel 1980.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="NBA legends react to Dr. J &#039;s iconic baseline scoop move in the 1980 NBA Finals | ESPN Archives" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/ZhdGihdnSKQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Julius attacca il canestro da destra, appena dentro l’area stacca e vola verso canestro: davanti a lui in aria trova le lunghe braccia di Landsberger e l’aiuto di Jabbar. Poco male, The Doctor allunga il braccio oltre il tabellone per proteggersi, si estende al massimo, va dall’altra parte del ferro e lascia la palla con i polpastrelli con un finger roll per un canestro mai visto prima e mai più visto dopo.</p>



<p>Sono anni di magie continue, instant classics che entrano nella storia del gioco, movenze che partono dai parquet e finiscono per diventare oggetto di culto. Eppure, all’alba del 1983, Erving un titolo NBA lo deve ancora vincere. Ha la sfortuna di giocare negli anni di Magic e Bird e il sogno dell’anello si infrange continuamente in Finale di Conference o alle Finals.</p>



<p>Nel 1980 sembra essere l’anno buono: Jabbar nelle Finals esce per infortunio, ma un il rookie che qualche anno dopo sarà costretto a ritirarsi perché positivo all’HIV, deciderà di giocare da centro e dominare la serie dando ancora una volta il titolo ai Lakers.</p>



<p>Il 1981 è l’anno in cui Doctor J chiude da MVP della lega, ma si schianta contro i Celtics a pochi passi dalla finale, perdendo Gara 5 e 6 di due punti, e Gara 7 di uno, dopo un vantaggio iniziale di 3-1 nella serie. Si rifarà nell’82, con una vittoria che seppe di rivincita, in una serie mostruosa al Garden (ancora dopo aver sprecato un comodo vantaggio sul 3-1). In Finale, però, trovano ancora i Lakers, e anche questa volta è Magic ad avere la meglio.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7db34f_d7c01907310e48e2a3d9612080d981ea-mv2.jpg" alt=""/><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p>Erving è in difficoltà, arriva sempre ad un passo dal titolo, ma non riesce ad arrivare all&#8217;anello. Diventa una specie di ossessione, mentre le gambe iniziano a scricchiolare e naturalmente l’esplosività non può più essere quella degli anni ABA. La dirigenza Sixers decide allora di andare per l’all-in e porta in Pennsylvania uno dei centri più forti della storia NBA: lo strabordante <strong>Moses Malone.</strong></p>



<p>Phila domina letteralmente la stagione regolare e alla vigilia dei Playoffs si presenta virtualmente imbattibile, tanto che sarà proprio Malone a pronunciare una frase entrata nella leggenda di questo sport. Quando un giornalista gli chiede come andranno i Playoffs, risponde <em>“fo-fo-fo” </em>che sta per 4-4-4, ovvero il numero di partite che sarebbero bastate per chiudere da imbattuti.</p>



<p>E Moses nei fatti sbaglierà ben di poco la sua previsione. I Sixers chiuderanno con un perentorio 4-5-4, perdendo una sola partita contro i Bucks e battendo &#8211; finalmente &#8211; i Lakers in finale. Il titolo di <strong>campione NBA 1983,</strong> finalmente, è di Julius Erving e dei Philadelphia 76ers. Giustizia sportiva è fatta: colui che ha cambiato per sempre il Gioco, dentro e fuori dal campo, è finalmente sul tetto del mondo.</p>



<p>Gli anni seguenti Phila ed Erving giocheranno ancora ad alti livelli, tuttavia inizia a mancare un po’ di fame e l’atletismo inizia a venire sempre meno. Ma chi inizia una rivoluzione, spesso, è capace di iniziarne altre, di essere innovatore in più campi. E allora nel 1986, alla vigilia della sua ultima stagione da professionista, Doctor J annuncia pubblicamente che sarà il suo ultimo ballo. E’ tra i primissimi a farlo e di certo il più amato di sempre dal pubblico.</p>



<p>Quella stagione servirà a rendergli definitivamente omaggio con una serie di sole-out infiniti nel corso di tutte le 60 partite giocate. Ogni campo gli tributerà un saluto speciale e gli omaggi arriveranno da chiunque, persino dai rivali più tosti di sempre. Il saluto del Forum di Inglewood e del Garden, con i tifosi di Lakers e Celtics ad applaudire il Sixer più temuto di sempre, è storia dello sport americano.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Dr. J Farewell Tribute at the 1987 All-Star Game - CBS broadcast" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/DVzlqtussvE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Ma la storia di Julius non è stata solo highlights e successi. Come spesso succede dietro a quei grandi sorrisi, si nascondono anche profonde ferite, come quella della perdita del fratello all’età di 19 anni. E ancora, la scomparsa per annegamento del figlio Cory nel 2000, anche lui all’età di 19 anni, un giorno che Julius ricorda come il peggiore della sua vita.</p>



<p>Ma l’energia che Doctor J ha sempre messo in ogni cosa che faceva, la gioia che ha saputo dare a così tanta gente nel periodo in cui giocava, il senso di cambiamento che ha rappresentato per le persone della sua comunità, l’impatto che è riuscito ad avere sulle vite di così tante persone, compresi i campioni di oggi, lo hanno sostenuto anche nei momenti più bui. Ciò che dai, ti ritorna indietro sempre. E’ una questione di energia, di felicità e sì, anche di libertà.</p>



<p>Julius Erving era libero di essere ciò che voleva essere. E nel farlo, senza saperlo magari, ha liberato anche tantissime altre persone.</p>



<p>Basta parrucche, pettini dai denti sottili. Basta finzioni. Se è vero che la nostra luce libera gli altri, quella di Julius ha spezzato migliaia di catene.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Bill Russell: one life at The Garden</title>
		<link>https://aroundthegame.com/bill-russell-one-life-at-the-garden/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Mich]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Feb 2021 21:42:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[bill russell]]></category>
		<category><![CDATA[bob cousy]]></category>
		<category><![CDATA[boston celtics]]></category>
		<category><![CDATA[john havlicek]]></category>
		<category><![CDATA[kc jones]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
		<category><![CDATA[ncaa]]></category>
		<category><![CDATA[red auerbach]]></category>
		<category><![CDATA[wilt chamberlain]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[La storia di Bill Russell, tra pallacanestro e lotto per la giustizia sociale.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">La storia di Bill Russell, tra pallacanestro e lotta per la giustizia sociale.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="738" height="415" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/07/russell-edited.jpg" alt="" class="wp-image-25575" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/07/russell-edited.jpg 738w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/07/russell-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/07/russell-edited-150x84.jpg 150w" sizes="(max-width: 738px) 100vw, 738px" /><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>È un soleggiato giorno di aprile del 2012: con un paio di amici fraterni cammino velocemente per le strade di <strong>Boston </strong>seguendo una percorso lastricato di mattoncini rossi che garantisce a chiunque voglia addentrarsi in una delle città più ricche di storia degli Stati Uniti d’America, di non perdersi nemmeno un luogo chiave della città.</p>



<p>Seguendo quei mattoncini lungo i 4 km della “Freedom Trail” è impossibile perdersi i luoghi storici della città: dalla Old State House ai luoghi del Boston Massacre, passando per la classica statua di Benjamin Franklin ai luoghi del Boston Tea Party. Ogni passo sa di storia così come la vogliono raccontare gli eredi dei padri pellegrini, così come la raccontano i vincitori, non certo i vinti; tuttavia è un ottimo viatico ad un altro luogo di culto, profano, certo, il Garden &#8211; non quello originale dove i <strong>Boston Celtics </strong>di Russell prima e di Bird poi vinsero decine di titoli, ma il TD Garden dei Celtics di Kevin Garnett, Ray Allen, Paul Pierce e Rajon Rondo che stasera ospitano i San Antonio Spurs di Tim Duncan, Tony Parker e Manu Ginobili: sì, ci tremano le gambe da ore lungo quei mattoni rossi perché i ticket sono già in tasca dal momento di salire sull’aereo per venire sin qui.</p>



<p>Inutile dire che a palazzo ci arriviamo con congruo anticipo (quelle due orette che reputiamo il minimo necessario). Foto di rito con le gigantografie di Jesus Shuttlesworth, il Ray Allen di Spike Lee che pare che dopo un mese e oltre di infortunio tornerà in campo proprio stasera. Zaini in spalla e siamo pronti a salire in gradinata per goderci lo spettacolo. Manca poco e per noi si aprirà “<strong>The Mecca of Basketball”</strong>, quella dove sono appesi 17 titoli NBA, l’ultimo vinto appena 4 anni fa su questo storico parquet a quadri.</p>



<p>Davanti a noi un innocuo membro della security ci lascia sfilare verso l’entrata, il tempo di passargli a fianco quando arriva l’occhiata e la frase che ci fa gelare il sangue: NO BACKPACKS ALLOWED. Come scusi, <em>“what’s that?” </em>&#8211; SORRY GUYS, YOU CAN’T ENTER AT THE GARDEN WITH THOSE BACKPACKS. Sbianchiamo. Non ci è permesso entrare a palazzo con lo zainetto.</p>



<p>Flashforward di 9 anni e il Campidoglio nel giorno più importante è preso d’assedio da personaggi bizzarri vestiti da Village People con corna giganti e zaini ricchi di Molotov, ma tutto questo nel 2012 non è ancora accaduto e usarlo come scusante non è ancora nei nostri piani. In compenso sono tutti ancora scottati dall’11 settembre e, se in un bar riusciamo a stento a farci dare una birra con la nostra carta d’identità ormai sgualcita, qui al Garden non riusciamo nemmeno ad entrare con un biglietto da 100 dollari in mano.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7db34f_6d81eb97d61346ee9bdd9e7b6806a522-mv2.jpg" alt="" width="707" height="530"/><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Non esistono depositi. <em>&#8220;Quello che potete fare è tornare da dove siete venuti, lasciare i vostri zaini e tornare al Garden. Avete 30 minuti prima della palla a due.&#8221;</em> È una corsa contro il tempo, ma in poco più di 25 minuti in tutto siamo già di ritorno al Garden! Ripercorriamo le rampe di scale, passiamo security e cancelli e siamo dentro&#8230; è il nostro momento: <strong>Celtics &#8211; Spurs </strong>sta per iniziare.</p>



<p>La palla a due l’hanno appena alzata e l’unica cosa che ci perdiamo di fatto è il tremendo urlo di Garnett, quello che appariva all’epoca sul Jumbotron prima della presentazione delle squadre per gasare la folla. Siamo a pezzi, il cuore in gola, un po’ spiazzati dall’episodio &#8211; ma ehy, siamo lì. Di fronte, decine di gonfaloni che sanno di storia, le maglie ritirate dei gloriosi Celtics del passato; in campo va in scena uno spettacolo pazzesco fino all’ultimo tiro, che sarà proprio l’idolo di casa <strong>Paul Pierce </strong>a prendere. Il numero 34 quel tiro lo sbaglierà, per la delusione generale dei tifosi, ma poter dire di aver vissuto una partita di cartello NBA punto a punto con il tifo del Boston Garden, beh, per noi rimarrà una grande soddisfazione per anni.</p>



<p>Nonostante molta della storia dei Celtics non sia andata in scena in questo nuovo Garden, i seggiolini e l’aria che sa di pop-corn e noccioline (il discreto signore seduto vicino a noi ne ha accumulata una quantità pachidermica sotto alla propria postazione) trasudano gesta epiche: nel &#8217;68, la notte in cui Martin Luther King venne ucciso, a pochi isolati da qui, dove sorgeva il vecchio Garden, James Brown decise di esibirsi per intrattenere la sua gente ed evitare che scoppiassero disordini in città. Era meglio sfogarsi sulle sue note che contro le vetrine dei negozi.</p>



<p>E mi pareva quasi si sentirle, quelle note, mentre uscivo dal cancello con ancora negli occhi la difesa feroce di Garnett e il tiro morbido di Ray.</p>



<p>Quel giorno indosso una delle jersey a cui ancora oggi tengo emozionalmente di più: è la numero 5 di uno dei giocatori più grintosi dell’era NBA che mi ha formato. From Farragut Academy, Chicago: <strong>Kevin Garnett.</strong> The Big Ticket, come veniva chiamato per il suo contratto faraonico, all’epoca record all-time, è stato colui che dopo oltre 10 anni passati a mettere sulla mappa i Minnesota Timberwolves e ad infrangere record di punti e rimbalzi in quel di Minneapolis, è riuscito &#8211; soprattutto grazie alla sua grande etica difensiva e al suo approccio di squadra, definito UBUNTU (una sorta di <em>uno per tutti, tutti per uno) </em>&#8211; a riportare il titolo ai bianco-verdi, quello numero 17, atteso fin dal 1986. Kevin è stato forse l’ultimo grande difensore vecchia scuola, capace non solo di difendere sul suo uomo a suon di stoppate e taglia fuori aggressivi conditi da trash talking, ma anche di organizzare la difesa di squadra su ogni singolo possesso, capendo negli anni come trasformare quell’aggressività che trasudava da occhi e bocca, al servizio della squadra. Con stoppate che non andavano più a spedire la palla in decima fila, con rimbalzi che non servivano più solo a tirare giù il ventesimo Rodman della partita e a sgonfiare il pallone prima di rimetterlo in gioco, ma con uno stile di gioco sempre più finalizzato al rilancio del pallone in contropiede, modellato anno dopo anno su quello del <em>Boston Celtics number one, </em>quello che proprio a Boston diventerà il mentore di un Garnett ormai maturo e pronto a far vincere ai suoi quel tanto agognato titolo: il venerabile maestro Bill Russell.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7db34f_d3b8ca2553694a7f98d254dd55b13167-mv2.jpg" alt="" width="739" height="492"/><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p><strong>Bill Felton Russell </strong>nasce nel 1934 nel deep south degli Stati Uniti profondamente segregato: è un figlio di Monroe, Lousiana, figlio di chi aveva lavorato nei campi di cotone e che davanti ai signori bianchi erano ancora costretti a chinare il capo, a girare al largo, a sedersi lontani.</p>



<p>Oggi è un uomo colto, molto saggio, uno che non ha mai amato definirsi un giocatore di pallacanestro ma semplicemente un uomo, “a man”, nel senso pieno del termine, quello che campeggiava come grido sui cartelloni esibiti in modo fiero e consapevole dai tanti figli di schiavi che affollavano le strade di Washington, Selma, Birmingham negli anni ’70, durante l’esplosione del movimento per i diritti civili delle minoranze.</p>



<p><em>I am a man, </em>con tutto ciò che concerne, con le vittorie, le sconfitte, gli sbagli, la dignità, l’incoerenza e la voglia di esprimersi che tutti gli uomini devono poter esercitare.</p>



<p>Bill Russell è oggi l’esempio vivente di quello che Lebron James porta avanti con i suoi messaggi rivolti a se stesso e alla black community: Bill è ed è sempre stato <em>“More than an atlethe”, </em>più di un semplice atleta, per quello che ha dovuto passare, per come ha lottato per esprimersi ben oltre al campo da basket, per quello che ha rappresentato per intere generazioni. La sua leggenda di giocatore inizia a San Francisco ad USF, che porterà a vincere nel &#8217;55 e &#8217;56 ben 2 titoli NCAA. Nel &#8217;55 in particolare è strabordante, chiude ad oltre 20 punti e 20 rimbalzi di media, vince il titolo di MVP delle finali, è All-american, ma è presenza non gradita in California, dove la pallacanestro non è ritenuta cosa per i neri.</p>



<p>Come best player dello Stato gli viene preferito un centro da numeri e titoli ben inferiori, ma di pelle bianca. Bill è esterrefatto e l’anno dopo, quando il titolo di miglior giocatore dello Stato gli verrà effettivamente assegnato, Bill non lo accetterà: <em>“non ho bisogno di essere riconosciuto da chi non riconosce il valore di un nero all’interno della società”, </em>dirà al momento del rifiuto del premio.</p>



<p>Pensate a che rivincita deve essere stata allora per Bill vedersi invece intitolato anni dopo dalla <strong>NBA,</strong> il trofeo di MVP delle Finals: tutt’oggi chiamato <strong>Bill Russell Award.</strong></p>



<p>Ma ai tempi, al contrario, atteggiamenti come quello di rifiutare un trofeo, in un America profondamente segnata dal <strong>razzismo,</strong> iniziano invece a far percepire Bill come una persona estremamente arrogante. Russell invece sta semplicemente alzando la testa, è un giovane nero talentuoso con una carriera potenzialmente brillante davanti, ma non le manderà mai a dire, si alzerà sempre in piedi e dirà le cose come stanno. Non sopporta di essere chiamato <em>boy d</em>ai giornalisti che lo intervistano:<em> “Man, Sir. I am a MAN”.</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7db34f_f19e6ebf98c1438482088c9076404bfc-mv2.jpg" alt="" width="637" height="352"/><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Anni dopo in NBA, in una Boston ancora profondamente bianca nonostante il passaggio di <strong>Chuck Cooper </strong>nei Celtics, tra i primi afroamericani in NBA nel 1950, Russell verrà spesso schifato, insultato e criticato dai suoi stessi tifosi, che mal digerivano che i primi titoli arrivassero in città grazie ad un giocatore di colore. Subii addirittura incursioni all’interno della sua villa, che era situata in una zona di Boston dove non era assolutamente normale vedere gente di colore: per loro esistevano aree dedicate in zone ben meno accoglienti. Atti sadici e vandalici come trofei distrutti e bruciati, oltre che lenzuola lordate di escrementi umani, lasciarono profondamente segnato Bill, che con i tifosi in generale non ebbe mai un grande rapporto, nonostante portò i bianco-verdi a vincere ben 11 titoli in 13 anni di carriera, di cui due da allenatore-giocatore.</p>



<p>12 finali in 13 anni, 11 titoli di cui 8 consecutivi in una Boston che prima del suo arrivo non aveva mai vinto, nonostante in panchina sedesse il leggendario allenatore <strong>Red Auerbach </strong>e in campo scendesse il funambolico <strong>Bob Cousy,</strong> che proprio con Bill andrà a formare una coppia letale per qualsiasi avversario. <strong>KC Jones,</strong> amico fraterno di Bill scomparso a fine 2020, <strong>Sam Jones,</strong> <strong>Jon Havlicek </strong>e molte altri nomi di spicco, i cui numeri penzolano oggi dal soffitto del Garden, completavano una squadra difficile da battere soprattutto grazie all’organizzazione difensiva di Auerbach, orchestrata da Russell.</p>



<p>Bill concepiva il gioco come un’esercizio intellettuale, lo studiava come pochi altri della sua epoca, in maniera maniacale. 208 cm per 100 kg, cambiò letteralmente il Gioco. Ai tempi del College era talmente superiore agli avversari in area che la <strong>NCAA </strong>decise di cambiare le regole, arretrando la linea del tiro libero, rendendogli più difficile il giro in lunetta. Era in grado di saltare 6/7 volte a rimbalzo mentre gli avversari si fermavano a 2, la stoppata la concepiva come un modo per deviare leggermente la palla e farsela ricadere tra le mani per lanciare il contropiede, e celebre era la sua stoppata/passaggio.</p>



<p>E mentre in campo era rispettato da ogni avversario e inscenava battaglie epiche tra giganti con il rivale di sempre <strong>Wilt Chamberlain,</strong> molto più estroverso, solista e superstar rispetto all’umile e schivo Bill, i tifosi gli facevano trovare la mailbox zeppa di lettere, spesso contenenti addirittura minacce di morte. Evidentemente il verde non si addiceva ad un uomo di colore&#8230; E, se questa era <strong>Boston,</strong> la città di casa, vi lascio immaginare cosa volesse dire giocare nel segregato sud.</p>



<p>Nel 1958 i Celtics sono in trasferta a Marion, Indiana. Il sindaco li onora dandogli le simboliche chiavi della città. Quella sera Bill, KC Jones e Carl Braun cercano un ristorante dove cenare, ne trovano un paio di aperti, ma entrambi, pur avendo le sale quasi completamente vuote, si rifiutano di servire commensali afro-americani.</p>



<p>Bill e Jones sono su tutte le furie, tornano in hotel da coach Auerbach e segnalano la cosa. Red chiama uno dei ristoranti e spiega che si stavano rifiutando di sfamare i giocatori dei Celtics. Il capo sala si scusa e li invita a sedersi, ma il danno è fatto e Bill il giorno dopo chiede di incontrare il sindaco per restituirgli gentilmente le chiavi di una città che non era nemmeno stata in grado di aprire un ristorante per un uomo di colore.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7db34f_764b49d0f81a4453b342c1e8f5360533-mv2.jpg" alt="" width="566" height="325"/><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Ci furono diverse altre situazioni simili e una sera a Lexington addirittura Bill impose ai suoi di non giocare: il fatto che i giocatori di colore dovessero dormire in hotel diversi rispetto a quelli di tutto il resto della squadra e non essere serviti nei ristoranti non era accettabile. I campioni in carica di Boston avrebbero lanciato un messaggio a tutta la Nazione: o le cose cambiano, o noi non giochiamo. Di episodi del genere Bill ne ha vissuti a decine, e nella lucida e lisergica biografia <em>Go Up For Glory </em>racconta di come quei 7 mesi tra Regular Season e Playoffs, passati ogni anno a giocare a basket, fossero 7 mesi di solitudine, voli aerei, aggressività e dolore.</p>



<p>Certo, il basket gli dava da guadagnare bene, ma ogni singolo giorno lo esponeva a insulti razziali e ad attacchi del tutto gratuiti e resi possibili dall’istituzionalizzazione del razzismo per via delle leggi Jim Crow e della segregazione razziale che, anche laddove meno presente, come nella stessa Boston, riduceva comunque un uomo nero come lui a puro entertainer, a macchina da spettacolo e poco più. Bill non lo ha mai accettato e, mentre batteva regolarmente Wilt sul campo da basket, fuori lottava per la sua dignità e quella del suo popolo, nonostante venisse spesso accusato di essere un estremista, un black muslim, tanto da venire addirittura appellato dalla stampa <em>Felton X, </em>accostandolo alle posizioni di <strong>Malcom X,</strong> più estreme rispetto a quelle di <strong>Martin Luther King</strong>, nella lotta per i diritti civili &#8211; anzi, umani, come ci teneva a specificare Russell.</p>



<p>D’altra parte erano gli anni in cui la lotta per i diritti delle minoranze raggiungeva la dimensione mediatica, tanto che gli atleti più importanti si sentirono in dovere di manifestare il proprio dissenso e dare voce alle condizioni in cui versava la <strong>black community.</strong> Nel &#8217;67 è a Cleveland assieme ai migliori atleti afroamericani dell’epoca: il giocatore di football <strong>Jim Brown,</strong> il giovane centro <strong>Kareem Abdul-Jabbar </strong>e naturalmente <strong>Muhammad Alì:</strong> sono tutti lì a supportare il giovane pugile nella scelta di non combattere in <strong>Vietnam,</strong> come richiesto dal governo degli <strong>Stati Uniti.</strong> Un evento testimoniato dalla stampa in cui giocatori così celebri si riuniscono per dare voce ai propri diritti e segnalare che qualcosa nel sistema sociale americano è andato storto.</p>



<p>Nel ’65 invece è tra il pubblico durante il celebre discorso di Martin Luther King <em>“I have a dream”; </em>e quando il reverendo gli chiede di salire sul palco prima di lui, Bill rifiuterà, dicendo che non è suo diritto rubare la scena a chi ha lottato per guadagnarsi il diritto di salire su quel palco. La grandezza di quest’uomo è chiaramente indipendente dai tanti centimetri a sua disposizione.</p>



<p>In campo intanto succedono cose bellissime: il primo titolo Bill lo vincerà contro <strong>Saint Louis </strong>&#8211; altra città dove giocava mal volentieri tra mille insulti &#8211; con un layup negli ultimi secondi che darà il vantaggio ai Celtics e chiudendo l’ultima azione difensiva con la stoppata vincente. Anche se forse il finale più clamoroso è quello della finale ad Est, Boston &#8211; Philadelphia, del 1965, con una delle più bizzarre sequenze nella storia della NBA.</p>



<p>All’epoca al Garden i canestri erano sorretti grazie a dei lunghi cavi che attraversavano il palazzo da parte a parte. Sull’azione decisiva degli ultimi 5 secondi di Gara 7, Russell è sulla linea di fondo per rimettere la palla dal fondo: un canestro dei Celtics o un fallo di Philadelphia avrebbe di fatto chiuso i giochi sul 110-109 Celtics. In sostanza bastava rimettere la palla in gioco e lasciare scorrere il cronometro. Bill allora lancia il pallone sulla rimessa, ma colpisce inavvertitamente il cavo che sorregge il canestro. Palla persa e possesso Sixers per ribaltare il risultato.</p>



<p>Sulla rimessa di Philly, però, Havlicek ruba la palla e la riconsegna ai Celtics, corre per tutto il campo, lasciando scadere il cronometro mentre il telecronista urla il celebre <em>Havlicek stole the ball </em>ed entra direttamente dalla porta principale della storia assieme al settimo titolo dei Celtics!</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="1965 Eastern Finals: &quot;Havlicek Stole the Ball&quot;" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/J4fTjcJwImw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen title="1965 Eastern Finals: "Havlicek Stole the Ball""></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>A quello del &#8217;65, seguirono ancora tre titoli, di cui due vinti come primo allenatore afroamericano in NBA. Ed è così che Bill Felton Russell ha fatto la storia non solo della NBA o dello sport americano, ma anche quella dei grandi leader e pensatori afroamericani, non tirandosi mai indietro davanti a ciò che subiva. Risultando spesso &#8220;antipatico, schivo e arrogante&#8221;, come lo definivano i media.</p>



<p>Si permise addirittura di commentare negativamente i gloriosi <strong>Harlem Globetrotters</strong> quando, finita l’esperienza al College, Bill cercò di capire quale fosse il suo futuro tra i pro. L’NBA non era ancora una scelta scontata, infatti, e i Globetrotters, squadra di Chicago nonostante il nome dato dal fondatore ebreo Abe Saperstein evochi sapientemente uno dei quartieri più neri d’America, erano disposti a pagare bene i giocatori di colore per esibirsi nei loro celebri tour mondiali. Wilt Chamberlain, per esempio, prima dell’NBA giocò con loro.</p>



<p>Bill racconta che fu contattato da Saperstein per entrare in squadra e ne fu letteralmente disgustato:</p>



<p>&#8211; Abe non si rivolse mai direttamente a Bill durante il colloquio, ma parlò sempre al suo agente;</p>



<p>&#8211; Prima di provare a convincerlo con 50mila dollari a giocare per loro, disse al suo agente che “Bill dovrebbe considerare i vantaggi sociali nel giocare per i Globetrotters”&#8230; in tempi di <strong>leggi Jim Crow,</strong> suonava come un ricatto;</p>



<p>&#8211; Abe qualche anno prima minacció Walter Brown, GM dei Celtics, che se avesse offerto un contratto a Chuck Cooper (in seguito passato alla storia per essere il primo afroamericano in NBA) i &#8216;Trotters avrebbero boicottato il Boston Garden.</p>



<p>Russell chiude dicendo: <em>&#8220;Abe si comportava come se fosse il padrone di tutti i negri che giocavano a basket e ovviamente non accettai niente di ciò che propose&#8221;.</em></p>



<p>Ecco, forse uno così a tanti all’epoca poteva stare anche antipatico. Per chi la pensava e ancora la pensa come quella giornalista di Fox News che davanti agli atleti di oggi indignati per le violenze subite dagli afroamericani disse<em> “shut up and dribble”, </em>state zitti e pensate a palleggiare, uno come Bill poteva rappresentare una minaccia allo status quo del <strong>white privilege.</strong></p>



<p>Ma è stato proprio grazie ad esempi come questi, a uomini poco allineati, a chi come Bill Russell non ha mai abbassato la testa, che oggi, nonostante tutte le difficoltà, un giocatore può esprimersi e arrivare ad influenzare con il suo esempio milioni di persone là fuori.</p>



<p>Coerente e orgoglioso, al momento di ritirarsi dal gioco chiese ai Celtics che la celebrazione per il ritiro della sua numero 6 avvenisse a porte chiuse, alla presenza dei suoi compagni di squadra di sempre e senza il pubblico che tanto lo aveva osteggiato in quegli anni di sofferenza sportiva. E così una delle maglie più importanti della storia dei Celtics, la più vincente di sempre con <strong>11 titoli,</strong> mai nemmeno avvicinati da nessun altro giocatore di nessuno sport di squadra, venne issata in un&#8217;arena vuota, quasi a compimento di una carriera fatta di concretezza, coerenza e realismo.</p>



<p>Nel 2011 il presidente Barack Obama riconobbe ufficialmente la sua importanza nella storia della lotta per i diritti civili della sua comunità assegnandogli la Medal of Freedom, la più alta riconoscenza che un Presidente può assegnare a un cittadino americano.</p>



<p><em>“Vedete, non è un fatto di violenza ma di confronto”, </em>dice Bill nella sua bio, <em>“è questione di porsi sempre delle domande, e un giorno funzioneranno. Perché le persone che chiedono, ce la fanno sempre; oppure vengono seguite da uomini che ce l’hanno fatta. Nella mia carriera ho vinto, ho perso, ho sbagliato, ho commesso errori e fatto qualcosa di buono.”</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>&#8220;Se qualcuno vorrà ricordarmi, voglio che sulla mia tomba possano scrivere: questo era Bill Russell, un uomo.”</em></p></blockquote>



<hr class="wp-block-separator aligncenter"/>



<p><em>Scritto da Luca Mich, autore del podcast <a href="https://open.spotify.com/show/5kyAmodpoZI79UHgGcMa2G?si=lNZwRW8PQD6t9aMShSS4Kw" target="_blank" rel="noopener">Better Go Soul</a>, in esclusiva per Around the Game.</em></p>



<p><em> @Bettergosoul</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
