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Questa è la Storia della Finale NBA giocata a Los Angeles il 6 giugno 2001, vinta dai Philadelphia 76ers sui Los Angeles Lakers per 107 a 101, dopo supplementare.

Non so perché, ma il mio cervello tende poi a dimenticare che dopo questa partita, si giocò una serie di altre quattro gare, tutte vinte dai Lakers. Ma quella è, per l’appunto, un’altra storia. Questo invece è il racconto dello zenit della vicenda umana e sportiva, di un ragazzo di poco più di 1.80 – forse – da Hampton, Virginia, che quella sera era alla vigilia del suo 26esimo compleanno. E pensò bene di regalarsi un sogno. Gran bel regalo.

Quel ragazzo in mezzo ai giganti, quella fatidica sera, non avresti potuto guardarlo negli occhi senza rimanere fulminato dalla carica elettrica che stava per sprigionare.

Quella notte di giugno, Allen Ezail Iverson – come scrissero i poeti – era in missione per conto di qualcuno. Più di qualcuno, una moltitudine. Per conto di mamma Ann, di soli quindici anni più grande di lui, della famiglia e della sua crew, già all’epoca più numerosa di un esercito. Per conto di una squadra pura, dura, rattoppata, ma efficace, che dipendeva interamente da lui. Per conto della città di Philadelphia in trepida e pessimistica attesa. Per conto di milioni di fans e simpatizzanti in tutto il mondo. Quelli che, tra Davide e Golia, sanno sempre con chi stare.

Ma torniamo alla partita, o meglio ad una delle più grandi “rappresentazioni” della storia del basket. Per qualcuno un’epica, per altri una tragedia.

PROLOGO

Si gioca nella Città degli Angeli e del sole, e soli abbacinanti sembrano anche i giocatori vestiti di giallo e il pubblico che indossa gli stessi colori. Di fronte a loro, un gruppo di maglie nere, che a guardarli bene potrebbero sembrare scarafaggi. Non scherziamo, quella divisa era magnifica.

All’ingresso in campo tutto lo Staples si alza in piedi, per tributare alla squadra di casa – in striscia di 19 vittorie consecutive, 11 su 11 ai Playoffs – l’omaggio che si deve ai campioni. E che campioni. Non basta a impaurire il ragazzino in nero con la numero 3. Forse.

Forse, perché lo starting-five Lakers paura la fa davvero. Derek Fisher, Kobe Bryant, Rick Fox, Horace Grant e Shaquille O’Neal. Due dei più forti giocatori di tutti i tempi e tre ottimi scudieri.

Philly risponde con Aaron McKie, Allen Iverson, Jumaine Jones, Tyrone Hill e Dikembe Moutombo. C’è la Risposta, c’è il Totem Africano. Ma non è la stessa cosa. Non può esserlo.

ATTO PRIMO – La forza bruta e la risalita

Qualche scambio reciproco, qualche tiro sbagliato, qualche muscolo da scaldare. Poi un devastante rullo si abbatte sui Neri. E’ il rullo trainato da Shaq, ma anche da Fox e da Horace Grant. Mutombo e i suoi solo a guardare. AI che non ne infila una che una, e i Lakers che maramaldeggiano in attacco, ma anche in difesa. Spazi intasati, raddoppi continui e via in campo aperto. Arriva un parziale di 16 a 0.

La partita sembra finire lì. Dai ragazzi, non scherziamo.

Poi le formichine in nero cominciano a portare i loro granelli di sabbia, uno a uno, uno a uno. Mutombo ha una faccia triste come una salita, Iverson quell’espressione da Italiano in gita. I Californiani che s’incazzano.

Primo quarto solo 23 a 22 Lakers. Sembra incredibile. È tutto vero.

ATTO SECONDO – Gli Improbabili e il piccolo grande uomo

Si riparte col secondo e i Sixers mettono dentro nientepopodimeno che Raja Bell e Matt Geiger. Chi? E sai che paura ad LA. E invece no, sbagliato, perchè lo smilzo – praticamente un esordiente – e il lungo – praticamente un boscaiolo in canotta, rimasto nella storia per aver impedito col suo “niet” una avventata cessione già chiusa di Iverson ai Pistons – faranno la loro, incredibile, inenarrabile “suina” figura. Nel senso buono. E intanto Iverson s’immola, come solo lui. Come solo gli eroi. Crossover dopo crossover, jumper dopo jumper, canestro dopo canestro, saranno 30 i suoi punti alla fine del quarto. Larry Brown dalla panchina lo guarda, una lacrima gli solca la guancia. Quello è figlio mio.

Sixers avanti di sei. Sipario.

ATTO TERZO – La mossa a sorpresa

Il piccolo grande uomo insiste, recupera palloni, segna, batte lì dove il dente duole. Non si ferma mai. Gli mettono di fronte un All-Defense, tale Kobe – do you know what I mean – ma niente sembra contenerlo.

E poi, pure i miracoli. Eric Snow ha una caviglia fratturata, non in disordine, fratturata. Due giravolte ed è solo retina. Lassù qualcuno li ama.

Shaq continua a schiacciare, travolgendo chiunque gli si presenti davanti. Phil Jackson è nervoso, ha annusato l’aria, e gioca la carta Tyronn Lue. Il più classico dei classici jolly. Sarà anche la sua serata, ripresa però dalla parte sbagliata. Ma non andiamo troppo avanti.

Lue cambia l’inerzia. I gialli hanno mille risorse, si sapeva.

ATTO QUARTO – Davide contro Davide

Non sarò eroe, non sarei stato mai. Il verso sembra scritto per il piccolo grande Tyronn Lue. Pazzesco, semplicemente pazzesco. Mette letteralmente le mani addosso ad Iverson, lo smorza, lo spegne, lo accompagna ai margini della gara. E senza di lui, i Sixers faticano.

Faticano come degli asini in salita. Ma insistono. Eccome se insistono. Sfiniti, non domi. Anche senza il loro piccolo condottiero.

Si gioca sui nervi. Kobe sale di tono, Phila ne spreca un po’. Un po’ troppe, ma così vollero gli dei. Una partita così non dovrebbe finire mai: 94 pari, overtime.

EPILOGO

Right here, right now. Non si può perdere l’occasione, sennò poi te ne pentirai – e invece i Sixers fanno di tutto per perderla. Certo, hanno di fronte Kobe e Shaq. Quando tutto sembra spento, niente sembra entrare e la partita giù in fondo al pozzo, Raja Bell mette il canestro della disperazione. È finito il tempo delle domande, serve solo La Risposta. The Answer c’è. Definitivo.

Un crossover fulminante, uno stepback micidiale, un jumper che la inchioda.

Lue crolla al tappeto, vinto. Allen Iverson lo scavalca con uno dei gesti più iconici che si ricordino in un campo da basket. The Stepover.

Poi arriva il protagonista più improbabile di tutti, Eric Snow. Tira fuori dal cappello un runner su un solo piede, solo retina. Game over.