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	<title>Federico Sommariva | Around the Game</title>
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	<description>Dove il basket sopravvive agli highlight</description>
	<lastBuildDate>Mon, 07 Aug 2023 10:45:08 +0000</lastBuildDate>
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		<title>NBA JUKEBOX &#8211; Side B</title>
		<link>https://aroundthegame.com/nba-jukebox-side-b-atg/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Sommariva]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2020 13:42:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[60 anni in compagnia di 6 stelle e 6 album indimenticabili: '90, '00 e '10.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"><strong><span style="color: #030303;">60 anni in compagnia di 6 stelle e 6 album indimenticabili: &#8217;90, &#8217;00 e &#8217;10</span></strong>.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/84ac8c_22d6c0b4a2504310927c464cb29a4626-mv2.jpg" alt="test alt text" width="687" height="359"/></figure></div>



<div style="height:33px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><span style="color: #nannannan;">&#8217;90s – Shawn e i Nirvana: the Reign of the Sad Sevens</span></strong></h2>



<p><span style="color: #nannannan;">Tutti conoscono<strong> Kurt Cobain </strong>e la sua tragica storia, molti conoscono <em>Smells Like Teen Spirit </em>o hanno indossato una maglietta dei Nirvana, ma non così tanti hanno approfondito tutti i brani di Nevermind, il secondo e incredibile LP della band di Seattle. Sì, il singolo più famoso è quello con il video nella palestra, però tutto il resto è qualcosa di incredibile a livello di forza, passione e trasporto e struggimento. Emozioni vere che escono dallo stereo allo stato solido, lasciando sempre la sensazione che sia tutto comunque precario, tutto in bilico.</span> </p>



<p><span style="color: #nannannan;">È una cosa ormai comune che alcuni talenti incredibili decidano di saltare il college per approdare direttamente dalla high school all’NBA. Kevin Garnett, Kobe Bryant, Lebron James.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Il precursore di questo tipo di scelta fu però <strong>Shawn Kemp.</strong> I voti per accedere all’università non erano dalla parte di Shawn Travis, che &#8211; con i suoi 208 cm per 10<strong>7 k</strong>g alla trinitroglicerina &#8211; venne scelto alla 1<strong>7e</strong>sima posizione del Draft del 1989 dai <strong>Supersonic,</strong> fondati nel 196<strong>7 </strong>nella città della pioggia, Seattle, Sin City.</span> </p>



<p><span style="color: #nannannan;">Se conoscete Howard Marks, laureato in fisica, collaboratore dei servizi segreti britannici con contatti con l’IRA, ma anche della mafia e della CIA, gestore per anni di un traffico internazionale di droghe terminato con l’arresto e la condanna a 25 anni di prigione (scontati però <strong>7)</strong>, saprete che nel suo thriller noir “<em>Sympathy for the Devil”</em> viene presentato al lettore a tinte molto vivide il lato più oscuro dell’uomo, la sua ancestrale empatia per il diavolo. Perché la storia sì, ma anche il nostro vivere quotidiano ci dicono che ognuno di noi ha nel proprio DNA dei geni oscuri e malefici.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">La maggior parte delle persone (o forse no?) non ne è semplicemente conscia o, comunque, riesce a bilanciare questa parte di natura con razionalità e processi di catarsi che sin dai tempi della nascita della tragedia nell’antica Grecia (poi raccontata da Nietzsche nella sua prima opera) sono socialmente accettati, come concerti, film violenti, sport di contatto, pornografia… senza però superare mai il limite… ma non tutti ce la fanno, e il buio può avere la meglio anche se sei un musicista di successo o una star NBA.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Shawn è una figura dominante della NBA degli anni ’90, sia per <em>appeal </em>coreografico, grazie alla dirompenza del suo atletismo, che per impatto sulla sua franchigia, del cui timone si appropria fin da subito insieme a The Glove<strong> Gary Payton.</strong></span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Perché Shawn ha tutto in realtà: usa il parquet come pista di decollo come un <strong>777 d</strong>ella Boeing</span> <span style="color: #nannannan;">– azienda di Seattle – per lanciare incursioni sulla testa di tutte le povere ali forti della Lega, ma ha anche dalla sua dei movimenti di post basso raffinati ed efficacissimi.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">E mentre <em>Nevermind,</em> in maniera inaspettata e sconvolgente, scalzava dal trono dell’American Top Ten il Re Michael Jackson, nella stagione 1992/93, i Sonics si presentano ai Playoffs come una delle favorite. Il primo turno vede sul palcoscenico una delle sfide più appassionanti di quegli anni, Shawn contro Karl Malone. </span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Uno scontro selvaggio e tecnico tra due tra le più iconiche power forward della storia del gioco: The Reign Man contro The Mailman. Ma quell’anno il decollo del Boeing di Seattle e dei suo supersonici viene interrotto in una serie alle <strong>7 </strong>partite contro i Suns di un’altra incredibile alla forte, Sir Charles Barkley.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Ma è la stagione del 1996/9<strong>7 </strong>che sembra profumare di vittoria. Sulle note trascinanti di <em>Smells Like Teen Spirit </em>&#8211; canzone della Sin City di allora se ce n&#8217;è una &#8211; Shawn sconfigge in <strong>7 </strong>gare il suo antagonista, Karl Malone, per trovarsi a fronteggiare i</span> <span style="color: #nannannan;">Chicago Bulls del Re Michael – non il Michael dell’American Top Ten. Shawn e i Sonics perdono, ma molti sostennero senza vergogna che l’MVP di quelle Finals non era stato Jordan, ma Kemp: “<em>Even Dennis Rodman couldn&#8217;t handle Kemp&#8217;s power and quickness”</em>.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">La rivista Billboard negli anni ’90 dichiarò che “<em>i Nirvana sono quel gruppo raro che ha tutto: il favore della critica, il rispetto dell&#8217;industria discografica, successo commerciale e una solida schiera di fan alternativa&#8221;</em></span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Furono loro a rendere popolare il punk, post-punk e l’indie rock portandoli senza volerlo nel cuore della cultura americana e europea, un sound graffiante che porta con sé i Black Sabbath a i Cheap Trick.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Ma lo abbiamo detto, l’uomo preferisce il diavolo. Shawn ha <strong>7 </strong>figli da sei mogli diverse, mentre Kurt – che di donna ne ha una sola, Courtney Love – inanella però almeno <strong>7 </strong>overdosi da eroina e altri farmaci (di cui molte coperte dal suo entourage), ultima delle quali quella avvenuta a Roma. Dichiarato tentativo di suicidio con l’accoppiata Rohypnol e champagne (se ce ne si deve andare, un po’ di classe ci vuole… non si può certo abbinare un potente ipnoinducente con effetto ipnotico, ansiolitico e sedativo a un panino al prosciutto e cipolla, che pare fosse lo spuntino preferito di Kurt nel post concerto o da <em>post orgasmic chill)</em>.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">I peccati capitali sono <strong>7.</strong> Manca nell’elenco quello di “caduta libera”, quello nella cui spirale Shawn e Kurt durante i “loro” anni ’90 si crogiolarono fino a un punto di non ritorno. A 2<strong>7 </strong>anni Kurt si spara in faccia nella sua Seattle. Shawn lascia Seattle e non tornerà mai più ad essere il Regnante. Deposto da abusi di cocaina e alcol, detronizzato dai debiti per il mantenimento dei <strong>7 </strong>figli.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">The Show Must Go On, ma non possiamo permetterci di dimenticare la potenza squassante dei movimenti di Shawn – la cupezza avvolgente di <em>Come As You Are, </em>la forza trascinante di <em>Breed,</em> la cattiveria di <em>Territorial Pissing,</em> lo strazio di <em>Polly,</em> brani che trasmettono emozioni con una facilità e immediatezza disarmante.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">No, non possiamo tralasciare i mezzi potenti e disturbanti con cui i Nirvana hanno gridato il dolore di una generazione nata per essere felice, nata per avere tutto – proprio come the Reign Man… però ormai lo sappiamo, quando il buio prende il sopravvento e l’uomo preferisce il Diavolo, non c’è molto da fare se non contare fino a 10 sperando che tutto passi… sperando di superare il numero <strong>7.</strong></span></p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="720" style="aspect-ratio: 1280 / 720;" width="1280" controls src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/file-9.mp4"></video></figure>



<div style="height:33px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><span style="color: #nannannan;">0&#8217;s &#8211; Rasheed e 50 Cent: la grandezza dell&#8217;autenticità</span></strong></h2>



<h3 class="wp-block-heading">&nbsp;</h3>



<p><span style="color: #000000;">Se il tuo nome prende ispirazione dal quinto califfo della dinastia abbaside Hārūn al-Rashīd che governò la Umma islamica tra il 786 e l&#8217;809, il cui regno prospero, sia in campo culturale sia in quelli scientifico e politico-istituzionale, diede vita alla silloge favolistica de Le Mille e una Notte, risulta evidente che se <em>nomina sunt consequentia rerum </em>– seppur in via predittiva – sei quanto meno destinato a essere un personaggio di tutto riguardo.</span></p>



<p><span style="color: #000000;">Ed è proprio un grande personaggio quello che <strong>Rasheed Abdul Wallace è</strong> stato negli anni 2000, sia sul campo da basket che fuori dal campo. Un impatto che per innovatività e autenticità ben si accosta a quello che ha realizzato nel mondo dell’hip hop Curtis James Jackson III, in arte <strong>50 Cent,</strong> in particolare con il suo primo album del 2003 <em><strong>Get Rich or Die Tryin’.</strong></em></span></p>



<p><span style="color: #000000;">Il prezzo dell’autenticità dell’Io è un qualcosa che pochi si possono permettere. Serve carattere, sicurezza e spesso anche un po’ di sconsideratezza.</span></p>



<p><span style="color: #000000;">Negli anni 2000 l’industria dell’hip hop è consolidata, ampiamente compenetrata nella cultura mainstream americana, un po’ “seduta” se vogliamo rispetto agli scontri non solo a suon di “barre” ma di vero piombo, delle tensioni tra East Coast e West Coast a metà anni ’90 (permetteteci una lacrimuccia per 2Pac e Biggie), ma tuttavia ancora legata alle proprie radici grazie all’istituto &#8211; non giuridico &#8211; del mixtape.</span></p>



<p><span style="color: #000000;">Ed è proprio il mixtape che trova nel grande mercato all’aria aperta di Canal Street di New York il viatico illegale per far scorrere linfa vitale nelle arterie dell’hip hop. I DJ erano lo Spotify del rap di quel tempo, proponendo i singoli che dovevano ancora uscire, o pezzi di album che le masse non conoscevano. Ma seppur infrangendo le norme sui diritti d’autore, finché permettevano di lanciare nuovi artisti, le etichette si astenevano dal fare <em>enforcement d</em>elle leggi in un tacito accordo che portava vantaggi reciproci.</span></p>



<p><span style="color: #000000;">Tutto ciò finché dal Queens non arrivò 50. Il ragazzone desiderava dare una scossa al sistema, riportare le cose su un più alto livello di competitività. Inondò la scena di demo, freestyle, mixtape, che non solo rubavano letteralmente materiale ad altri rapper con l’obiettivo di fare di meglio, ma che non si facevano scrupolo alcuno nell’insultare altri artisti, ridicolizzarli. “<em>I was a huge fan. But then he came up with &#8220;How to Rob” &#8230;I know it was like a parody, it was a joke, but still we wanted to beat 50 Cent up”</em>.</span></p>



<p><span style="color: #000000;">Ma 50 non si espose solo da un punto di vista di business: con un suo mixtape fece i nomi reali di gangster e spacciatori del Queens. Devi accettare quello che l’autenticità ti può portare. Sia che questo significhi riluttanza a essere prodotti o scritturati, sia che comporti 9 colpi di calibro 9.</span></p>



<p><span style="color: #000000;">Del pari, il Califfo si è fatto promotore, sin dagli albori della sua carriera professionistica, di quella che potrebbe essere definita una corrente filosofica o la testimonianza di una nuova fede (fede di cui troverete maggiori dettagli nell&#8217;articolo di AtG <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.aroundthegame.com/post/vangelo-secondo-rasheed" target="_top" rel="noopener noreferrer">Il Vangelo secondo Rasheed</a>)</span>.</span><span style="color: #000000;"> È sempre stato diverso, sia sul campo che fuori. Conobbe Wilt Chamberlain da ragazzo e il suo idolo sportivo è proprio quel Jack Johnson, proprietario dello Smalls Paradise prima di Wilt e fiero e potente pugile afroamericano.</span></p>



<p><span style="color: #000000;">‘Sheed vive la sua carriera come in un ring, come se al suo fianco avesse Jack. Alla corte di Dean Smith a North Carolina, non si lascia stordire dalle favole da Mille e Una Notte che il College Basketball può raccontare a un atleta tra un allenamento e l’altro (chiedete a Rick Fox di farvi fare un giro come in <em>He Got Game)</em>. Il Califfo cerca guide spirituali autentiche come il giornalista di Philadelphia, Chuck Stone, santone della cultura afroamericana che lo aiuta ad aprire la mente corroborando il concetto che la verità va riportata, le cose vanno dette come stanno e il fardello che ne consegue va sopportato con orgoglio. </span></p>



<p><span style="color: #000000;">Ed è proprio questo che il famoso detto di ‘Sheed “Ball don’t lie” potrebbe significare in maniera più estesa rispetto alla mera protesta contro una scelta arbitrale non condivisa.</span></p>



<p><span style="color: #000000;">Un giocatore troppo sofisticato, addirittura per essere allenato. Completamente ambidestro, legge il gioco come Neo alla fine di Matrix. Applica la sua cultura pugilistica al basket e ti mette al tappeto. Innesca contropiedi, esegue blocchi magistrali, è un difensore senza pari (quando decide di avere voglia), ha un rilascio da 3 degno di una shooting guard e poi…beh poi ti porta in post basso ed è lì che il vero Heavy Weight sale sul ring. Jab, jab con il palleggio – jab, jab con le spalle, finta di andare sul fondo, schiva, schiva a destra e semi gancio verso il centro (scegliete voi la mano) o fade away dal fondo (anche qui fate voi la vostra scelta), spesso al tabellone. Immarcabile, knockout tecnico.</span></p>



<p><span style="color: #000000;">Il prezzo dell’autenticità ‘Sheed lo sconta e accetta di scontarlo durante tutta la sua carriera. Nella sua permanenza ai Portland “Jail” Blazers manda fuori dalla grazia di Dio più di un compagno e stabilisce il record della Lega per tecnici, 41 in 80 partite (inevitabile richiamare l&#8217;articolo di Alberto <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.aroundthegame.com/post/portland-jail-blazers" target="_top" rel="noopener noreferrer">Ragazzi fuori: i Portland Jail Blazers</a></span>). Minaccia un arbitro e subisce un’importante squalifica (un arbitro che, come vi racconta l’articolo <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.aroundthegame.com/post/arbitro-delle-scommesse" target="_top" rel="noopener noreferrer">L&#8217;arbitro delle scommesse</a></span></span>, forse avrebbe meritato qualcosa di peggio).</p>



<p><span style="color: #000000;">‘Sheed il poliedrico nella sua lotta contro il sistema, alla pari di 50, ne ha per tutti e conia letteralmente parole, neologismi e frasari &#8211; come un Omero dei giorni nostri &#8211; per descrivere i suoi concetti…Ball don&#8217;t lie, Cats (gli arbitri), CTC (Cut the Check)…e, come il rapper newyorkese, non si tira indietro nell’affermare verità scomode, come quando evidenziò senza mezzi termini le storture e il disinteresse da parte dell’<em>establishment </em>riguardo al percorso di crescita dei giovani professionisti afroamericani che nel giro di una settimana passano dall’essere nullatenenti a multi miliardari.</span></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em><span style="color: #000000;">If I can&#8217;t do it, homey, it can&#8217;t be done</span></em></p><p><em><span style="color: #000000;">Now I&#8217;ma let the champagne bottle pop</span></em></p><p><em><span style="color: #000000;">I&#8217;ma take it to the top</span></em></p></blockquote>



<p><span style="color: #000000;">Nel viaggio dell’autenticità verso il tetto del mondo servono compagni che credano in te e ti supportino. Questo è quanto ‘Sheed insieme a Larry Brown, Richard Hamilton, Ben Wallace, Chauncey Billups e Tayshaun Prince e i Detroit Pistons sono riusciti a fare nel 2004, esprimendo una delle migliori pallacanestro per completezza e bilanciamento tra attacco e difesa che forse solo gli Spurs di Tim Duncan hanno superato come espressione di gioco di squadra.</span></p>



<p><span style="color: #000000;">E una squadra di All-Star è quella che esattamente nello stesso anno 50 mette insieme alla Interscope Records e che gli permette di vincere più di un titolo nel mondo della musica. Prendi il genio creativo di Dr. Dre spalla a spalla con un altro capomastro dell’hip-hop, tal Eminem. Dai loro carta bianca per produrre un album e fallo cantare da un vero gangsta, a cui hanno sparato in faccia, schiena mano e gambe e che ha più volte avuto problemi con la legge, ma che ha un flow a dir poco unico. Shekera con cura ed eccoti <em>Get Rich or Die Tryin’,</em> il primo album di 50 Cent.</span></p>



<p><span style="color: #000000;">Non c’è un brano in questo LP che non sia capace di farti ballare o semplicemente muovere la testa a ritmo, come se fossi in macchina a fare brutto al pivello affianco a te al semaforo. Ogni base è perfettamente curata dal duo di produttori d’elite, con i giusti suoni capaci di entrarti nel cervello in pochi secondi e le basse frequenze che fanno ballare anche le tue interiora. A questo aggiungi un 50 dal flow unico, con una spocchia nella voce capace di far sentire il re del ghetto anche un baronetto della campagna inglese. </span></p>



<p><span style="color: #000000;">L’autenticità come vessillo di grandezza. Perché in fin dei conti, nella scalata al successo, se non ce la si fa, o non era possibile, o, perlomeno, si è rimasti se stessi.</span></p>



<p></p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video controls src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/file-1.mp4"></video></figure>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong><span style="color: #nannannan;">2000/2010 – Boris e FKJ: sapiosessualità ed edonismo</span></strong></h2>



<p><span style="color: #nannannan;">Siamo arrivati all’ultima decade del nostro Jukebox e l’ultimo vinile che vi proponiamo vuole salutarvi lasciandovi zucchero sulle papille gustative e un po’ di ebbrezza nella mente.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Sexy. Elegante. Sofisticato. Questo è quello che si pensa ascoltando <strong>FKJ,</strong> proprio come quando si vede giocare <strong>Boris Diaw,</strong> perché se provate a chiedere ad un amante della pallacanestro se preferisce vedere il nuovo calendario Campari o un post-up di Diaw, sicuramente 2 secondi di incertezza caratterizzano la scelta, che ovviamente alla fine ricadrà sul sexy e unico movimento del franco senegalese sul parquet NBA.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Boris e FKJ ci rendono tutti inevitabilmente dei sapiosessuali, volente o nolente</span>.</p>



<p><span style="color: #nannannan;">La sapiosessualità, infatti, caratterizza quel tipo di persone che hanno una forte attrazione sessuale per l’intelligenza. Si tratta della capacità di utilizzare la propria mente per attivare eroticamente il corpo, lasciandosi appassionare dalla capacità di ragionare. Non è legato al nozionismo, è più un coinvolgimento che si basa su uno scambio di stimoli culturali brillanti, intrighi mentali e sensoriali che alimentano la curiosità. È una seduzione che vive e si nutre di parole, di gesti, di allegorie, di esperienze che travalicano l’estetica come definita dai canoni prestabiliti e si addentra nel magico mondo delle connessioni cerebrali.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Come ogni teoria che si rispetti vogliamo che anche la nostra sia validata da risultati empirici ed è qui che vi proponiamo un esperimento.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Mettete nel vostro stereo French Kiwi Juice, primo e unico album sino ad ora di FKJ. Controllate l’equalizzatore. Bilanciate i bassi. Accendete delle candele profumate, versatevi un calice di vino francese, magari un Cremant de Bourgogne (che è proprio ciò che stiamo bevendo mentre stiamo scrivendo questo articolo) e riproducete Gara 3 delle Finals del 2014, quando i <strong>San Antonio Spurs </strong>sfidarono i Miami Heat di LeBron, Wade, Bosh e Allen.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Perdetevi nella pallacanestro musicale di Boris. Sincopi, movimenti ritmati, il tutto rasoterra. La sinfonia diretta da Coach Popovich vede proprio in Boris – che è sempre stato tatticamente un enigma per i precedenti allenatori (tranne per Mike D’Antoni) – il metronomo dello svolgersi dell’allegretto andante della squadra texana. </span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Come può Babac, con quei chili di troppo superare costantemente i migliori atleti e talenti del gioco che militano tra le fila di Miami? Magia. Finte fluide dal post alto o dal post basso, dove rivisita con un tocco di Bordeaux il movimento brevettato da James Worthy sulla linea di fondo. È lento, pensano di averlo fermato. No, escape pass all’ultimo momento, rigorosamente in no-look. O un up &amp; under (o forse under &amp; ancor-più-under?). </span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Assist di tocco. Niente da fare, non lo segui, ma è lui che segue un flow tutto suo, come il sax del Succo di Kiwi Francese che, se non ve ne siete accorti, vi sta facendo bere più del dovuto e inebriare come non pensavate… è gioia quella che provate, cari sapiosessuali.</span></p>



<p>Ecletticità, poliedricità e difficoltà nell’essere etichettati sono sicuramente aspetti che accomunano i due geni di cui stiamo parlando.</p>



<p>Perché così come Babac vi ha fatto innamorare nel nostro esperimento, FKJ è semplicemente fenomenale nel ricercare e sfondare barriere e limiti del suono. Un rivoluzionario della house francese, da Tours lancia la sua crociata verso il futuro con innate doti da polistrumentista, forte di una formazione da ingegnere del suono e armato di una tecnica sopraffina nell’uso del software <span style="color: #222222;">Ableton, </span> grazie al quale, nelle sue performance live, proietta l’audience in dimensioni oniriche con il suo loop live.</p>



<p><em><span style="color: #nannannan;">French Kiwi Juice </span></em>è &#8211; come già detto &#8211; l&#8217;unico album all&#8217;attivo per FKJ, ma che roba signori. L’uscita di questo LP non è stata un fulmine a ciel sereno, perché il signor Vincent Fenton era già conosciuto nell’ambiente musicale per la sua poliedricità e classe incredibile, ma è possibile dire che non si trova facilmente in giro qualcosa di simile. È possibile sì incontrare suoni simili a quelli di FKJ, ma la capacità dell’artista francese di unire tutto in un singolo brano è unica. Dalla delicatissima tastiera ai diversi campionamenti vocali, dall’inimitabile sax alla <em>drum machine </em>immediatamente riconoscibile. È tutto perfettamente amalgamato in un prodotto che è impossibile non apprezzare.</p>



<p>Detto questo, possiamo serenamente concludere che Boris e FKJ sono un ottimo esempio di come, grazie alla pallacanestro e alla musica, si possa &#8211; in un battito di ciglia &#8211; diventare seguaci dell’edonismo, concezione filosofica secondo cui il piacere è il sommo bene dell&#8217;uomo e il suo conseguimento il fine unico ed esclusivo della vita.</p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video controls src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/file-4.mp4"></video></figure>



<p></p>



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<h2 class="wp-block-heading"><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.aroundthegame.com/post/nba-jukebox-side-a-atg" target="_top" rel="noopener noreferrer">Clicca qui per leggere e ascoltare il Lato A</a></span></h2>



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		<title>NBA JUKEBOX &#8211; Side A</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Sommariva]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2020 12:20:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[60 anni in compagnia di 6 stelle e 6 album indimenticabili: '60, '70 e '80.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"><strong>60 anni in compagnia di 6 stelle e 6 album indimenticabili: &#8217;60, &#8217;70 e &#8217;80</strong>.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/84ac8c_15d8ff44396d44d796f587e6af480c52-mv2.jpg" alt=""/></figure></div>



<div style="height:52px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>The &#8217;60s: Wilt and Jimi, are you experienced?</strong></h2>



<p>Gli <strong>anni ’60 </strong>negli Stati Uniti… li possiamo respirare ancora se lo desideriamo. Chiudiamo gli occhi e passeggiamo per l’incrocio tra Haight e Ashbury a San Francisco ed eccoci nella <strong>Summer of Love.</strong> La brezza della Baia, l’emozione di essersi ormai lasciati definitivamente alle spalle la seconda guerra mondiale, e con essa ormai anche il boom economico degli anni ’50.</p>



<p>Le vibrazioni dell’aria che ci colpiscono il volto quando prendiamo Clayton Street ci riportano la mente alla tensione della questione razziale, che scorre come un fiume per nulla sotterraneo nella faglia culturale americana. L’indimenticata pressione della guerra in Vietnam. La riscoperta del fatto che le rivoluzioni siano lo spettro delle esigenze inespresse dell’uomo, che di catene da spezzare ce ne sono sempre molte&#8230; troppe. Ed ecco che allora la creatività dei giovani, degli <strong>artisti </strong>e &#8211; perché no &#8211; degli <strong>atleti,</strong> prende possesso del palcoscenico.</p>



<p>Ma vi mettiamo in guardia, non stiamo per parlare di un semplice &#8220;uomo&#8221;. Stiamo per incontrare un essere catapultato direttamente sul pianeta Terra dalla mitologia greca. Un Dio o un Gigante se preferite, che incarna perfettamente il sincretismo tra doti divine e bisogni e fragilità umane tipico di quelle divinità: The Big Dipper, l’Orsa Maggiore del basket, <strong>Wilt Chamberlain.</strong> E a nostro parere non vi è miglior colonna sonora di <em><strong>Are you experienced? d</strong></em>i <strong>Jimi Hendrix.</strong> Album del 1967, il vero e proprio anno della rivoluzione. In realtà l’intera decade degli anni ‘60 ha rappresentato una rivoluzione nel mondo musicale, ma la chitarra elettrica di Jimi Hendrix è stato uno dei più prorompenti fulmini a ciel sereno del panorama musicale mondiale.</p>



<p>217 centimetri per 130kg, Wilt smette in fretta di far preoccupare mamma Olivia per i suoi polmoni fragili e nella complicata area metropolitana del nord di Philadelphia, ancor più in fretta, si affranca dai limiti umani, dimostrando la propria sovrumana potenza fisica e mentale. Il nostro Aiace Telamonio avrebbe potuto praticare qualsiasi sport olimpico. 217 centimetri lanciati a rapidità inverosimile sul campo degli Overbrooks Panthers, potente, muscoloso, agile. La rivoluzione del basket. Hendrix la rivoluzione della chitarra. Distorsione del suono usata a virtuosismo da un lato. Il controllo dell’area pitturata usato come rivoluzione del concetto di lungo e di atleta dall’altro. Riff e movimenti di post potenti e armoniosi in una fusione nucleare unica.</p>



<p>Alzate il volume dello stereo mentre <strong>Purple Haze </strong>si svolge su un intervallo di quarta aumentata, l’intervallo del Diavolo, e Wilt inizia a bombardare le difese inermi tenendo il pallone come un’arancia sopra la sua testa. Il feedback, la <em>reverse guitar </em>e il riff di Jimi ti prendono a schiaffi mentre The Big Dipper inanella una quantità di record realizzativi utilizzando un mix letale di schiacciate, appoggi e <strong>fade away.</strong></p>



<p>Il tutto condito da <em>pump fake </em>che ti vedono il pallone praticamente arrivare in faccia e una sensibilità di polpastrelli degna di un clavicembalista della filarmonica di Vienna.</p>



<p>I difensori hanno provato a fermarlo con le unghie e letteralmente con i denti, i cui segni Wilt più di una volta mostra ai propri allenatori, ben profondi sulle braccia. Denti che anche le corde della <strong>Stratocaster d</strong>i Hendrix hanno conosciuto, ma non con il tentativo di fermare e crear danno, ben altro, con il solo intento di creare un suono mai sentito prima di quel momento.</p>



<p>Wilt, abbiamo detto, era una vera e propria divinità. E come Zeus nella mitologia greca, anche the Stilt nutriva una passione molto terrena, le donne. Wilt sostenne di aver intrattenuto rapporti di amorosi sensi con circa 20.000 fanciulle durante la sua non lunga vita (tra le quali innumerevoli dive di Hollywood e anche, pare, la mamma di Quentin Tarantino).</p>



<p>E se Wilt era anche il Dio del sesso oltre che del parquet, Jimi ne era il Re. Rock e donne. Esibizioni dall’alto tasso erotico. La chitarra come partner sul palco, come oggetto sessuale, come protuberanza fallica capace di trafiggere il cuore delle fan adoranti in una transverberazione assimilabile all’Estasi di Santa Teresa d’Avila del Bernini.</p>



<p><em>&#8220;You know you&#8217;re a cute little heartbreaker – Foxey </em></p>



<p><em>You know you&#8217;re a sweet little lovemaker – Foxey </em></p>



<p><em>I wanna take you home </em></p>



<p><em>I won&#8217;t do you no harm, no </em></p>



<p><em>You&#8217;ve got to be all mine, all mine.</em>&#8220;</p>



<p>La capacità del chitarrista di Seattle di unire i più disparati generi in una sola produzione, dal blues al soul, con note hard rock e addirittura pennellate di psichedelia, ha reso <strong><em>Are You Experienced? </em>u</strong>no degli album di debutto più influenti della storia del rock, capace di far scuola ancora dopo 50 anni. Questo album è storia, innovazione, unicità, in una sola parola: un capolavoro.</p>



<p>E un capolavoro tecnico e atletico è anche quello con cui Wilt, dalla stagione 1959/60 al 1973, sciocca il mondo sul campo. Dagli Overbrooks Panthers, ai Kansas Jayhawks, passando per gli Harlem Globe Trotters verso i Philadelphia Warriors e 76ers e poi i <strong>Los Angeles Lakers.</strong></p>



<p>2 Titoli NBA, 4 MVP della stagione, 1 MVP delle Finals, 1 MVP dell’All Star Game, miglior rimbalzista di sempre, 100 punti in una partita (immortalati nella celebre foto del foglio di carta nientedimeno che dal Premio Pulitzer Paul Vathis), una stagione da 50 (!) punti a partita, 3 regole cambiate a causa sua…</p>



<p>&#8230; Excuse me while I kiss the sky!</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video controls src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/file-2.mp4"></video></figure>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>The &#8217;70s: Earl and Stevie, la ricchezza della verità</strong></h2>



<p>Regalare ai propri fan un album di alta qualità non è mai facile, ma regalare un’autentica pietra preziosa della musica tutta è un’impresa titanica, e questo è <em><strong>Songs in the Key of Life.</strong></em></p>



<p>Un menù ricchissimo, costituito da 21 portate ricercate e complesse quanto la pallacanestro innovativa e creativa che ha portato negli <strong>anni &#8217;70 </strong><strong>Earl The Pearl Monroe </strong>partendo, questa volta non come Wilt dal nord di Philadelphia, ma dal Sud della stessa città!</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>My all-time favorite ballplayer was Earl Monroe. Earl the Pearl. Yeah, he was nice. See, everybody remember him from the Knicks, you know, when he helped win that second championship. I&#8217;m talking about when he was with the Bullets down at Winston-Salem Stadium&#8230; before that game, with 42 points a game the whole season. 41. 6 points the whole season.</p><p>You know what they called him? Jesus. That&#8217;s what they called him &#8211; Jesus. &#8216;Cause he was the truth. Then the white media got a hold of it. Then they got to call him Black Jesus. He can&#8217;t just be Jesus. He got to be Black Jesus. You know, but still&#8230; he was the truth.</p></blockquote>



<p>È così che Spike Lee e Denzel Washington ci raccontano Earl in uno degli scorci a nostro parere più romantici del film <strong>He Got Game.</strong> Romantici perché ritraggono un giocatore dipinto dagli occhi del tifoso che lo ama, che cerca ispirazione in lui.</p>



<p>Come non immedesimarsi e rimanere scossi dal ritmo sinuoso ed elegante di the Pearl mentre taglia il campo come un coltello nel burro. Osservatelo mentre <strong>Stevie Wonder </strong>suona <em>Love’s in Need of Love Today.</em> Sfidiamo anche i più cinici di voi a non avere un tremito!</p>



<div style="text-align: justify;"><iframe src="https://www.youtube.com/embed/vdzfTA0jUUk" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></div>



<div><hr></div>



<p>Soul, R&amp;B, dal jazz fusion al funk, 21 brani in cui Stevie suona spesso tutti gli strumenti o è altrimenti affiancato da personaggi del calibro di <strong>Herbie Hancock </strong>e George Benson. Allo stesso modo, the Black Jesus conosce e propone arrangiamenti raffinatissimi in campo.</p>



<p>Nella pallacanestro degli anni ’70 non erano pronti per l’armonia di <em>hesitation </em>spiazzanti seguite dal marchio di fabbrica di Earl, lo <em>spin move.</em> Un movimento che solo lui era in grado di proporre in ogni punto dei 28 metri e in ogni momento della partita con un’efficacia e naturalezza imbarazzante, per poi chiudere con un jump shot dall’alta parabola, spesso fuori equilibrio, in contro tempo e cadendo all’indietro. Jazz e movimenti sincopati. Jazz che Earl ama molto a tal punto da fondare un&#8217;etichetta di produzione musicale, guarda caso dal nome Reverse Spin Records.</p>



<p>E lo stesso Stevie condisce Songs in the Key of Life con spazzolate jazz, il tutto perfettamente amalgamato in un&#8217;opera ricchissima dalla quale attingeranno future generazioni di artisti, sia come fonte di ispirazione, che come base per campionamenti di singoli di successo (15 anni dopo Coolio non riesce a resistere agli archi &#8211; sintetizzati &#8211; di Pastime Paradise e sforna Gangsta’s Paradise, suo singolo più noto). Tutti brani di una qualità incredibile, scritti con una classe e una genialità difficilmente imitabili, capaci di regalare grandi emozioni anche a chi non è un critico musicale, perché la magia di questo album accoglie tutti tra le sue braccia.</p>



<p>Tutto questo con personalità e ricerca di sonorità inimitabili ma anche con profondo spirito di innovazione, come ad esempio con il funky di All Day Sucker, che si fa avanguardia della black music nell’affascinante viaggio che la porterà all’approdo sui lidi del rap.</p>



<div>&nbsp;</div>



<p>Non si può non trovare traccia di Stevie Wonder nella musica dagli anni ’70 ad oggi. E gli appassionati della palla a spicchi non possono a loro volta non riconoscere il tocco di <strong>Black Jesus n</strong>ello stile di giocatori come Jason Kidd, Andre Miller, Tony Parker&#8230; nelle loro finte, no looks, <em>spin move </em>e nei tiri dalla media.</p>



<p>Tuttavia, mentre Stevie Wonder ha la capacità di essere conosciuto da praticamente tutti i 7 miliardi di persone che affollano il globo terracqueo e il doppio LP di <em>Songs in the Key of Life </em>porta con sé la maggior parte dei successi noti a tutti, Earl the Pearl Monroe rimane una perla &#8211; per l’appunto &#8211; rara. Una gemma da scovare immergendosi con lui nei campi dei Baltimore Bullets e dei <strong>New York Knicks </strong>al ritmo dei suoi cambi di tempo, delle sue virate e del suo gioco in mid-range… e con il sottofondo delle note di <em>I Wish </em>di Stevie Wonder poter concordare con Denzel che si&#8230; Earl era la dannata verità!</p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video controls src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/file-9-5.mp4"></video></figure>



<p></p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong><span style="color: #nannannan;">The &#8217;80s – Isiah e i NWA: The Strength of Street Knowledge</span></strong></h2>



<p><span style="color: #nannannan;">Ghetto di West Side Chicago. Anni ’70. Un giovane ragazzo di colore nato da una signora del Mississippi cammina per le strade. Vestiti sgargianti rubati al fratello maggiore. Atteggiamento sicuro. Il fratellone, che di mestiere non fa propriamente l’agente immobiliare, nota la camminata spavalda ma non lo riconosce e per mettere subito in chiaro chi controlla la zona del quartiere estrae e punta il ferro. </span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Isiah ebbe quel giorno uno dei primi assaggi di come vanno le cose ai giovani ragazzi di colore. Avrebbe presto imparato a difendersi, ad attaccare, a non farsi mettere sotto da nessuno, a costo di essere odiato. La strada glielo aveva insegnato.</span></p>



<p><em><span style="color: #nannannan;">You are now about to witness the strength of street knowledge!</span></em></p>



<p><span style="color: #nannannan;">A South Central LA negli anni ’80 le stelle non erano i divi di Hollywood, né i musicisti della pop music. Le stelle erano i gangster e gli spacciatori. Le gang a <strong>Los Angeles </strong>in quel periodo erano più di 600 e il business della marijuana, della cocaina e ancora di più del crack, le rendeva realtà imprenditoriali quanto mai redditizie per quanto illegali e pericolose. La città era in uno stato di guerra. </span> <span style="color: #nannannan;">Una delle gang di Los Angeles era però più organizzata delle altre, meglio strutturata e aveva un acronimo molto particolare: LAPD, Los Angeles Police Department.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Ed è proprio contro questa gang che un gruppo di giovani artisti, Dr. Dre, DJ Yella, Mc Ren, The D.O.C., The Arabian Prince e Eazy E, si scagliò con il suo primo album: <em>Straight Outta Compton!</em></span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Incazzato, cattivo, con un ritmo unico. In pratica una pietra miliare dell&#8217;hip-hop. Questo è <em>Straight Outta Compton, </em>il primo grande esempio di Gangsta Rap che ha fatto parlare di sé per i suoi testi ben oltre l’accettabile, con come primo grande esempio <em>Fuck tha Police.</em></span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Nel 1981 <strong>Isiah Thomas </strong>viene scelto con la pick numero 2 dai <strong>Detroit Pistons.</strong> 185 cm di rabbia dissimulata da un viso da ragazzino che ricorda un vero gangster proprio della sua città natale, Baby Face Nelson.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">L’NBA presto si accorge della dicotomia dell’animo nero del Profeta Isiah da West Side Chicago. Un brutto carattere, ma una grande leadership. Bipolare. Diviso tra l’odio per chi si frappone tra lui e il successo. Tra lui e il canestro. E l’amore per il gioco. “<em>Isiah vuole ucciderti”</em>, questo è quanto alcuni riportano dopo averci avuto a che fare. </span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Isiah, con la sua energia elettrizzante, le sue penetrazioni devastanti, gli assist, la difesa tosta sui portatori di palla e anche doti di rimbalzista inattese per un ragazzo di quella stazza, fonda a Detroit &#8211; come Dre a Compton &#8211; la sua personale gang del parquet, i Bad Boys. </span></p>



<p><span style="color: #030303;">Isiah Thomas non ha solamente il merito di guidare i Bad Boys a due Titoli consecutivi nel 1989 e nel 1990 e vincere il Titolo di MVP delle Finals. Isiah, insieme a Joe Dumars, Dennis Rodman e Bill Lambeer, cambia l’approccio fisico delle partite NBA. </span></p>



<p><span style="color: #030303;">Colpi proibiti, intimidazioni e risse. The strength of street knowledge. E come abbiamo già raccontato sulle pagine di Around the Game nel pezzo “<span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.aroundthegame.com/post/the-breakfast-club-uova-ghisa-anelli" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The Breakfast Club… uova, ghisa e Anelli!</a></span>”, questa rivoluzione consentirà a un certo talento da North Carolina – seppur al prezzo di sacrifici e duro lavoro – di elevarsi fisicamente e mentalmente e diventare the GOAT.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Mentre i <strong>Bad Boys </strong>di Detroit si scontrano letteralmente con tutte le squadre NBA che hanno il fegato di affrontarli, a Los Angeles, i <strong>N.W.A </strong>danno voce alla strada.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Le loro parole sono veri e propri messaggi dal fronte. Sono i profeti del disagio razziale che si respira negli Stati Uniti. Ma come Cassandra, spesso i profeti non vengono ascoltati, anzi, vengono perseguitati. Ed è così che la comunità medio borghese losangelina rimane scandalizzata dai loro testi tanto da dar vita a manifestazioni pubbliche degne del Medioevo in cui i vinili di <em>Straight Outta Compton </em>vengono bruciati. La National Security, l’FBI e, soprattutto, la polizia di Los Angeles vedono in brani come <em>Fuck tha Police </em>una minaccia alla loro autorità e all’ordine precostituito (e il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti?). </span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Proprio nella Detroit di Isiah, la polizia irrompe sul palco del concerto degli NWA quando il gruppo inizia a intonare <em>Fuck tha Police </em>dopo che invano erano stati rivolti loro messaggi intimidatori e discriminatori nemmeno troppo subliminali riguardo all&#8217;esecuzione di quel brano.</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Un Profeta a Detroit, città sporca e dura che ha conosciuto gli scontri razziali del 1967. Dall’altra i profeti inascoltati del <strong>gangsta rap d</strong>egli anni &#8217;80. Quanto da loro preconizzato prese poi vita nei primi anni &#8217;90, dopo che il motociclista Rodney King venne brutalmente aggredito e picchiato da dei poliziotti che poi vennero interamente assolti. La comunità nera esplose come una polveriera mettendo letteralmente a ferro e fuoco Los Angeles…al grido di Fuck tha Police!</span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Certo, gran parte del risalto è legato alle tematiche forti inerenti agli ormai inaccettabili problemi sociali americani, ma non bisogna sminuire la qualità compositiva di questo album, creato dal tocco magico di Dr. Dre, ora non a caso uno dei più importanti produttori del mondo hip-hop. </span></p>



<p><span style="color: #nannannan;">Provate a metter su questo album e a non muovere il culo&#8230; e provate ad ammirare il Profeta all’opera con i suoi Bad Boys e a non voler prendere in mano un pallone da basket e distruggere chiunque vi si pari di fronte. Beh, se ce la fate, tranquilli…vi mandiamo sotto casa il “World&#8217;s Most Dangerous Group” aka Niggaz Wit Attitudes.</span></p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video controls src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/file-7.mp4"></video></figure>



<p></p>



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<h2 class="wp-block-heading"><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.aroundthegame.com/post/nba-jukebox-side-b-atg" target="_top" rel="noopener noreferrer">Clicca qui per leggere ed ascoltare il Lato B</a></span></h2>



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]]></content:encoded>
					
		
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			</item>
		<item>
		<title>The Breakfast Club: uova, ghisa&#8230;e Anelli!</title>
		<link>https://aroundthegame.com/the-breakfast-club-uova-ghisa-anelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Sommariva]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Dec 2018 18:14:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[charles oakley]]></category>
		<category><![CDATA[chicago bulls]]></category>
		<category><![CDATA[detroit pistons]]></category>
		<category><![CDATA[michael jordan]]></category>
		<category><![CDATA[phil jackson]]></category>
		<category><![CDATA[ron harper]]></category>
		<category><![CDATA[scottie pippen]]></category>
		<category><![CDATA[tim grover]]></category>
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					<description><![CDATA[Storia di come una sana colazione, cameratismo e pesi abbiano giocato un ruolo fondamentale nei 6 anelli dei Chicago Bulls nell'era Jordan.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Storia di come una sana colazione, cameratismo e pesi abbiano giocato un ruolo fondamentale nei 6 anelli dei Chicago Bulls nell&#8217;era Jordan.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/84ac8c_cfdb198c61654fd792aff58f9dbaf59f-mv2.jpg" alt="test alt text"/></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Colazione: il pasto più importante della giornata</strong></h2>



<p>&#8220;<em>Vieni a fare colazione, non puoi saltare il pasto più importante della giornata!&#8221;</em>. Quante volte ce lo siamo sentito dire da mamme e nonne.</p>



<p>Le miracolose e incredibili proprietà della <strong>prima colazione </strong>ci sono sempre state paventate cosi, con allusioni a conseguenze catastrofiche che ci avrebbero colpito qualora avessimo saltato questo pasto. Nel dormiveglia, in ritardo per la scuola&#8230; si accetta l’assioma, la maggior parte delle volte ignorando che il messaggio in questione è stato sapientemente veicolato di generazione in generazione a quasi qualunque latitudine a partire da campagne pubblicitarie ben studiate per promuovere i cereali in fiocchi, inventati a fine &#8216;800.</p>



<p>Tuttavia, anche recentemente esperti nutrizionisti, critici culinari e accademici si pongono la domanda fatidica: è vero che la colazione è così importante?</p>



<p>Il professor Aaron E. Carroll della Indiana University School of Medicine ha demolito attraverso le pagine del New York Times la regola aurea della colazione. Trovando però immediatamente un antagonista che gli ha risposto a tono su altrettanto rinomata carta stampata d’oltreoceano.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/84ac8c_322577a72bd14aa7bce93330dff220d0-mv2.jpg" alt="test alt text" width="-48" height="-65"/></figure>



<p>Sul The Guardian il critico culinario Joshua David Stein ha, infatti, sostenuto che, al di là di quanto possa essere corroborato e provato da una ricerca scientifica, la colazione ci rende felici e &#8220;<em>tentare di provare a confutare questa magia con i dati è come discutere la presenza del divino con una mappa delle autostrade. Sono due mondi differenti&#8221;,</em> concludendo che ‘<em>la magia è tutto quello che è la colazione’</em>.</p>



<p>Chissà se tra il 1963 e il 1983, prima a Wallace e poi a Wilmington, la signora Deloris Peoples era consapevole dei poteri magici e benaugurali della colazione quando lottava per convincere l’irrequieto e iperattivo Michael Jeffrey a sedersi a tavola. E di quanto questo momento della giornata avrebbe poi giocato un ruolo fondamentale nella carriera del suo terzogenito.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>The Breakfast Club: le origini</strong></h2>



<p>Se volessimo ricercare il momento esatto in cui è germogliato il <strong>Breakfast Club,</strong> esso non coincide con il primo allenamento all’alba svolto da <strong>Michael Jordan </strong>a casa sua insieme a <strong>Scottie Pippen </strong>nell’autunno del 1990, ma risale a qualche anno prima. Precisamente il 12 febbraio 1985, giorno in cui i <strong>Chicago Bulls </strong>ospitano i Detroit Pistons esattamente un giorno dopo il primo All-Star Game di MJ.</p>



<p>Michael aveva disputato una prima parte della sua stagione da rookie in maniera stellare; stagione poi chiusa con 28.2 punti a partita, 6.5 rimbalzi, 5.9 assist e 2.4 recuperi, e un maxi contratto con la <strong>Nike </strong>capace di far passare in secondo piano quelli con la Converse dei re della Lega di quei tempi, Magic Johnson e Isiah Thomas.</p>



<p>Ed è proprio quest’ultimo che, durante la partita delle stelle, orchestra un vero e proprio boicottaggio ai danni del rookie, votato per giocare da subito con i &#8216;grandi’. Il giovane MJ viene sistematicamente escluso dal gioco, reo di asserita strafottenza e mancato rispetto per i veterani, o forse più realisticamente responsabile di manifesto talento e carisma.</p>



<p>Ma torniamo al 12 febbraio. MJ ospita <strong>Isiah Thomas </strong>e quelli che di lì a poco sarebbero stati soprannominati i Bad Boys di Detroit. Chi ha detto che la vendetta è un piatto da servire freddo? BUM: 49 punti di MJ e vittoria dei Bulls al supplementare.</p>



<p>Ma anche…BUM…primi incontri del giovane MJ con i Bad Boys e, in particolare con <strong>Bill Laimbeer,</strong> il centro che si prendeva cura della sicurezza dell’area di Detroit.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/84ac8c_c320e4e0162b4c87bbe53ab6b295d5a4-mv2.jpg" alt="test alt text" width="-17" height="-18"/></figure>



<p>La rivalità con i Bad Boys si fece sempre più intensa, culminando nella stagione 1987/88 in cui i Pistons di Chuck Daly eliminarono i Bulls di Jordan e Pippen &#8211; appena arrivato &#8211; nelle Semifinali di Conference grazie alle famigerate &#8220;<strong>Jordan Rules&#8221;</strong>, regole che consistevano in un sistematico set di raddoppi da parte dei perfetti fisici di giocatori come Joe Dumars, Isiah Thomas, Bill Lambieer, <strong>Dennis Rodman </strong>&#8211; hai detto Rodman? &#8211; ai danni dello stile di gioco &#8220;slasher&#8221; del Jordan dei primi anni. Raddoppi conditi da &#8220;bump&#8221; ad ogni occasione e falli duri, contatti, malizie per arginare le incursioni di Michael.</p>



<p>Gara 3 rissa con Laimbeer, Gara 5 gomitata di MJ a Thomas. Risultato: Detroit in Finale con successiva vittoria del titolo.</p>



<p>L’anno successivo non andò meglio. La rivincita ebbe luogo durante le Finali di Conference ma con lo stesso risultato. E nel 1990? Stessa sorte, Finale di Conference contro Detroit, stessa fine per MJ e soci in quello che anni dopo coach <strong>Phil Jackson </strong>avrebbe definito come il momento più difficile della sua carriera di allenatore.</p>



<p>Seppur con un miglior supporting cast, Michael aveva incontrato un muro, neanche tanto metaforico, capace di mettere a rischio i suoi sogni di gloria. La fisicità del gioco stava cambiando, la Lega consentiva ai difensori contatti sempre più duri, sia sul palleggiatore che lontano dalla palla. Ed è qui che giunse in ausilio del primo nucleo dei giovani Bulls la &#8220;magia&#8221; della colazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>The Breakfast Club: uova, ghisa e Anelli!</strong></h2>



<p>Se volessimo scindere in tre aspetti il cambiamento che i Bulls, Jordan e alcuni compagni in particolare adottarono per superare i propri limiti e avversari fisici e brutali sul campo, potremmo individuare l’<strong>aspetto tecnico,</strong> l’<strong>aspetto atletico </strong>e la <strong>chimica di squadra.</strong></p>



<p>Mentre per quanto riguarda il primo non si può certo negare la centralità del lavoro operato da Phil Jackson e da Fred Tex Winter con la faticosa ma fruttifera adozione del Sideline Triangle Offense di Kansas State del 1947, per quanto attiene i secondi due aspetti ecco farsi avanti la ferocia competitiva e l’intelligenza di Michael Jordan…e i consigli di mamma Deloris!</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/84ac8c_d6aec0064f254634a0bf18c5b696fa95-mv2.jpg" alt="test alt text" width="-76" height="-70"/></figure>



<p>Jordan aveva capito che avrebbe dovuto costruire un rapporto più intimo con alcuni compagni. Rapporto che si sarebbe tradotto in una miglior intesa sul campo e in maggior fiducia qualora – ahilui – avesse dovuto coinvolgerli in azioni decisive.</p>



<p>Ma non solo: la fisicità e, in particolare, la durezza dei Detroit Pistons, gli fecero comprendere come non bastava essere un leggiadro ghepardo dei 28 metri, <em>we need some muscles here Mike.</em></p>



<p>Lo <em>status quo d</em>i Michael non era sufficiente per portarlo a vincere un Anello. Ci voleva qualcosa di più.</p>



<p>&#8220;<em>Breakfast Club was a mindset more than a workout&#8221;,</em> è Michael che ce lo racconta in una delle sue rare uscite sul circolo elitario che vide protagonista insieme a MJ, prima Scottie Pippen e <strong>Charles Oakley </strong>e, in seguito, sempre Scottie con <strong>Ron Harper </strong>e anche Randy Brown.</p>



<p>Volevano essere più preparati degli altri e i frutti si tradussero nel primo Three-Peat!</p>



<p>Ma per ripetere il Three-Peat anche il Breakfast Club dovette lavorare più sodo, confrontarsi su dinamiche tecniche e personali, valutare e testare i nuovi acquisti dei Bulls e, soprattutto, portare il fisico ad un ulteriore livello di preparazione e conoscenza dei propri limiti.</p>



<p>Ore 6 della mattina, autunno 1995. Il sole a Chicago non è ancora sorto. Scottie e Ron si dirigono verso il quartiere <em>posh </em>di Highland Park, dove Jordan ha la propria umile residenza dotata di una palestra attrezzattissima.</p>



<p>Ron Harper, il terzo moschettiere, è arrivato dai Clippers durante l&#8217;anno di pausa di Mike, dopo un brutto infortunio al ginocchio che ne aveva interrotto la stupefacente crescita dimostrata a Cleveland &#8211; Ron era stato addirittura etichettato come il successore di MJ e il primo Lebron era stato proprio paragonato a un Ron Harper con più muscoli (che i due Re non me ne vogliano).</p>



<p>Ron è un giocatore che può giocare 1,2 e 3, con visione di gioco, ottimo difensore, tiro affidabile, atletismo &#8211; purtroppo non come quello dimostrato a Miami University e Cleveland &#8211; e una capacità di mostrare sul campo senza troppi arzigogoli la sua voglia di rivalsa personale. È infatti affetto sin da piccolo da una forte balbuzie &#8211; poi limata negli anni &#8211; che lo ha sempre visto vittima di &#8220;<em>taunting&#8221; </em>da parte dei ragazzi coetanei&#8230;fino al momento in cui ci si allacciava le scarpe per giocare a pallacanestro. Eh si, in quel momento tutti volevano essere in squadra con il tanto vituperato Ron! Venendo di fatto puniti tutti. Questo tratto caratteriale piacque molto a Michael che lo accolse da subito nel Breakfast Club.</p>



<p>Ad accoglierli nella Jordan Mansion, oltre al padrone di casa, Scottie e Ron trovano <strong>Tim Grover,</strong> allenatore personale di MJ (lo sarà anche di altri giocatori ispirati da The Alien come Kobe Bryant e Dwayne Wade), che quando iniziò il proprio lavoro differenziato con his Airness capì subito che quest’ultimo era l’atleta che avrebbe sposato alla perfezione la sua filosofia per raggiungere l’eccellenza.</p>



<p>Filosofia ben riassunta nella seguente considerazione: &#8220;<em>What would you have to sacrifice to have what you really want? Your social life? Relationships? Credit cards? Free time? Sleep? Now answer this question: What are you willing to sacrifice? If those two lists don’t match up, you don’t want it badly enough&#8221;.</em></p>



<p>Il menù della colazione è supervisionato da Grover e consta di uova, spremuta di arancia e bacon.</p>



<p>Ma il piatto principale consiste in un durissimo <strong>allenamento </strong>con squat e pesi, tutti i giorni in cui i Bulls sono a Chicago, inclusi i Game-day e Playoff.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/84ac8c_c74b19f5f1cc455397f76dc57e9ed467-mv2.jpg" alt="test alt text" width="-277" height="-200"/></figure>



<p>E i ragazzi si applicarono eccome: squats, deadlifts, presses, pushups, rows, pullups, cleans, lunges, planks, swings erano solo alcuni degli ingredienti di “chef” Grover che vengono somministrati al circolo sotto la supervisione attenta e competitiva di MJ. L’obiettivo è sempre quello dell’inizio, l’insegnamento ricevuto dal tosto Joe Dumars: durante una partita, una stagione, una serie decisiva di Playoffs, bisogna essere pronti a resistere ai colpi e alla fatica e a non mollare mai, avere sempre una dose extra di velocità, forza e resistenza. Per non parlare dell’effetto preventivo che una buona e continua <strong>cura del corpo </strong>garantisce in tema di infortuni &#8211; Riccardo proprio sulle pagine di AtG ve lo ha ben raccontato nella traduzione <a href="www.aroundthegame.com/single-post/essere-lebron-james" target="_blank" rel="noopener">&#8220;Essere LeBron James: una vita al microscopio&#8221;</a>.</p>



<p>Ma un aspetto fondamentale già anticipato fu quello del <strong>cameratismo.</strong> Jordan, da genuino uomo del Sud come suo padre James prima di lui, ha da sempre prediletto cerchie ristrette di amici fidati con cui condividere il proprio tempo libero. Momenti in cui il Monarca cede un po&#8217; del proprio potere temporale ad altri eletti, costituendo così una sorta di Oligarchia.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/84ac8c_ca822a70b4ed44dea3010a77f8c34bcd-mv2.jpg" alt="test alt text" width="-147" height="-207"/></figure>



<p>E molti Bulls del secondo Three-Peat sono passati, dopo quello del GM Jerry Krause, del coach Phil Jackson e della squadra durante gli allenamenti, anche al vaglio del Breakfast Club. Tra una fetta di bacon, una spremuta e un integratore, un giovane biondino di nome Steve da Arizona University, dotato di un tiro mortifero ma che aveva osato contraddire MJ su una questione sindacale &#8211; beccandosi un pugno in un occhio &#8211; è stato ampiamente soppesato dal circolo; ne è stata valutata la “cazzimma”, l’intelligenza cestistica e gli è stato conferito informalmente un ruolo chiave.</p>



<p>Lo stesso era avvenuto con <strong>Toni Kukoc</strong>, sul quale Scottie era a dire il vero inizialmente un po’ scettico &#8211; o un po’ intimorito &#8211; e Dennis Rodman.</p>



<p>La valutazione su il Verme non fu peraltro scontata e banale come potrebbe sembrarlo ora con il secondo Three Peat archiviato. Il GM Jerry Krause, infatti, sapeva che l’operazione che avrebbe portato Rodman da San Antonio alla Windy City quale ultimo tassello per costruire la squadra del secolo, era soggetta al veto del Re e del suo circolo ristretto di Cavalieri.</p>



<p>Non dimentichiamoci, infatti, che Dennis era parte integrante di quei Pistons di Chuck Daly che per anni avevano bastonato a suon di punti e colpi proibiti i primi Bulls di MJ e Scottie, con Dennis a giocare un ruolo molto attivo nel “massaggiare” The Pip.</p>



<p>Ma la filosfia di Tim Grover tornò di attualità: ‘<em>What would you have to sacrifice to have what you really want?</em>’</p>



<p>Dennis era perfetto per il meccanismo dei Bulls e il Breakfast Club diede il proprio benestare, demandando il compito di gestire l’eccentrica ala forte al Maestro Zen Phil Jackson. Il quale non fece affatto un cattivo lavoro, come ci racconta Michael stesso dalla sua biografia firmata Mark Vancil:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>&#8220;<em>I Chicago Bulls erano la squadra perfetta per Dennis Rodman e Phil Jackson l’allenatore ideale. Phil gli permetteva di fare quello che voleva, ma, allo stesso tempo, al fischio d’inizio, Dennis doveva inserirsi e sentirsi unito col resto della squadra. Non mi interessava se scappava via per i suoi viaggi fuori programma, se restava fuori tutta la notte o qualsiasi altra cosa facesse. Ma quando arrivavamo all&#8217;arena dovevamo sostenerci l’uno con l’altro. Ognuno di noi era libero di esprimersi come individuo e manifestare l’unicità della propria personalità. Phil, questo ce lo ha sempre concesso. Lui capiva che imporre delle restrizioni allontanava certi giocatori, soprattutto quelli cresciuti per la strada, abituati ad uscire per rilassarsi. Alla fine sarebbe stato controproducente per il collettivo.</em>&#8220;</p>
</blockquote>



<p>Il risultato? Una stagione da 72 vittorie e il Three-Peat ripetuto!</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Colazione d&#8217;oro</strong></h2>



<p>Un ultimo aspetto interessante di questo programma di allenamento mattutino è strettamente legato al tocco da Re Mida dell’anfitrione del Breakfast Club. Per farlo è però doveroso ricordare come Michael monetizzi qualunque cosa venga avvicinata dalla propria aura, anche ben dopo il ritiro.</p>



<p>Jordan, infatti, dal 1985 al 2015 ha percepito dalla Nike 480 milioni di dollari. Ad onor del vero, è doveroso anche ricordare che il giovane Mike appena uscito da North Carolina necessitò dello sprone della famiglia e del suo astuto agente Davide Falk per decidersi ad accettare l’offerta dell&#8217;azienda dello Swoosh, al tempo specializzata in attrezzatura per running e in una situazione finanziaria tutt&#8217;altro che rosea.</p>



<p>Possiamo dire che così come gli anni di allenamenti e pesi mattutini hanno forgiato il suo fisico scultoreo, così gli anni di affari con la Nike e non solo hanno sicuramente affinato il suo acume imprenditoriale.</p>



<p>MJ, infatti, porta a casa come “pensione d’oro” anche 18 milioni di dollari l’anno da <strong>Gatorade,</strong> 14 da Hanes, 14 da Upper Deck e 10,6 milioni da XEL, per un totale complessivo di circa 100 milioni di dollari l’anno. E in questo conto non viene valutato l’apporto degli Charlotte Hornets, di cui Jordan è proprietario, che secondo Forbes raggiungono un valore di 725 milioni di dollari.</p>



<p>Il tocco dorato non poteva risparmiare nemmeno il circolo della colazione. Nel 2016 la Nike fa del Breakfast Club strumento di investimento lanciando il programma Jordan Breakfast Club Training.</p>



<p>Corredato da una linea ad hoc di abbigliamento sportivo, l’esperienza del<strong> Jordan Breakfast Club Training </strong>si costruisce attorno a un programma di 30 giorni studiato da <strong>Alex Molden,</strong> ex giocatore della NFL nonché “<em>technical director and Jordan Brand Master trainer”</em> che ha lavorato con professionisti del calibro di Antonio Brown, CP3, Dez Bryant , Russell Westbrook, Kawhi Leonard, Blake Griffin, Ndamukong Suh, Todd Gurley, Roger Federer, Usher e Alex Morgan.</p>



<p>Si tratta di un programma digitale di allenamento guidato da atleti del brand Jordan tra cui Dez Bryant, Erik Kynard, e Jalen Ramsey di cui si sono tenute dimostrazioni dal vivo a Chicago, New York, Los Angeles e Toronto.</p>



<p>Larry Miller, presidente del Jordan Brand riassume così la “filantropica” iniziativa di diffusione alle masse dei segreti della “magica” colazione di Michael e compagni:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“<em>Michael rappresenta l’impronta della grandezza. Siamo emozionati nel condividere con i giovani atleti di oggi segreti e trucchi per un allenamento che consenta loro di inseguire e perseguire i propri obiettivi di eccellenza”</em>.</p>
</blockquote>



<p>Insomma, buona colazione a tutti!</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Latrell Sprewell: ombra e fuoco</title>
		<link>https://aroundthegame.com/latrell-sprewell-ombra-e-fuoco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Sommariva]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Mar 2018 14:02:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[golden state warriors]]></category>
		<category><![CDATA[latrell sprewell]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
		<category><![CDATA[new york knicks]]></category>
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					<description><![CDATA[Tra luce ed oscurità. Le due facce della medaglia di una delle più discusse ed elettrizzanti guardie della NBA degli anni '90.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Tra luce ed oscurità. Le due facce della medaglia di una delle più discusse ed elettrizzanti guardie della NBA degli anni &#8217;90.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/848ee7_150ad770501145a29b99bb7a72d62ddf-mv2.jpg" alt="test alt text" width="705" height="370"/></figure></div>



<div style="height:26px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Non si riusciva a distinguere cosa fosse: era come una grande ombra, nel mezzo della quale si trovava una forma scura di dimensioni umane, o anche più grossa; potere e terrore parevano sprigionarsi da essa e precederla […] con un ruggito le fiamme s’innalzarono in segno di saluto, intrecciandosi intorno a lui; un fumo nero turbinò nell’aria. La criniera svolazzante dell’oscura forma prese fuoco, avvampando […] era al tempo stesso ombra e fiamma, forte e terribile”.</em></p></blockquote>



<p>Con queste parole J.R.R. Tolkien ne&#8217; &#8220;Il Signore degli Anelli&#8221; descrive il Balrog di Morgoth, un demone del mondo antico.</p>



<p>Antico come ormai può sembrare oggi il basket NBA degli anni ’90.</p>



<p>Un’immagine che in maniera eccezionalmente evocativa può raffigurare e riassumere cosa sia stato <strong>Latrell Sprewell </strong>nella Lega dal 1992 al 2005.</p>



<p>L’ombra di una personalità al limite &#8211; in alcuni casi decisamente oltre il limite &#8211; amalgamata ad un talento, un’energia, un basket totale che, per chi lo ha visto calcare i parquet americani, non può che richiamare il fuoco sprigionato da un lanciafiamme. Fiamme alternate, non continue, ma comunque letali.</p>



<p>Una pantera nera di 196 cm per 90 kg, Latrell Fontain Spreweell nasce a Milwaukee l’8 settembre 1970.</p>



<p>È un’infanzia dura la sua, la madre picchiata dal marito prima, poi anche dal suo secondo compagno.</p>



<p>Latrell è introverso, e conosce il basket solo grazie ai playground della fredda Milwaukee. Poi, prima a Washington High School, in seguito al Three Rivers Community College e infine a University of Alabama, la pantera sboccia anche nel basket “organizzato”.</p>



<p>Dopo due ottime stagioni in Alabama al fianco di Robert Horry, nel 1992 Spree approda con il suo Fuoco nella baia di San Francisco, alla corte di Don Nelson, i cui <strong>Warriors </strong>erano guidati dall’inventore del crossover come lo conosciamo ora, Timmy Hardaway.</p>



<p>Latrell porta con sé in dote contropiedi fulminanti, jump shot dalla media, triple e una difesa asfissiante che solo The Glove Gary Payton poteva pareggiare in termini di intensità e pressione sulla palla; ma &#8211; più in generale &#8211; un fuoco agonistico senza pari.</p>



<p>E il fatto che quest’ultima caratteristica di Spree salti all’occhio, in una Lega popolata da agonisti come Michael Jordan, Dennis Rodman, Alonzo Mourning, Larry Johnson, Reggie Miller e i Bad Boys di Detroit, è già di per sé qualcosa di sorprendente.</p>



<p>Ma al Draft del 1992, i Golden State Warriors portano a casa con la 24 (!) il pacchetto <em>Sprewell all inclusive </em>e, insieme al Fuoco, anche l’Ombra della pantera di Milwaukee.</p>



<div style="height:26px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>OMBRA: IL “MOSTRO” DI MILWAUKEE</strong></h2>



<p>Tra il 1992 e il 1997 Latrell non scende mai sotto i 18.9 punti di media, con un career high di 24.2 punti e 6.3 assist nella stagione ’96-’97. Cifre che, sommate a tre convocazioni all’All-Star Game, gettano una luce limpida sul suo futuro nella Lega.</p>



<p>Luce, a dire il vero, offuscata da alcuni episodi umbratili.</p>



<p>Un sucker-punch stile pugile anni ’40 alle spalle del compagno Byron Houston.</p>



<p>Una rissa con Jerome Kersey che, se per alcuni vede Jerome suonarle a Spree &#8211; salvo poi il ritorno di quest’ultimo con una chiave inglese minacciando di uccidere il compagno &#8211; per altri dipinge Kersey rintanato in spogliatoio, mentre Spree se ne va promettendo di tornare con il suo “ferro” per sistemarlo. Pistola o chiave inglese?</p>



<p>Oltre che litigi con Hardaway e, da ultimo, un esaurimento nervoso provocato al placido e pacifico B.J. Armstrong, che chiede alla direzione dei Warriors di essere ceduto.</p>



<p>Fino al 1° dicembre del 1997.</p>



<p>Sessione di tiro al campo dei Warriors.</p>



<p><strong>PJ Carlesimo,</strong> coach dall’atteggiamento aggressivo e dai modi spesso offensivi ed umilianti nei confronti dei propri giocatori, osserva Latrell dalla linea di fondo campo.</p>



<p>Non passa il pallone come dovrebbe. Svogliato. Superficiale. Poco intenso.</p>



<p>È questo che pensa PJ. Lo richiama ad alta voce.</p>



<p>Spree lo ignora, Spree sa come si passa un pallone.</p>



<p>PJ però non è abituato a essere ignorato dai propri “ragazzi”. Non gli interessa che le personalità dei giocatori NBA abbiano quella dose di ego e sicurezza che gli studenti della Seton Hall non avevano. Ego e sicurezza da approcciare con cautela.</p>



<p>Ego, sicurezza e Ombra.</p>



<p>Del resto PJ ha preso il posto di Don Nelson, che si era fatto cacciare a causa di attriti con i giocatori, tra cui Chris Webber.</p>



<p>I giocatori non li subisce: lui li affronta a muso duro.</p>



<p>Attraversa il campo.</p>



<p>Inizia a gridare a Spree. Lo insulta. Faccia a faccia. Lo insulta ancora.</p>



<p>Il Balrog avvampa, l’Ombra prende il controllo.</p>



<p>Le mani scure stringono il collo bianco. Stringono. Sono abbastanza grandi da chiudere completamente la presa intorno al collo del piccolo italo americano.</p>



<p>Gli occhi brillano sgranati. 5 secondi, 10 secondi, 15 secondi. I compagni continuano a tirare.</p>



<p>Carlesimo annaspa… bei tempi quelli di Seton Hall.</p>



<p>L’Ombra all’improvviso svanisce. Il Balrog si avvia verso lo spogliatoio.</p>



<p>PJ sotto shock inizia a riprendersi e a razionalizzare… bang!</p>



<p>Il Balrog è tornato e gli ha piantato un destro in pieno volto.</p>



<p>A quel punto i giocatori intervengono e l’Ombra se ne va per davvero. A bordo di una Lamborghini Diablo nera.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/848ee7_e3cb4e1189c74f2cb84ceb043234e4ad-mv2.jpg" alt="test alt text"/></figure></div>



<p>L’“incidente” con Carlesimo arriva in un periodo storico in cui la Lega sta registrando diversi episodi di violenza e insubordinazione.</p>



<p>L’anno prima Dennis Rodman era stato sospeso e multato per aver preso a calci un cameraman a bordo campo e <strong>Charles Barkley </strong>era stato da poco coinvolto in una discussione con un giornalista avvenuta in un bar di Orlando. Discussione che alcuni testimoni riportarono essere terminata con il giornalista lanciato in una vetrina.</p>



<p>Era giunto il momento per il Commissioner David Stern di dare un segnale forte.</p>



<p>L’opinione pubblica e la morale americana – che non dimentichiamo essere intrinsecamente pregne di ipocrisia, senso di colpa e finger pointing di radice Quacchera (avete mai letto la Lettera Scarlatta di Hawthorne?) &#8211; lo richiedono a gran voce.</p>



<p>Del resto Dennis Rodman ha Phil Jackson e Michael Jordan come guardiani e garanti, e Charles Barkley è un MVP, oltre che un buon diplomatico nelle relazioni con l’NBA e i media (vetrine a parte).</p>



<p>Latrell non ha nulla di tutto ciò.</p>



<p><em>“Face it, Latrell Sprewell is a bad guy. He hates everyone”</em>. Così alcuni giornalisti dell’epoca inquadravano la questione.</p>



<p>Latrell è cattivo, odia tutti.</p>



<p>La conseguenza è una sospensione per un anno e la risoluzione del contratto da parte dei Golden State Warriors per i rimanenti 24 dei 32 milioni previsti.</p>



<p>E qui ha inizio il gioco dei colori: bianco, nero o verde?</p>



<p>Latrell ingaggia l’avvocato<strong> Johnnie Cochran,</strong> famoso per aver assistito O.J. Simpson nel processo più famoso d’America, durante il quale fondò le proprie tesi difensive integralmente sulla discriminazione razziale.</p>



<p>Una vicenda dunque di bianco o nero?</p>



<p>Alcuni compagni ed ex compagni di squadra si schierano con Latrell, presenziando alla conferenza stampa del giocatore insieme a Cochran.</p>



<p>Durante la conferenza stampa, Sprewell composto e posato si scusa per i propri gesti, sottolineando tuttavia come la propria carriera non possa essere compromessa per un singolo errore senza aver nemmeno ricevuto dalla NBA la facoltà di esprimere la propria versione dei fatti.</p>



<p>Anche l’Associazione giocatori prende posizione sul tema, supportando Latrell sul tema contrattuale: <strong>Patrick Ewing,</strong> l’allora Presidente, spiega:</p>



<p><em>“Alcune persone ritengono che Sprewell abbia oltrepassato il limite con le sue azioni. L’Associazione giocatori ritiene che anche la NBA e i Golden State Warriors l’abbiano fatto”.</em></p>



<p>Si vocifera persino di un piano dei giocatori per boicottare la Lega, spintasi troppo oltre nelle sanzioni nei confronti di Sprewell. Piano che sembra implicare la deliberata assenza dall’All Star Game e dagli appuntamenti della nazionale USA.</p>



<p>La condotta deprecabile del giocatore non sembra essere oggetto di discussione. Lo è però la risoluzione contrattuale. Una vicenda dai contorni giuslavoristici dunque. Del colore verde del dollaro.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/848ee7_5d7ec85f4c934e3daf15cb7176c581e8-mv2.jpeg" alt="test alt text" width="-181" height="-152"/></figure></div>



<p>Povero David Stern: da un lato i Quaccheri, da un altro i soldi dei giocatori, da un altro ancora &#8211; ma forse più pretestuosa e paventata che non realmente fondata e sostenuta &#8211; la questione razziale.</p>



<p>Proprio Charles Barkley, in un’intervista al programma Crossfire della CNN, si esprime diffusamente &#8211; e in maniera piuttosto equilibristica &#8211; sull’episodio, rassicurando (o forse no) che non ci sarà alcun boicottaggio da parte dei giocatori, in quanto la condotta di Latrell è stata inaccettabile; oltre che il peggior avvenimento sportivo a cui abbia assistito sino ad allora.</p>



<p>Sir Charles non è nemmeno d’accordo sul fatto che alcuni compagni di squadra di Latrell abbiano spalleggiato quest’ultimo durante la conferenza stampa, quasi a giustificare lo “strangolamento”, né sul presunto tentativo da parte di Sprewell di volerne fare una questione di colore della pelle, come l’ingaggio di Cochran sembrava suggerire.</p>



<p>Tuttavia il buon Charles sottolinea la preoccupazione dei giocatori della Lega per come “il giudizio discrezionale delle franchigie su individui sgraditi per fatti commessi fuori dal campo possa rendere inefficace un contratto”.</p>



<p>“<em>Non possono prendere i suoi soldi”</em> &#8211; prosegue Barkley &#8211; “<em>faremo in modo che lui abbia indietro i suoi soldi. Sappiamo bene che ciò che ha fatto Latrell è sbagliato, ma la Lega è andata oltre”.</em></p>



<p>Risultato, il 4 marzo 1998 l’arbitro (nell’accezione giuridica del termine) John Feerick, investito del compito di valutare e dirimere la vertenza contrattuale, dichiara invalida la risoluzione contrattuale da parte dei Golden State Warriors e riduce la sospensione di 5 mesi.</p>



<p>L’aggressione a Carlesimo costò a Latrell 6,4 milioni di dollari. Ma il contratto prevedeva altri due anni per 17,3 milioni. Trade.</p>



<div style="height:26px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>FUOCO: NEW YORK, PARADISE LOST</strong></h2>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Lunga ed impervia è la strada che dall’inferno si snoda verso la luce”.</em></p></blockquote>



<p>Morgan Freeman, nei panni del detective Somerset dell’acclamato thriller “Seven”, cita così John Milton e il suo Paradise Lost.</p>



<p>Nella stagione 1998 il nostro anti eroe da Milwaukee comincia dunque la sua tortuosa ascesa verso la luce. Lo fa dove le luci sono più scintillanti e le ombre più scure: <strong>New York City.</strong> Chi meglio di un giocatore talentuoso e incazzato nero poteva rappresentare la franchigia di una città come New York? Un ambiente sempre critico, incazzato.</p>



<p>Spree approda a NY durante il primo lockout della storia della NBA, avendo saltato 68 partite &#8211; durante la squalifica per lo strangolamento 3 mesi li passò ai domiciliari per avere causato un incidente stradale i cui dettagli rimasero abbastanza oscuri.</p>



<p>Mentre gli altri giocatori iniziavano una stagione da 50 partite dopo uno stop di 10 mesi, Sprewell era fermo da 15, prima dei quali viaggiava a 21.4 punti ad allacciata di scarpe, 4.9 assist e una difesa da primo quintetto difensivo.</p>



<p>Il management dei <strong>Knicks </strong>e l’allenatore Jeff Van Gundy riponevano però fiducia in Latrell, dal quale avevano ricevuto le giuste rassicurazioni sul suo comportamento (l’aspetto cestistico non era mai stato un tema in discussione). Il <em>capo ultras </em>dei Knicks <strong>Spike Lee</strong> lo adotta subito, investendolo fin dalla prima partita del ruolo di nuova bandiera della squadra. Indossando la canotta numero 8 ad ogni apparizione al Madison Square Garden.</p>



<p>Anche fuori dal campo riceve una sorta di assoluzione firmando con il brand And 1 un contratto come testimonial. In uno dei suoi primi spot Spree recita:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Dicono che sono il peggior incubo dello sport americano. Ho fatto 3 volte l’All Star Game: io sono il sogno americano che diventa realtà”.</em></p></blockquote>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Latrell Sprewell - AND1 Commercial" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/s6DYYh5f2sg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Del resto un tipino minuto con l’acconciatura a treccine come Latrell, che giocava a Philadelphia con il 3 e arrivava da Georgetown, aveva dichiarato con decisione che se avesse potuto scegliere il “gioco” di qualcun altro, non avrebbe di certo scelto quello di Michael Jordan, bensì quello di Latrell Sprewell.</p>



<p>Amen.</p>



<p>Qualche anno dopo, in un’intervista Latrell spiegava così il proprio inserimento ai Knicks:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Penso che per me sia stato facile. Sono una persona totalmente diversa fuori dal campo. Ma quando si accendono le luci sul parquet io entro in una zona differente. Entro in modalità attacco. Il mio unico obiettivo è vincere e fare ciò che serve ad aiutare la squadra a farlo. Quando le luci si accendono, è ora di giocare”.</em></p></blockquote>



<p>A dir la verità, l’inserimento non fu poi così indolore. Complice anche un infortunio al tallone, Latrell parte infatti come sesto uomo &#8211; scelta tecnica non graditissima &#8211; guidando la second unit energetica di New York in coppia con un giovane Marcus Camby.</p>



<p>Il quintetto vede Charlie Ward &#8211; &#8220;il Predicatore” &#8211; in cabina di regia, nel backcourt Allan Houston &#8211; miglior guardia tiratrice pura dell’NBA di allora &#8211; e Larry Johnson, Ewing e Thomas come lunghi.</p>



<p>Spree regala prestazioni altalenanti durante l’inizio di stagione, cercando di trovare i propri spazi in una squadra ben congegnata, con un’anima difensiva che tenta &#8211; faticosamente &#8211; di spostare la trazione da anteriore a posteriore senza scontentare il vecchio totem Ewing (già, proprio il Presidente dell’associazione giocatori).</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Solo il pensiero che i Knicks potessero essere ancora in campo a metà giugno era nient’altro che uno scherzo per tutti quelli che non vivevano a New York. Erano una delle più deludenti e altalenanti squadre della Lega, e peraltro correvano il rischio di saltare i Playoffs per la prima volta dal 1987”.</em></p></blockquote>



<p>Così il Los Angeles Times avrebbe in seguito commentato quello che avvenne verso la fine della corta stagione regolare 1999.</p>



<p>I Knicks vincono 6 delle ultime 8 partite di stagione regolare e nei Playoffs ribaltano il fattore campo per ben 3 volte: contro Miami &#8211; capitanata da un certo Tim Hardaway &#8211; Atalanta e Indiana, diventando così la prima squadra a raggiungere la Finale partendo dall’ultimo posto della griglia.</p>



<p>Il Nostro contro Indiana segna 17,6 a partita di cui 29 in Gara 5, per un sofferto 4-2 Kinicks finale.</p>



<p>Nel cappotto rifilato ad Atlanta &#8211; seconda all’Est dietro Indiana &#8211; nella finale di Conference si esprime al suo meglio.</p>



<p>Il Fuoco brucia e New York gioca il suo miglior basket sia offensivo che difensivo.</p>



<p>Il Balrog mostra la via, illuminando il campo con 31 punti in 33 minuti di impego in Gara 1, 31 in 38 in Gara 2, spaccando il campo con contropiedi devastanti e un’efficacia ben fotografata dal 50% da 2 e dal 80% dalla lunetta.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Latrell Sprewell 20 Points 3 Ast Vs. Indiana Pacers 1999 Playoffs, Game 6." width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/UTcJ354V52Q?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
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<p>Purtroppo in finale i Knicks trovano la San Antonio del favoloso Tim Duncan. Una squadra lunga e compatta, ben allenata, con ottimi difensori sugli esterni e le Twin Towers sotto canestro. Troppo anche per la più ruvida e coraggiosa Cinderella del basket americano.</p>



<p>4-1 Spurs, con la certezza però che i Knicks siano stati la più degna avversaria di San Antonio in tutti i Playoffs.</p>



<p>Sprewell è il migliore dei suoi, incontenibile. 26 punti di media con 6.6 rimbalzi e una Gara 5 in cui il suo Fuoco, quel titolo agli Spurs, non lo vuole proprio lasciare: 35 punti di cui 14 consecutivi tra terzo e quarto periodo, 10 rimbalzi e una schiacciata su Jaren Jackson che fa esplodere il Madison. E avrebbe tramortito un elefante.</p>



<p>Ma l’eroica cavalcata dei Knicks nel 1999 viene riassunta da Latrell con un caustico “<em>all for nothing”.</em> Paradiso Perduto.</p>



<div style="height:26px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>EPILOGO &#8211; RITORNO NELL’OMBRA</strong></h2>



<p>Purtroppo la nostra, al pari di &#8220;Seven&#8221; di David Fincher, non è una storia a lieto fine.</p>



<p>New York nelle stagioni successive fece di <strong>Spree </strong>l’uomo franchigia, offrendogli &#8211; con la disapprovazione di David Stern &#8211; un quinquennale da 61,9 milioni di dollari, ma la squadra non ottenne i risultati sperati.</p>



<p>Nel 2003 venne ceduto ai Minnesota Timberwolves di Kevin Garnett e Sam Cassell, dove contribuì a far disputare ai Lupi la loro miglior stagione e raggiungere la loro prima finale di Conference.</p>



<p>Nell’ottobre del 2004 la franchigia di Minneapolis offrì a Latrell un’estensione contrattuale per 3 anni a 21 milioni di dollari, offerta che però non lo lasciò per nulla soddisfatto: 7 milioni all’anno erano pochi per uno come lui, che aveva “<em>una famiglia da sfamare”</em>.</p>



<p>Spree, unico, bipolare, maldestro, genuino Spree.</p>



<p>The end: Latrell lasciò l’NBA per non farvi più ritorno.</p>



<p>Lasciò una NBA che lo aveva sì accolto, ma anche repentinamente etichettato per le treccine e per gli atteggiamenti da bad boy; che lo aveva subito crocifisso per l’Ombra.</p>



<p>Certo, una NBA che lo aveva senza dubbio pagato profumatamente per il suo Fuoco, ma sempre storcendo un po’ il naso, senza mai riconoscere o comprendere fino in fondo anche quelle doti umane e di etica del lavoro sul parquet che alcuni come Bimbo Coles, Robert Horry, Marcus Camby, Allan Houston e Jeff Van Gundy hanno saputo apprezzare e testimoniare negli anni.</p>



<p>Se si rimane soli nell’ombra, il rischio è di perdersi.</p>



<p>Finito tra i sospettati in un’aggressione sessuale nel 2006, riconosciuto dallo Stato del Wisconsin come il più famoso e importante evasore fiscale in circolazione nel 2011, Spree è stato arrestato il 1° dell’anno del 2013 per disturbo della quiete pubblica.</p>



<p>Era solo in casa con la musica a tutto volume. Solo insieme alla sua Ombra.</p>



<p>L’ultimo saluto da Spree ci arriva un paio di anni fa dal piccolo schermo con un’amara apparizione in una pubblicità per Priceline.com in cui fa dell’autoironia, dando “consigli” disillusi a una bimbetta in tema di scelte di vita e di approccio positivo.</p>



<p>Ma ormai più che di fuoco si trattava &#8211; purtroppo &#8211; solo di un lume di candela.</p>
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