Che sia dentro o fuori dal campo, tutto quello che il numero 21 fa sembra avere un’unica finalità: proteggere chi gli sta accanto.

Che il gioco di casa Holiday sia la pallacanestro è ormai conoscenza comune. Lauren, unanimemente eletta come la miglior giocatrice di casa, ha giocato per UCLA fino al 2016, mentre Aaron, Justin e Jrue sono diventati i primi tre fratelli della storia della NBA a condividere contemporaneamente il parquet in un Pacers-Pelicans del dicembre 2019.

Un riconoscimento enorme per il duro lavoro dei tre, ricordato da Justin, l’unico per ora a poter vantare un Titolo NBA, in un’intervista a Shams Charania dell’aprile 2020.

Ad essere meno noto, tuttavia, è come il basket sia vissuto nella Holiday family. Le cene di casa, ad esempio, erano polarizzate da due soli argomenti: la difesa e il sacrificio.

Mamma Toya, capostipite della famiglia e stella della Arizona State dei primi anni Ottanta – al pari di papà Shawn, che l’ha conquistata proprio nel campus – ricorda così quelle discussioni a tavola:

“Abbiamo sempre e solo parlato della difesa. Noi siamo old school. Ci sono serate dove il tiro non entra, perfetto, allora vai e ferma gli altri”.

A recepire inizialmente il messaggio sono soprattutto Justin e Jrue – Lauren e Aaron, più giovani, inizieranno più tardi – che danno vita nel vialetto di casa ad intensissime partite spesso terminate in litigi.

Anche in questo caso, però, l’intervento di Toya è provvidenziale. Ogni qualvolta siano scoperti a litigare sul campo, i due fratelli maggiori vengono obbligati a scegliere un versetto della Bibbia e riscriverlo 100 volte. Una punizione che rivela altri due insegnamenti fondamentali: bisogna evitare i conflitti ed avere costanza e disciplina.

“Non avrei tollerato alcun conflitto in casa mia. Le poche volte che questo è emerso gli ho detto ‘Ok, ecco un versetto della Bibbia: ‘Sarà doloroso’. Magari vi entra in testa”.(Toya Holiday).

La carriera dell’attuale playmaker dei Milwaukee Bucks inizia, al pari di quella del fratello maggiore, a Campbell Hall, scuola superiore privata ed esclusiva del nord di Los Angeles.

In questo liceo di eccellenze, tutti si accorgono molto presto di come Jrue, nonostante il suo già evidente talento, sia totalmente focalizzato sul successo della squadra ed il benessere emotivo dei propri compagni, di cui diventa da subito il leader.

La sua umanità e la sua calma – frutto forse delle particolari punizioni materne – si manifestano nella prima sfida importante della sua neonata vita cestistica. Alla fine dell’overtime di un derby liceale molto sentito, infatti, Jrue ruba il pallone in difesa e lancia un compagno in solitaria per il tiro della vittoria. Il giovane, decisamente meno talentuoso di Holiday, manca clamorosamente un facile layup, scatenando le ire di panchina e pubblico.

Tutti si aspetterebbero ora la furiosa reazione del predestinato nei confronti del poco dotato compagno di squadra. Holiday, invece, abbraccia il ragazzo e, guardando il cronometro, gli promette:

“Non ti preoccupare. Adesso rubo palla di nuovo, ti faccio lo stesso identico passaggio e tu segni”.

L’esito, per quanto scontato, è stato entusiasticamente raccontato dal coach dei due del tempo, JJ Prince:

“Il ragazzo c’è riuscito. Penso sia il ricordo più vivido che ho di Jrue. Il suo unico desiderio era rendere gli altri felici”.

Gli anni a Campbell proseguono, ricchi di soddisfazioni. Nella stagione da senior Jrue fa registrare le incredibili medie di 25.9 punti, 11.2 rimbalzi, 6.9 assist e – manco a dirlo – 4.8 palle rubate.

Nello stesso anno, in cui guida i Vikings al titolo di Division, viene poi nominato miglior giocatore liceale della Nazione. Jrue può perciò permettersi di decidere dove andare al college e – da californiano purosangue qual è – la scelta non può che ricadere sulla UCLA di Ben Howland, da poco orfana di Kevin Love e Russell Westbrook.

Nell’unica stagione ai Bruins – non particolarmente memorabile per quanto riguarda i successi di squadra – Holiday continua a mettere in pratica gli insegnamenti genitoriali, chiudendo l’annata con oltre una rubata e mezza a serata e rendendosi eleggibile per il Draft NBA del 2009.

Quello che si presenta al Madison Square Garden per una probabile chiamata al primo turno è quindi un giocatore solido, affidabile, poco appariscente, ma magnetico dentro e fuori dal campo – per usare l’aggettivo che ancora oggi si sente unanime nei corridoi di Campbell Hall.

Un’anima così competitiva e leale verso i compagni non può che stuzzicare le fantasie dell’ondivago ed esigente pubblico della Città dell’Amore Fraterno, tanto che proprio i Sixers punteranno sul fratello minore di Justin, scegliendolo con la chiamata numero 17.

Gli anni a Philadelphia coincidono con l’esplosione definitiva di Andre Iguodala e del gruppo di giovani terribili guidato – a partire dalla stagione 2010/11 – da coach Doug Collins. Una squadra elettrizzante, che tuttavia non riuscirà ad avere alcun successo in postseason.

Holiday entra da subito con forza nell’economia di quel gruppo così ambizioso, diventando ben presto uno dei perni imprescindibili della franchigia della Pennsylvania, in campo come fuori. A guadagnarsi il rispetto dell’altro grande leader, poi, gli era bastato poco più di qualche allenamento

“In quel momento, nessuno sembrava in grado di fermarmi quando partivo a tutta velocità. Ero Lebroniano. Ho provato a superare Jrue con una finta, guardato in basso per vedere dove palleggiare, e la palla era andata via. L’aveva presa. È stato incredibile. È il miglior difensore della Lega di cui nessuno parla mai” . (Andre Iguodala)

Nonostante la carenza di successi di squadra, le 4 stagioni a Philly permettono ad Holiday di imporsi come uno dei migliori prospetti della Lega, fino a diventare un All-Star nella per lui fortunata annata 2012/13, chiusa con 17.7 punti e 8 assist di media. Al termine della stagione, tuttavia, un terremoto si abbatte sui Philadelphia 76ers. Al posto di Tony DiLeo, infatti, viene assunto come plenipotenziario della squadra Sam Hinkie.

Il manager di Marlow, Oklahoma ha le idee molto chiare sul futuro della squadra: il gruppo attuale ha dimostrato di non essere all’altezza di vincere un Titolo, cercheremo quindi di convertire tutti i nostri asset in scelte al Draft in modo da perdere oggi per poter competere domani.

Si tratta di un approccio matematico e razionale, che sconquassa il mondo della pallacanestro – un po’ come fece il nuovo modus operandi degli Oakland Athletics nel baseball, raccontato dallo splendido film Moneyball.

In questa situazione, un giovane talento di 23 anni reduce dalla sua prima chiamata alla Partita delle Stelle non può che essere uno dei tesoretti più preziosi nelle mani della franchigia.

Il 12 luglio del 2013, a poche settimane dal matrimonio con Lauren Cheney, sua fidanzata storica dai tempi di UCLA, arriva la telefonata di Hinkie:

“Potremmo scambiarti”.

Holiday, con il suo solito approccio, mantiene la propria calma interiore e cerca di aiutare i compagni, sconvolti dalla scelta così inconsueta e timorosi per il proprio futuro.

In una foto del matrimonio degli Holiday, ben custodita nel telefono di Jrue, si vede tutto il gruppo-Sixers in una angustiata conversazione sul da farsi e lui, pur ventitreenne, che come in campo cerca di proteggere le debolezze di tutti, caricando la squadra.

Hinkie – nei mesi successivi – smonterà la squadra pezzo per pezzo senza nemmeno cercare una soluzione condivisa con i suoi giocatori. The Process è iniziato, e Jrue Holiday ne è una delle prime vittime.


FOTO: USA Today

La destinazione della trade sono i “neonati” New Orleans Pelicans, che stanno cercando di dare al sophomore Anthony Davis la squadra giusta per esplodere definitivamente.

Anche in Louisiana, Jrue è stato scelto in quanto specialista nel difendere su 5 ruoli e per le doti da leader emotivo. Gli anni a New Orleans si riveleranno in realtà altrettanto avari di soddisfazioni rispetto a quelli ai Sixers, con due sole qualificazioni ai Playoffs in 7 stagioni e altrettante sconfitte per mano dei Golden State Warriors di Steve Kerr.

Nonostante la frustrazione professionale, è indubbio che la più grande vittoria di Jrue si ascriva al periodo nella Big Easy. Poco prima della stagione 2016/17, infatti, a Lauren – incinta della prima figlia della coppia – viene diagnosticato un tumore benigno al cervello.

Jrue non ci pensa un attimo e decide di saltare l’inizio della stagione per prendersi cura della famiglia. L’intervento, posticipato a poco dopo la nascita di Jrue Tyler, andrà a buon fine e, dopo il recupero post-operatorio della moglie, Holiday potrà permettersi di tornare a difese asfissianti molto meno cruciali.

L’esperienza in Louisiana, come noto, si chiuderà nell’autunno del 2020. Poco prima di lasciare definitivamente New Orleans, però, Jrue vivrà l’ennesima esperienza in grado di descriverlo perfettamente dentro e fuori dal campo.

Come raccontato da Lauren in un bellissimo pezzo per The Players’ Tribune, infatti, poco prima dell’inizio della Bolla di Orlando lei e la sorella di Jrue, Lauren anch’essa, sono state fermate dalla polizia per guida senza patente.

Lauren (Holiday), ricordatasi della presenza a casa del fratello, decide di chiamare Jrue affinché le porti il documento per superare l’impasse con l’agente. Una volta arrivato sul posto, però, nonostante non fosse lui ad essere stato fermato e i poliziotti sapessero del suo arrivo con la patente della sorella, il playmaker oggi ai Bucks è stato ammanettato e buttato contro la volante.

A meno di un mese dalla morte di George Floyd, un chiaro esempio delle gravi problematiche intrinseche alle forze dell’ordine americane.

“Non importa che Jrue fosse stato attentissimo e deferente nel suo approccio. Tutto quello che quell’uomo ha visto è stato un uomo di colore grande e grosso che usciva da una macchina” .(Lauren Cheney)

Come in quella partita al liceo, però, la reazione di Jrue è ben diversa da quella che ci si aspetterebbe.

Nonostante il suo grande investimento nelle cause di giustizia sociale, infatti, Holiday decide di rimanere ammanettato per 15 minuti ed assecondare il poliziotto, in modo da evitare un’escalation che possa danneggiare le due donne.

L’ennesimo esempio di come per lui sia più importante la felicità e la sicurezza di chi gli sta accanto, anche se questo vuol dire sopportare un’evidente ingiustizia. D’altronde, it’s all about defense.