6. Sono stato l’ultimo a indossare la maglia a Carolina prima di te

Per anni, Ged Doughton ha avuto una maglia da basket della UNC con il n. 23 incorniciata nella sala giochi della sua casa in North Carolina. «Alcune persone venivano a casa e chiedevano: “Perché hai la maglia di Jordan?“» ha detto Doughton. «Non conoscevano la mia storia».

Ecco la sua storia. Doughton ha ottenuto una borsa di studio per giocare a basket a North Carolina nel 1975. Smith chiamò e chiese quale numero volesse. Chiese il numero 22, il numero del suo liceo, ma quello era già stato preso dalla matricola Dudley Bradley. «Beh, che ne dici del 23?» chiese Smith. Per Doughton era OK.

Con quella maglia, Doughton mise a referto una media di 2.3 punti giocando con parsimonia per tre stagioni dietro al tre volte All-American Phil Ford. Continuò il suo ruolo di guardia di riserva nella sua ultima stagione dopo la laurea di Ford. Due anni dopo, Jordan indossò il numero 23 per North Carolina.

«Eravamo i fermalibri del basket di Carolina», disse Doughton, ridendo. «Lui è il miglior giocatore di Carolina di tutti i tempi, e io sono probabilmente il peggior giocatore di tutti i tempi. La gente pensa che sia fico che io sia stato l’ultima persona a indossare il numero 23 prima di Michael Jordan. Per me è imbarazzante. Non ho fatto davvero nulla con quel numero».

Anni dopo, il presidente degli Charlotte Hornets, Fred Whitfield, presentò Doughton a MJ. «Riconosci questo ragazzo, vero?» – Jordan sembrava perplesso. Doughton offrì così un indizio: «Sono stato l’ultimo a indossare la tua maglia a Carolina prima di te».

Jordan ci ha pensato bene per qualche minuto. «Ci sono, il tuo nome è Ged Doughton», ha detto Jordan. E quando Doughton gli disse che aveva ragione, Micheal battè le mani, saltò giù dalla sedia e disse: «Te l’avevo detto che l’avrei indovinato!»

7. Nel baseball ci sono abbracci

Sono stati compagni di squadra con i Birmingham Barons per meno di una stagione nel 1994, ma Scott Tedder, un first team All-American sia nel baseball che nel basket della Ohio Wesleyan University, ha un bel po’ di storie su Jordan.

C’è ad esempio la storia della mazza. Dopo essere stato rilasciato dai Chicago White Sox (i Barons erano la loro squadra della Double-A), venne subito ingaggiato dalla squadra di Double-A dei Chicago Cubs a Orlando, in Florida. I Barons e i Cubs avrebbero dovuto giocare il giorno dopo, ma l’attrezzatura di Tedder non arrivò. Nessun problema. «Dopo gli allenamenti di battuta», ha detto Tedder, «c’erano tre mazze di Michael Jordan nel mio armadietto».

Poi c’è la storia del compleanno. «Il giorno del mio compleanno mi chiede di incontrarlo nell’atrio alle 6 del mattino», ricorda Tedder. «Saliamo in macchina e andiamo al TPC Southwind per giocare a golf. Dopo, mi ha portato al magazzino della Nike e mi ha detto di andare a fare shopping per il mio compleanno, e di metterlo sul suo conto».

Infine, ecco la sua storia preferita. Quando a Tedder fu diagnosticato un linfoma non-Hodgkin nel 2003, Jordan, che stava giocando la sua ultima stagione NBA con Washington, lo scoprì e lo invitò a una partita dei Wizards contro gli Hawks. Tedder, ora manager immobiliare in Alabama, andò in macchina ad Atlanta e venne portato negli spogliatoi dopo la partita. «Ho visto Michael e mi ha abbracciato», ha detto Tedder.

«Voleva assicurarsi che stessi andando alla grande e che la mia famiglia stesse bene. Come giocatore di baseball è stato un grande compagno di squadra, eil fatto che me lo abbia dimostrato ancora, anni dopo, ha significato molto per me».

8. La debolezza di Michael è il suo tiro

Aaron Watkins era a casa sua nel South Side di Chicago quando ricevette una chiamata urgente da suo padre. «Vai in palestra, subito». Watkins, 14 anni, salì sull’autobus. Un’ora dopo, arrivò all’Athletic Club dell’Illinois Center di Wacker Drive, dove una folla si era accalcata contro le finestre per vedere Jordan giocare due mesi dopo il suo primo ritiro nel 1993. Watkins seguì suo padre all’interno della palestra per vedere il suo eroe.

Quando era ormai arrivato il momento di tornare a casa – era un giorno di scuola – Jordan si avvicinò a Watkins. «Ehi, ometto», disse. «Vuoi giocare una partita con me?». Watkins si strappò i pantaloni della tuta e li buttò via, poi servì Jordan con un passaggio preciso («Si era liberato sul gomito, e quindi l’ho servito”) che portò ad un jumper di MJ.

«Ho fatto un assist a Mike da poter mettere sul mio curriculum», ha detto Watkins. «Niente male». Ma non era ancora finita. Watkins, con la palla in punta, palleggiò alla sua sinistra e concluse con un jump shot dalla media. Game, set and match.

Il padre corse in campo urlando e dando il cinque a tutti quelli a portata di mano. Watkins si avvicinò a Jordan, aspettandosi un po’ d’amore dal suo idolo. «Pensavo che avrebbe detto: “Ottimo lavoro, ragazzo”», disse Watkins. «Invece, mi ha dato uno schiaffo sulla nuca e mi ha detto: “Gioca meglio in difesa”».

Dopo la partita, una troupe del telegiornale raggiunse Watkins, che offrì uno scouting report ormai leggendario: «Il punto debole di Michael è il suo tiro», ha detto Watkins al giornalista. «Basta tenerlo intorno al perimetro, e quando fa proprio questa mossa qui… non cascarci».

27 anni dopo Watkins, che tre anni fa ha lanciato la linea di abbigliamento Unfnshd con sede in California, ne ride. «Non importava, Mike era ormai ritirato», ha detto Watkins. «Quindi ero disposto a divulgare i suoi segreti». Watkins ha detto di aver giocato con Jordan al club circa quattro volte. «Le altre volte non ho giocato molto bene», ha detto. «Ma va bene così. Quando giocavo con lui, Mike voleva sempre che tirassi la palla. Avrò sempre in mente quel momento in cui segnò il tiro decisivo della partita e aiutò Mike a vincere”.

9. Quando Jamal Crawford ha provato a essere come Michael

A metà della sua stagione da rookie 2000/01 con i Bulls, Jamal Crawford ricevette una chiamata alle 6 del mattino dall’allenatore di Jordan, Tim Grover. «Puoi incontrare MJ». Crawford, che aveva un allenamento alle 10 nella periferia di Chicago, si vestì subito e si diresse alla palestra del centro dove c’era Jordan, a due anni di distanza dal ritiro, che si stava esercitando in scivolamenti difensivi. Durante una pausa, parlarono. «Mi ha detto che gli piaceva il mio gioco», ha ricordato Crawford. «Mi chiese se mi sarei allenato con lui quell’estate».

Questo avvenimento creò un’amicizia di lunga data, che ha visto Crawford interpretare una versione più giovane del suo idolo nello spot 23 vs 39 di Gatorade. I due parlavano sempre, ma è stato l’agente di Crawford a chiamare per lo spot. «Mi ha detto che MJ mi voleva in uno spot Gatorade e che doveva essere allo United Center», ha detto Crawford. «È stato incredibile. Ero vestito come lui quando ha giocato con i Bulls, e abbiamo giocato e basta».

I due si sono affrontati durante le cinque ore di riprese, parlando a vanvera per tutta la durata delle riprese. A un certo punto, il regista ha chiesto a Crawford di fare le schiacciate viste nella pubblicità. «MJ mi ha guardato e mi ha detto: “Non fare tutte quelle schiacciate”», ha detto Crawford. «Sono contento di esserne uscito, ero nervoso».

10. Jordan ha distrutto le scarpe di sua figlia

Jasmine Jordan è nata nel dicembre del 1992, mentre i Bulls erano alla ricerca del loro secondo dei sei titoli nel corso del decennio. Ricorda che suo padre è sempre stato presente nella sua vita, ma recentemente ha condiviso con Aaron Dodson di The Undefeated una storia su qualcosa che MJ non approvava in casa sua:

«La cosa buffa è che, da bambina, volevo tantissimo avere un paio di Skechers, cosa che non andava bene agli occhi di mio padre. Lo pregavo sempre: “Per favore, fammi prendere le Skechers luminose! O le scarpe con le ruote”. Me le avrebbe fatte indossare per un giorno, per poi il giorno dopo buttarle nella spazzatura.

«Non importava di che modello fossero, non importava chi li avesse comprate. Se erano in casa sua e mi stavano ai piedi, il giorno dopo sarebbero finite nella spazzatura».

Con l’avanzare dell’età, è diventata più saggia e ha indossato le Jordan. «Ho indossato le Jordan 1 molto spesso e un modello che non mi ero resa conto di aver indossato molto erano le 5. Mi piacevano molto le 5 quando ero più giovane e i loro colori. Amo ancora le mie 4, ma prima di quelle, amavo le Skechers».