Sono giocatori che tra colpi proibiti, trash talking e intensità animalesca fanno impazzire gli avversari. E sono fondamentali per le proprie squadre. Sei antieroi per eccellenza che hanno fatto la storia della NBA.

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È la prima regola della narrazione: a un personaggio principale va sempre opposto un rivale, un antagonista, che permetta all’eroe di compiere le gesta che lo renderanno tale.

Va da sé che senza gli antieroi non avremmo la maggior parte della letteratura, della cinematografia o della drammaturgia teatrale della storia. Col tempo però l’associazione protagonista-buono/antagonista-cattivo è via via venuta meno, sfumando i giudizi morali nei confronti dell’uno e dell’altro. Del resto, quello che per qualcuno è un eroe per qualcun altro sarà “il cattivo”: basta cambiare il punto di vista.

Lo sport ne è la prova più diretta, basti pensare all’abuso di termini come “tradimento” quando un giocatore passa da una squadra a un’altra. La volubilità di molti tifosi può trasformare gli insulti in incitamenti nel momento stesso in cui il giocatore indosserà la maglia giusta.

C’è un ruolo preciso che caratterizza la NBA da sempre che è l’incarnazione di questi sentimenti contrastanti.

Si tratta di quel giocatore definito “enforcer”, spesso dotato di scarse doti offensive, incaricato di molestare, destabilizzare (e in alcuni casi, anche picchiare) i talenti della squadra avversaria. E proteggere quelli della propria dagli enforcer opposti.

Comune denominatore per tutti loro: i fan di casa li amano, il resto del mondo li odia a morte.

La loro arma legale: la grande intensità difensiva.

Le armi meno legali: le giocate sporche, i colpi proibiti e le intimidazioni.

Va detto con chiarezza: sono giocatori fondamentali, aghi della bilancia per gli equilibri di una franchigia che punti al successo.

L’evoluzione della Lega non permette più l’uso manifesto della violenza come negli anni ’70, ’80 e ’90, ma, seppur in minor misura e in maniera diversa, gli enforcer esistono ancora.

Ora, invece dello scontro fisico, si concentrano maggiormente sui giochi mentali, il trash talking, le trattenute e le simulazioni: il tutto volto a far perdere lucidità ai rivali.

Ecco sei romantiche canaglie, scelte dalla NBA degli ultimi 40 anni.

Danny Ainge

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Per infastidire gli avversari, inferire colpi proibiti ed essere sempre pronti allo scontro fisico si penserà sia necessario avere una stazza importante o quantomeno un’attitudine che incuta timore. Niente di più sbagliato.

Se John Stockton, a detta dei rivali, ha silenziosamente fatto giocate sporche per un’intera carriera, Danny Ainge, che del playmaker dei Jazz aveva la stessa aria da ragioniere e il fisico “normale”, è stato uno degli attaccabrighe più sfacciati della NBA degli anni ’80 e ’90.

Le apparenze ingannano: Ainge era in realtà un atleta straordinario, ad oggi ancora l’unico ad essere nominato All-American al liceo in football, baseball e basket. A dispetto della sua aria da bravo ragazzo era un lottatore come pochi, sempre pronto al sacrificio, anche fisico, per il bene della squadra.

Era un difensore eccellente, ma anche un attaccante intelligente con buoni istinti e mani educate. I Celtics degli anni ’80 sono la squadra di Larry Bird e le sue doti offensive non sono del tutto necessarie, non quanto la sua intensità e il suo agonismo, che si manifesta in vari modi: per esempio, cercando sempre un modo per innervosire il diretto avversario, o protestando con gli arbitri a ogni singola chiamata.

Ainge è stato un professore emerito del trash talking, l’esempio perfetto di cosa intendono gli anglosassoni con l’espressione “andare sotto pelle”, e non si è mai sottratto a uno scontro fisico, nemmeno con giocatori ben più grossi di lui.