11. Ora sono caldo, non c’è niente che tu possa fare

Il giorno prima che Jordan giocasse la sua prima partita al Madison Square Garden dopo essere tornato dal suo ritiro di 18 mesi nel 1995, il playmaker dei New York Knicks, Derek Harper, arrivò a Manhattan per sentire le vibrazioni della città.

«Se sai cosa pensa la gente della pallacanestro a New York, puoi solo immaginare quanto sia entusiasmante la città», ha detto Harper. «C’era un brusio come non avevo mai sentito prima, per la partita».

La folla venne deliziata da uno spettacolo. Jordan si era scaldato presto, segnando 20 punti nel primo quarto. Dopo aver distrutto John Starks, la guardia tiratrice dei Knicks, Jordan iniziò a fare a pezzi Anthony Bonner. All’intervallo, aveva segnato 35 punti, con 14/19 al tiro.

Con Jordan praticamente inarrestabile, Harper chiese di difendere su di lui solo una volta per rallentarlo. «Cosa avevo da perdere?» ha ricordato Harper.

Mentre si stava avvicinando a MJ, la stella dei Bulls disse: «Ora sono caldo», ha ricordato Harper. «Non c’è niente che tu possa fare». Alla fine Jordan segnò 55 punti e i Bulls vinsero 113-111.

«Non avevamo una risposta», ha detto Harper, ora game analyst con i Dallas Mavericks. «Era qualcosa di grandioso, Michael Jordan è il più grande”.

12. Partitella o Playoffs?

Quando The Last Dance ha debuttato, Tracy Murray, un veterano NBA da 12 anni, si è guadagnato il rispetto dei suoi seguaci dopo aver pubblicato i punti salienti della sua performance nei Playoffs del 1997 contro i Bulls. Ma nel corso degli anni, ha guadagnato punti con i suoi figli mostrando loro la sua performance con Jordan in Space Jam. «Ridono ancora», ha detto Murray, ora allenatore di tiro e analista televisivo.

I ricordi più belli di Murray delle riprese del film, tuttavia, sono le partitelle che si sono svolte nel Jordan Dome costruito vicino al set. Gli incontri erano così popolari che i giocatori di tutta la NBA volavano in città per giocare. «Un All-Star Game ogni giorno», ha detto Murray.

Le battaglie tra Jordan e Reggie Miller sono state le più intense, con trash-talking che Murray ha descritto come “del tutto irrispettoso” a volte. «Questa era la loro relazione, questo era il loro modo di competere», ha detto Murray. «Mike ha iniziato il trash talking, ma Reggie non si è mai tirato indietro. Si arrivò a un punto in cui chiunque passasse la palla a uno di loro due, si fermava e guardava. È stato uno scontro incredibile e un bel ricordo, vedere due giocatori NBA che si affrontano in una partitella come se fossero ai Playoffs».

13. L’emozionante ritorno nel 2001

Nel settembre 2001, Jordan annunciò il suo ritorno al basket con i Wizards. La sua decisione arrivò due settimane dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre.

Etan Thomas – che si era unito alla squadra a giugno quando Jordan, allora President of Basketball Operations, lo ottenne dai Mavericks – ricorda vividamente quel giorno. «Eravamo seduti negli spogliatoi e stavamo sentendo in TV le parole dei membri della famiglia di alcune delle persone che avevano perso la vita», ha detto Thomas. «Io guardai MJ ed era bloccato fissando lo schermo, e i suoi occhi iniziarono a inumidirsi e si morse il labbro inferiore come se stesse cercando di reagire alle lacrime. Poi disse al personale dei Wizards di donare il suo intero anno di stipendio alla famiglia delle vittime dell’11 settembre».

Jordan insistette affinché quei fondi andassero direttamente alle persone che ne avevano bisogno, e non attraverso un’agenzia. «La gente ha sempre descritto Michael come se non gli importasse, e questo non è quello che ho visto», ha detto Thomas, ora autore e attivista. «Ora, non ha preso posizioni politiche come Ali, né ha parlato della comunità come Craig Hodges. Ma non si può credere che non gli importi affatto, perché non è quello che ho visto fisicamente con i miei occhi».

14. Ora so com’è una squadra da titolo

Jordan ha dato un pugno a Steve Kerr. Ha inventato una storia per distruggere LaBradford Smith. Ha detto di non avere problemi con Gary Payton, alias The Glove. Ma il singolo giocatore che è stato nel mirino di Jordan per più tempo in The Last Dance sembrava essere Scott Burrell, che arrivò ai Bulls per la stagione 1997/98 dopo aver giocato gran parte dei suoi primi anni con gli Charlotte Hornets.

Jordan era un bullo agli occhi di Burrell? «No, non era un bullo», ha detto l’ex Hornets. «In allenamento era un leader e lo rispettavamo per quello che diceva. Al giorno d’oggi potrebbe essere troppo aggressivo. Ma, no, voglio dire, i ragazzi lo adoravano. A me è piaciuto e ne avevo bisogno. Ho giocato in buone squadre, ma non ho mai giocato in una squadra da titolo. E ora so com’è una squadra da titolo».

Una volta Burrell accolse con favore la possibilità di giocare un 1v1 con Jordan in allenamento, e Michael accolse con favore l’opportunità di schiacciarlo. Dopo un’intensa partita che Jordan vinse 7-6, Burrell chiese la rivincita. Jordan rifiutò. Quando Burrell chiese perché, Jordan rispose: «Per poter dire a tutti, a tutti i tuoi amici, familiari e parenti che hai battuto Michael Jordan?» Chiese Jordan. «Se vinco, cosa dirò alla mia famiglia: Ho battuto Scott Burrell?”»

Burrell ha detto che c’era un metodo, nella “follia” di Jordan. «Tutti rispettavano Mike – si potrebbe dire forse temevano o rispettavano», ha detto «Ogni volta che urlava, era per un motivo specifico, e aveva ragione, perché avevi dimenticato uno schema oppure perso una responsabilità difensiva. Sforzo e concentrazione mentale: dovevi metterli in campo ogni giorno».

15. L’uomo che ha dato a MJ il giusto commiato

Ray Clay si era ritirato ormai da un anno dal suo lavoro di announcer dei Bulls quando i Philadelphia 76ers gli chiesero di presentare Jordan per la sua ultima partita NBA, nel 2003. «Perché no?», rispose Clay. «Ecco la mia occasione per dargli un vero e proprio commiato».

Il regolare announcer dei Sixers presentò i primi quattro titolari dei Wizards prima di cedere a Clay l’introduzione di Jordan. Le luci si abbassarono e una voce familiare a Jordan riempì l’aria: «From North Carolina, at guard, 6-6…»

Jordan non potè vedere subito Clay, che si trovava sulla linea di tiro libero vicino alla panchina dei Wizards. Ma quando le luci del palazzetto si accesero, Jordan finalmente vide la vecchia conoscenza, si avvicinò e gli diede un abbraccio. «Grazie», disse a Clay. «Lo apprezzo molto».

L’ex voce di Chicago è ora il presentatore delle partite di basket dell’Università dell’Illinois a Chicago. Anche lui è bombardato da richieste speciali: «Faccio molti matrimoni. La gente, quando si sposa, vuole quella presentazione dei Chicago Bulls».